UN TRAFFICO ILLECITO DI RIFIUTI COLLEGAVA ITALIA, GRECIA E BULGARIA ATTRAVERSO DOCUMENTI FALSI E CODICI ALTERATI. L’INCHIESTA DEI CARABINIERI HA SVELATO UN SISTEMA ORGANIZZATO CHE SPEDIVA SCARTI INDUSTRIALI ALL’ESTERO, CHE VENIVANO ABBANDONATI SENZA TRATTAMENTO E GENERANDO ENORMI PROFITTI
Traffico illecito di rifiuti tra Italia, Grecia e Bulgaria: scoperto sistema organizzato
Il sistema era già collaudato e funzionava con un meccanismo preciso. L’impianto di produzione classificava i rifiuti in modo fittizio e redigeva documentazione falsa. Inoltre dichiarava la non pericolosità del carico per consentire l’imbarco. Un laboratorio di analisi compiacente rilasciava certificazioni in bianco, pronte per essere completate secondo necessità.
I campioni riportavano il codice CER 191204, relativo a plastica e gomma, quindi rifiuti teoricamente recuperabili. Tuttavia il materiale non era affatto destinato al recupero ma veniva spedito verso aziende situate in Grecia e Bulgaria.
L’operazione dei Carabinieri e gli arresti
I Carabinieri per la Tutela Ambientale e la Sicurezza Energetica hanno scoperto il traffico illecito transnazionale tra Italia, Grecia e Bulgaria. I militari del gruppo di Napoli, insieme con i colleghi dei comandi provinciali di Brindisi, Bari, Salerno e Sofia (Bulgaria), hanno eseguito l’ordinanza di custodia cautelare.
L’autorità giudiziaria ha disposto sei misure restrittive. Quattro persone sono finite in carcere e due agli arresti domiciliari. Gli indagati rispondono, a vario titolo, di associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti. Contestata anche l’aggravante della transnazionalità, la spedizione illecita e la gestione illecita dei rifiuti.
Complessivamente i Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico hanno indagato quattordici persone. Tra loro figurano autisti, organizzatori dei trasporti, intermediari e gestori, sia formali sia di fatto, delle società coinvolte.
La tipologia dei rifiuti spediti all’estero
I rifiuti provenivano in gran parte dalla provincia di Brindisi. Si trattava soprattutto di frazione indifferenziata di origine industriale, classificata con codice CER 191212. Questa categoria comprende scarti derivanti dal trattamento di rifiuti industriali, come calcinacci, legno, pannelli coibentati, guaine, indumenti e altri materiali tessili.
Una volta giunti in Grecia e Bulgaria, i rifiuti non subivano alcun trattamento. Al contrario venivano abbandonati, in parte anche su terreni agricoli, con evidenti rischi ambientali.
Gli investigatori hanno accertato che gli scarti includevano rifiuti speciali e industriali, rifiuti tessili e frazione indifferenziata di RSU, cioè Rifiuti Solidi Urbani. Provenivano da un impianto di trattamento del Brindisino.
Molte balle contenevano materiale edile eterogeneo, tra cui calcinacci, legno, pannelli isolanti e guaine. Inoltre presentavano una quantità molto elevata di materiali inerti, come carta, cartone, tessili, vetro, ferro e gomma. In molti casi la percentuale di inerti superava il 60%. Si trattava quindi di rifiuti tutt’altro che recuperabili.
L’inchiesta coordinata dalla DDA di Lecce
Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Lecce ha emesso l’ordinanza cautelare su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia locale. Il provvedimento descrive una serie di condotte illecite accertate durante le indagini.
I Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico (NOE) di Lecce hanno avviato l’inchiesta nel gennaio 2024. L’attività investigativa è durata diversi mesi e ha interessato la provincia di Brindisi, la Grecia e la Bulgaria.
Gli investigatori hanno utilizzato anche strumenti tecnici, come intercettazioni telefoniche, videoriprese e pedinamenti. Grazie a queste attività hanno ricostruito l’intera filiera illecita e hanno disarticolato il sodalizio criminale.
Il meccanismo del profitto illecito
Il gruppo si avvaleva di società di intermediazione del settore per ottenere un profitto ingiusto. In particolare evitava i costi previsti per le corrette procedure di gestione dei rifiuti.
Gli indagati trasportavano e smaltivano centinaia di tonnellate di rifiuti in aziende situate in Grecia e Bulgaria. Attribuivano un falso codice CER e accompagnavano i carichi con documentazione falsa. In questo modo aggiravano i controlli e riducevano drasticamente le spese.
L’attività criminale ha generato un profitto illecito stimato in circa 300mila euro. L’autorità giudiziaria ha disposto il sequestro per equivalente di questa somma. Inoltre i militari hanno sequestrato due società e quarantaquattro automezzi impiegati nel traffico.
Il percorso dei rifiuti dal porto all’abbandono
Gli automezzi partivano da una società con sede a Brindisi e si dirigevano verso il porto locale. Qui i carichi venivano imbarcati con la compiacenza di spedizionieri e dipendenti di società colluse.
Successivamente le navi raggiungevano la Grecia e la Bulgaria. Tuttavia, una volta arrivati a destinazione, i rifiuti non venivano sottoposti alle attività di trattamento dichiarate nei documenti.
Al contrario venivano stoccati e abbandonati all’interno di capannoni industriali dismessi. In questo modo il gruppo evitava ogni costo di recupero o smaltimento regolare, trasferendo all’estero un grave danno ambientale.





