UNO STUDIO DELL’UNIVERSITÀ DEL TEXAS AD ARLINGTON HA RILEVATO ELEVATI LIVELLI DI MICROPLASTICHE NEI POLMONI DI UCCELLI SELVATICI: COSA SIGNIFICA REALMENTE QUESTA SCOPERTA? QUALI IMPLICAZIONI HA PER L’AMBIENTE E PER LA SALUTE UMANA? E SOPRATTUTTO, COSA POSSIAMO FARE PER CONTRASTARE QUESTO FENOMENO?
Le microplastiche: un inquinamento invisibile ma pervasivo
Gli scienziati dell’Università del Texas hanno condotto un’indagine approfondita sulla presenza di microplastiche nei polmoni degli uccelli selvatici, esaminando cinquantasei esemplari appartenenti a cinquantuno specie diverse. I campioni di tessuto polmonare sono stati prelevati da uccelli ritrovati nei pressi dell’aeroporto internazionale di Chengdu Tianfu, in Cina, un’area caratterizzata da un’intensa attività umana e da elevati livelli di inquinamento atmosferico.
Per analizzare la composizione chimica dei tessuti e individuare eventuali contaminanti, i ricercatori si sono avvalsi di strumenti di ultima generazione, tra cui la spettrometria di massa e la spettroscopia infrarossa.
I risultati emersi dall’indagine sono significativi. In media, ogni specie analizzata presentava 221 particelle estranee nei polmoni, con un massimo registrato di 416 particelle per grammo di tessuto polmonare.
Questi dati, oltre a confermare la diffusione ubiquitaria dei residui sintetici nell’atmosfera, sollevano interrogativi sugli effetti che tali materiali possono avere sulla salute della fauna selvatica e, di riflesso, anche sull’uomo.
L’elevata concentrazione di fibre e frammenti plastici nei polmoni di animali che condividono con noi gli stessi habitat suggerisce infatti che la contaminazione dell’aria sia più pervasiva di quanto ipotizzato finora. Se queste particelle riescono a penetrare così profondamente nel sistema respiratorio degli uccelli, è lecito domandarsi quale sia il reale livello di esposizione per gli esseri umani che vivono e lavorano nelle stesse aree.
A tal proposito, il professore di biologia Shane DuBay, co-autore dello studio, ha spiegato: «Gli uccelli sono indicatori chiave dello stato di salute ambientale. La loro presenza ovunque nel mondo e la loro condivisione di habitat con gli esseri umani ci permettono di valutare il livello di inquinamento atmosferico e di anticipare potenziali rischi per la salute pubblica». Ma quali sono i rischi per la salute?
Quando anche l’aria che respiriamo fa male
Uno studio condotto nel 2022 ha stimato che un essere umano inala annualmente tra 74mila e 121mila microparticelle di plastica.
Sebbene non esista ancora una soglia di sicurezza per l’esposizione a queste sostanze, la comunità scientifica ha già individuato una correlazione tra la loro presenza nell’organismo e un aumento del rischio di diverse patologie.
Il loro accumulo nel tessuto respiratorio potrebbe, ad esempio, favorire lo sviluppo di asma, bronchiti croniche e malattie polmonari ostruttive, analogamente a quanto osservato per l’amianto, i cui effetti sulla salute umana si manifestano spesso dopo decenni di esposizione. In alcuni casi, la presenza di particelle microscopiche nei polmoni è stata collegata a fenomeni di fibrosi, una condizione in cui il tessuto polmonare si irrigidisce progressivamente, compromettendo la capacità respiratoria.
Ma l’azione nociva di queste sostanze non si limita ai polmoni. Una volta inalate, queste particelle possono attraversare le membrane cellulari e penetrare nel sistema circolatorio, contribuendo alla formazione di coaguli sanguigni e infiammazioni sistemiche. Questo fenomeno può aumentare il rischio di patologie cardiovascolari, tra cui aterosclerosi, infarti e ictus.
Un ulteriore aspetto da non sottovalutare riguarda il loro impatto sul sistema endocrino. Alcune microplastiche contengono additivi chimici tossici, come il bisfenolo A (BPA) e gli ftalati, noti per alterare la regolazione ormonale e compromettere la fertilità.
Sebbene la ricerca sia ancora in corso, vi è il sospetto che l’accumulo di queste particelle nei tessuti possa favorire processi tumorali, in particolare a livello polmonare e gastrointestinale, esattamente come avviene per le fibre di amianto, responsabili dell’insorgenza di mesoteliomi e carcinomi polmonari.
Di fronte a questi dati, DuBay ha sottolineato la necessità di un intervento immediato: «I nostri risultati dimostrano quanto sia urgente affrontare il problema dell’inquinamento plastico nell’aria. Questi contaminanti hanno impatti a lungo termine non solo sulla biodiversità, ma anche sulla salute umana».
Cosa possiamo fare per contrastare l’inquinamento da microplastiche?
Contrastare l’inquinamento da microplastiche impone una strategia articolata e lungimirante, capace di affrontare il problema in tutte le sue sfaccettature. Limitare la produzione di plastica usa e getta costituisce un primo passo necessario per ridurre l’accumulo di rifiuti nell’ambiente.
Sostituire materiali altamente inquinanti con alternative biodegradabili e compostabili potrebbe frenare la dispersione di particelle nocive e favorire un ciclo produttivo più sostenibile.
Tuttavia, il semplice divieto di determinati prodotti non basta: le normative dovrebbero imporre standard più rigidi alle industrie, vincolandole a un uso responsabile della plastica e incentivandole a sviluppare materiali innovativi con minore impatto ambientale.
Un altro pilastro fondamentale riguarda la gestione dei rifiuti. L’attuale sistema di smaltimento presenta numerose falle, che consentono a enormi quantità di plastica di sfuggire al riciclo e degradarsi in micro e nanoplastiche.
L’implementazione di infrastrutture più efficienti e l’adozione di tecnologie avanzate per il trattamento dei rifiuti permetterebbero di ridurre drasticamente la dispersione di particelle inquinanti. Evitare la combustione della plastica, spesso impiegata come metodo di smaltimento nei Paesi con scarse risorse, risulta altrettanto essenziale, poiché questo processo libera microparticelle nell’aria, aggravando ulteriormente l’inquinamento atmosferico.
Un aspetto spesso trascurato riguarda l’industria tessile. Gli indumenti in fibre sintetiche rilasciano miliardi di particelle plastiche a ogni lavaggio, contaminando le acque e, indirettamente, l’aria. La regolamentazione di questo settore dovrebbe prevedere l’utilizzo di materiali alternativi a minore impatto ambientale, oltre all’obbligo di integrare nei sistemi di scarico dispositivi capaci di intercettare le fibre prima che raggiungano gli ecosistemi acquatici.
Le priorità assolute
Il monitoraggio dell’inquinamento atmosferico rappresenta un’altra priorità assoluta. Senza una mappatura precisa della diffusione delle microplastiche nell’aria, risulta impossibile comprenderne appieno l’impatto sulla salute umana e sugli ecosistemi.
Investire in tecnologie di analisi sempre più sofisticate consentirebbe di individuare le zone maggiormente esposte alla contaminazione e di intervenire con misure mirate.
Parallelamente, l’istituzione di banche dati epidemiologiche potrebbe rivelarsi decisiva per identificare eventuali correlazioni tra l’esposizione a q queste sostanze nocive e l’insorgenza di patologie respiratorie, cardiovascolari e metaboliche.
Oltre agli interventi normativi e tecnologici, occorre promuovere una presa di coscienza collettiva. La cittadinanza gioca un ruolo determinante nella lotta contro l’inquinamento da microplastiche, poiché ogni scelta quotidiana incide sul livello di contaminazione ambientale.
La diffusione di campagne di informazione e programmi educativi può contribuire a modificare le abitudini di consumo, orientando la popolazione verso scelte più sostenibili. Ridurre la domanda di plastica, evitare l’acquisto di prodotti con imballaggi superflui e privilegiare indumenti in fibre naturali costituiscono azioni individuali che, se adottate su larga scala, potrebbero fare la differenza.
Fonti
Wang et al., Journal of Hazardous Materials (2025)
Prata et al., Microplastics and Human Health (2020)
Galloway et al., Plastic Pollution and Endocrine Disruption (2017)
Vianello et al., Microplastics in the Human Respiratory System (2022)





