SU DUECENTO AZIENDE DEL MADE IN ITALY ANALIZZATE, SOLO TRENTOTTO MISURANO IN MODO STRUTTURATO LA PROPRIA IMPRONTA DI CARBONIO E IL 62 PER CENTO COINVOLGE I FORNITORI IN PERCORSI ESG ANCORA POCO STANDARDIZZATI.
LA SOSTENIBILITÀ DIVENTA UN FATTORE CHIAVE DI COMPETITIVITÀ INDUSTRIALE, SOPRATTUTTO LUNGO LA FILIERA, SOTTO PRESSIONE PER NUOVE NORMATIVE EUROPEE E UNA CONCORRENZA INTERNAZIONALE SEMPRE PIÙ AVANZATA
Up2You: l’analisi su duecento aziende del Made in Italy
Quanto è davvero sostenibile la moda italiana oggi. È questa la domanda che attraversa, in modo trasversale, l’analisi condotta dal Centro Studi di Up2You su duecento aziende del fashion Made in Italy.
Una domanda che non riguarda più soltanto l’etica d’impresa o il posizionamento reputazionale, ma tocca direttamente la capacità competitiva di un settore centrale per l’economia nazionale.
I dati restituiscono l’immagine di una filiera in movimento, ma ancora profondamente disomogenea, dove convivono eccellenze strutturate e ampie aree di ritardo, soprattutto sul fronte della misurazione degli impatti ambientali.
Solo trentotto imprese, meno di una su cinque, misurano in modo strutturato la propria impronta di carbonio. Una percentuale che evidenzia come la sostenibilità, pur essendo sempre più evocata nei racconti aziendali, non sia ancora pienamente integrata nei sistemi di governo industriale.
Milano Fashion Week e impatto ambientale
Il quadro emerge in un momento simbolico per il settore. A pochi giorni dalla chiusura della Milano Fashion Week, il sistema moda si ritrova a fare i conti con un cambiamento profondo dei parametri di successo.
Creatività, qualità manifatturiera e forza del brand restano elementi centrali, ma non sono più sufficienti. Oggi essere competitivi significa anche saper dimostrare, con dati verificabili, l’impatto ambientale e sociale dei propri prodotti, lungo l’intera catena del valore.
L’analisi di Up2You fotografa un settore consapevole della direzione da intraprendere, ma ancora frenato da inerzie organizzative e culturali.
Secondo McKinsey & Company e Business of Fashion, solo il 37 per cento dei dirigenti del settore prevedeva di aumentare in modo significativo gli investimenti in sostenibilità entro il 2025. Un dato che segnala come la transizione sia riconosciuta come necessaria, ma non ancora percepita come prioritaria in modo uniforme.
Sostenibilità in tutta la filiera
Il cuore della trasformazione non è il prodotto finale, ma ciò che accade prima. La ricerca mostra con chiarezza che la vera arena competitiva della moda italiana è oggi la filiera.
Il 62 per cento delle aziende coinvolge fornitori e partner in percorsi ESG, ma spesso lo fa in modo poco strutturato, con strumenti eterogenei e difficilmente confrontabili.
In una supply chain lunga, internazionale e frammentata, la raccolta di dati coerenti su emissioni, materiali, chimica e condizioni di lavoro rappresenta una delle sfide più complesse.
È proprio qui che si gioca la differenza tra dichiarare e dimostrare. Senza dati solidi, la sostenibilità resta un racconto fragile, esposto al rischio di greenwashing e sempre più vulnerabile di fronte ai nuovi obblighi normativi.
Al contrario, chi riesce a governare e misurare l’impatto lungo l’intero ciclo di vita del capo acquisisce un vantaggio concreto, che si traduce in accesso ai mercati, ai bandi pubblici e ai capitali.
Sistemi di misurazione credibili e replicabili
«La sostenibilità non è un vincolo esterno, è la nuova chiave di volta della competitività della moda italiana», sottolinea Alessandro Broglia, Chief Sustainability Officer e co-founder di Up2You.
Il punto, chiarisce, non è fare sostenibilità in modo episodico, ma costruire sistemi di misurazione credibili e replicabili lungo tutta la filiera. In un contesto in cui la pressione regolatoria aumenta e i mercati diventano più selettivi, la capacità di fornire prove documentate diventa una condizione di accesso, non un optional.
Secondo Broglia, il cambiamento è già in atto: le norme europee contro i green claims vaghi e fuorvianti stanno spingendo le aziende a rivedere le proprie strategie.
Il contesto normativo europeo accelera ulteriormente questa dinamica. Green Claims Directive, Corporate Sustainability Due Diligence Directive e Digital Product Passport stanno ridisegnando le regole del gioco: l’Europa chiede tracciabilità operativa, indicatori chiari e responsabilità estesa lungo la catena del valore.
Per il Made in Italy, questa trasformazione non rappresenta necessariamente un ostacolo. Al contrario, può diventare un’opportunità strategica.
La qualità manifatturiera, storicamente riconosciuta come punto di forza, può essere tradotta in vantaggio competitivo misurabile, a patto di essere supportata da dati e trasparenza.
In questo senso, la sostenibilità diventa un’estensione naturale del valore artigianale e industriale italiano, non una sua negazione.
Il quadro di Up2You in altri Paesi
Il confronto con la concorrenza internazionale rende il quadro ancora più evidente. L’analisi di Up2You mostra come in diversi Paesi del Sud-Est asiatico, tra cui India, Vietnam e Bangladesh, i fornitori stiano rapidamente innalzando gli standard ESG.
Investimenti in tracciabilità digitale, certificazioni riconosciute come ISO 14001 o SA8000 e sistemi di monitoraggio avanzati stanno riducendo il divario competitivo basato esclusivamente sui costi.
Questo processo modifica radicalmente gli equilibri globali. Se la differenza di prezzo tende ad assottigliarsi, diventa decisiva la capacità di dimostrare performance ambientali e sociali lungo tutta la filiera.
In questo scenario, la moda italiana non può più fare affidamento solo sulla reputazione storica del Made in Italy. Deve dimostrare, numeri alla mano, la qualità dei propri processi.

Le quattro velocità della moda italiana
La ricerca individua quattro “velocità” della moda italiana. I pionieri, trentacinque aziende, hanno già integrato la sostenibilità in modo strutturato. Misurano le emissioni lungo la filiera, utilizzano materiali certificati e pubblicano bilanci trasparenti.
In questi casi, la sostenibilità è parte integrante della strategia industriale e non un comparto separato.
Accanto a loro si colloca il gruppo dei Wannabe, cinquantaquattro aziende che hanno avviato progetti concreti su tracciabilità e materiali responsabili ma non hanno ancora completato il percorso di standardizzazione e verifica dei dati. Sono realtà in transizione, consapevoli della direzione ma ancora in fase di consolidamento.
Il cluster più numeroso è quello dei Comunicatori, con settantaquattro aziende. Qui la sostenibilità è spesso al centro della narrazione di brand, ma non sempre supportata da indicatori misurati e certificati. È il gruppo più esposto ai rischi legati alle nuove normative sui green claims, perché il divario tra comunicazione e dati rischia di diventare insostenibile nel medio periodo.
Infine, gli Emergenti, trentasei aziende, comprendono molte PMI e realtà artigiane che incarnano l’identità creativa del Made in Italy, ma si trovano ancora agli inizi nella raccolta dei dati ESG e nella costruzione di sistemi di governance. Per queste imprese, la sfida è duplice: dotarsi di strumenti adeguati senza perdere flessibilità e identità.
Up2You: la sostenibilità è competitività
Il messaggio che emerge dall’analisi è chiaro. La sostenibilità non è più una dimensione accessoria, ma un fattore strutturale di competitività industriale. In un contesto segnato dal ritorno dei dazi, dalla ridefinizione delle rotte commerciali e dall’aumento delle barriere non tariffarie, l’accesso ai mercati non sarà più garantito solo dal prezzo o dalla notorietà del marchio.
Per la moda italiana, questa è una sfida impegnativa ma anche una grande opportunità. Il settore dispone di un patrimonio di competenze, qualità e creatività che il mondo continua a riconoscere. Oggi, però, è chiamato a dimostrare questa eccellenza con dati, trasparenza e governance lungo tutta la filiera. Chi saprà farlo potrà restare protagonista della scena globale.




