IL TRIBUNALE DI ROMA HA CONDANNATO RETE FERROVIARIA ITALIANA (RFI) A RISARCIRE LA FAMIGLIA DI UN EX DIPENDENTE DECEDUTO PER UNA PATOLOGIA ASBESTO-CORRELATA
«Quando arriva la giustizia è quasi sempre tardi»: RFI condannata
«Quando arriva la giustizia, quasi sempre è tardi perché nessuno potrà restituire un padre».
Con queste parole l’avvocato Ezio Bonanni commenta la condanna inflitta a RFI – Rete Ferroviaria Italiana dal Tribunale di Roma per la morte di Francesco Maria Cairo.
L’ex dipendente delle Ferrovie dello Stato, è deceduto a causa di un tumore provocato dall’esposizione prolungata all’amianto.
La Sezione Lavoro del Tribunale capitolino ha riconosciuto la responsabilità datoriale per la mancata adozione delle misure di sicurezza.
Alla moglie Rita Vaghi e al figlio Roberto è stato riconosciuto un risarcimento complessivo di 238.814 euro per danni non patrimoniali, oltre alle prestazioni già erogate dal Fondo Vittime Amianto.
La sentenza del Tribunale di Roma
Nelle motivazioni della sentenza, pronunciata il 5 maggio, il giudice evidenzia come Ferrovie dello Stato fossero pienamente in grado di apprezzare la nocività dell’amianto, ampiamente utilizzato nei rotabili ferroviari.
Nonostante ciò, si legge nel provvedimento, l’azienda «ha omesso di assicurare il corretto impiego dei dispositivi di protezione individuale, pur disponibili.
Ha consentito lo svolgimento di attività a rischio amianto in ambienti comuni, coinvolgendo anche lavoratori destinati ad attività diverse».
La giudice Alfonsina Bellini ha quindi ritenuto RFI responsabile delle mancate misure protettive e dell’assenza di un adeguato controllo sull’effettivo utilizzo dei dispositivi di sicurezza.
La storia di Francesco Maria Cairo
Francesco Maria Cairo ha lavorato dal 1969 al 2001 come capo tecnico negli stabilimenti ferroviari di Torino e Milano.
Per trentadue anni è stato esposto in modo continuo alle fibre di amianto presenti negli ambienti di lavoro.
Nel 2019 gli è stata diagnosticata la patologia oncologica che, nel giro di tre anni, lo ha condotto alla morte.
In precedenza, l’Inail aveva già riconosciuto la malattia professionale, elemento che ha reso il percorso meno complesso rispetto ad altri della cosiddetta strage silenziosa dell’amianto.
Le responsabilità e la posizione di RFI
RFI ha precisato in una nota che la vicenda oggetto della sentenza riguarda periodi precedenti al 2001, anno di costituzione della società.
Ha inoltre dichiarato di non aver mai svolto attività di coibentazione o scoibentazione con amianto dopo quella data.
Tuttavia, secondo il Tribunale di Roma, la responsabilità resta in capo all’organizzazione datoriale che, per decenni, ha consentito l’uso estensivo dell’amianto senza adeguate tutele, esponendo i lavoratori a un rischio noto e documentato.
Amianto e ferrovie: un’emergenza sanitaria di lungo periodo
Il settore ferroviario è tra quelli che hanno registrato il maggior numero di casi di mesotelioma.
Secondo i dati Inail, fino al 2018 sono stati censiti 696 casi legati all’esposizione all’amianto nelle ferrovie.
«Le Ferrovie dello Stato hanno utilizzato l’amianto in modo abnorme, nonostante fossero già note le sue capacità lesive per la salute umana», afferma l’avvocato Bonanni, legale della famiglia Cairo.
«Solo dopo numerose condanne è stato avviato un tardivo processo di bonifica. Oggi è necessario risarcire le vittime e i loro familiari, ma soprattutto liberare il territorio dalla fibra killer per evitare altri decessi».
Il ruolo dell’Osservatorio Nazionale Amianto
Casi come quello di Francesco Maria Cairo riportano al centro il tema dei rischi ambientali e occupazionali legati all’amianto e della tutela delle vittime dell’esposizione professionale.
Su questi fronti è impegnato da anni l’Osservatorio Nazionale Amianto, presieduto dall’avvocato Ezio Bonanni, con attività di assistenza, prevenzione e promozione della bonifica dei siti contaminati, a tutela della salute pubblica.





