A QUESTA DOMANDA RISPONDE IL GIORNALISTA DI INCHIESTA E REGISTA, CLAUDIO CUGUSI, CON IL DOCUFILM CHE STA REALIZZANDO A SAMATZAI, NEL SUD SARDEGNA. PROTAGONISTI GLI STESSI ABITANTI DEL POSTO CHE SI SONO AMMALATI DI TUMORI A CAUSA DEL GRAVE DANNO AMBIENTALE GENERATO DA UNA ENORME “DISCARICA DI RIFIUTI ANCHE PERICOLOSI IN ASSENZA DI AUTORIZZAZIONE…”, NELLA PROPRIETÀ DI ITALCEMENTI
Giustizia e responsabilità a Samatzai
Omar Cabua, residente a Samatzai, chiede giustizia dopo essersi ammalato di cancro. Da anni denuncia apertamente il grave stato di inquinamento in cui versa la sua città. Causato da un enorme danno ambientale prodotto da una discarica abusiva riconducibile a Italcementi.
Cabua, ha segnalato lui stesso ai carabinieri il continuo viavai di camion di aziende estranee alla società bergamasca che, anche durante le ore notturne, scaricavano ogni tipo di rifiuto all’interno della vasta area di proprietà del cementificio.
Quei rifiuti, in tonnellate, hanno riversato veleni nel territorio, inquinando anche le falde acquifere.
A seguito delle denunce, il sostituto procuratore Giangiacomo Pilia ha avviato un indagine. Che ha portato Italcementi, colosso industriale Italiano, a processo con l’accusa di disastro ambientale. Sei dirigenti dell’azienda, la cui sede sociale di trova a Bergamo, hanno subito misure cautelari.
Spetterà ora ai giudici del Tribunale di Cagliari stabilire se esiste un nesso causale tra la patologia di Cabua, quella di altri cittadini di Samatzai e della vicina Nuraminis, e i rifiuti di ogni genere scaricati nell’area nel cementificio dagli anni Ottanta fino al 2015, anni in cui gli sversamenti sono cessati dopo gli esposti.
La mancanza di un registro tumori, però, complica il lavoro dei magistrati, che faticano a dimostrare le responsabilità penali legati a malattie e decessi già accertati – circa sessanta ma il numero continua a crescere – nei comuni del Basso Campidano.
Samatzai: Il docufilm
Di pari passo al processo, il giornalista di inchiesta, Claudio Cugusi, procede con le riprese – dietro la macchina da presa c’è il fotografo Marco Melis – del suo docufilm. L’inchiesta giornalistica, va avanti grazie alle tante testimonianze coraggiose delle vittime superstiti.
«Il tema qual’è? – ci dice Cugusi raggiunto al telefono -. Poiché la Regione Sardegna non ha un registro tumori, noi non siamo in grado di capire se c’è una correlazione tra l’incidenza di alcune patologie tumorali, in quel territorio e questa attività inquinante».
L’area è devastata da metalli pesanti e rifiuti di ogni tipo, sottolinea il giornalista.
«Quindi, il senso di questo lavoro e di andare, con le testimonianze che stiamo raccogliendo, a capire se esiste o no un nesso di causalità tra quelle patologie e quel sito. Oppure se, invece, quelle patologie sono legate ad altre fonti di inquinamento, al momento ignote».
Tra le persone intervistate da Cugusi, ci sono anche i testimoni al processo, Omar Cabua e un sottufficiale dei Carabinieri, il quale risponde al presidente della corte che «quando pioveva, dalla terra usciva schiuma».
L’obiettivo di questo docufilm è di portare a conoscenza del Paese intero questa vicenda, ignorata sinora dai media al di fuori della Sardegna.
Ma, soprattutto, l’autore spera di ottenere un obiettivo che «sino a quando noi non istituiremo il registro dei tumori non potremo sapere se c’è una correlazione. Quindi questa è una battaglia di civiltà, oltre che di giustizia. Cioè, istituite questo benedetto registro. Metteteci tutti nelle condizioni di sapere che succede».
Le indagini, i testimoni, le prove
La causa è in piena discussione dibattimentale. Sono stati ascoltati i testimoni del pubblico ministero. In particolare Omar Cabua, che ha anche fondato un comitato, il quale ha spiegato i motivi che lo hanno indotto a denunciare la condotta fuorilegge di Italcementi. Quindi sono stati escussi gli ufficiali giudiziari che hanno condotto le indagini.
Di tutto rilievo la testimonianza del luogotenente dei Carabinieri Andrea Murenu, il quale ha visto di persona quando un automezzo di un’azienda esterna è stata autorizzata da un responsabile del cementificio a scaricare rifiuti all’interno della fabbrica.
Nel corso delle indagini, sono state effettuate delle cosiddette trincee che hanno permesso di verificare la geologia dei rifiuti, cioè a seconda delle stratificazioni è stato possibile valutare quali e quanti fossero.
Le trincee
«Le trincee sono un bel, po’ – afferma Murenu, come riportato nel verbale di udienza -. Penso fossero undici trincee, e in ognuna all’interno dell’area abbiamo trovato tantissimi rifiuti interrati». Il luogotenente sostiene, quindi, di aver trovato insieme con un maresciallo del NOE e personale dell’ARPA Sardegna «mattoni refrattari d’alto forno esausti, rifiuti da demolizione, rifiuti metallici e ferrosi, rifiuti di vetro, rifiuti costituiti da terre pulverulente di colore bianco, grigiastro… bidoni di olio esausto, plastiche, molte di queste polveri erano, grandi quantità di polveri bianche, rossastre… eternit (cemento-amianto)».
Quest’ultimo, l’eternit, che per l’avvocato di parte civile, Pierandrea Setzu, è un dato “fondamentale”, come recita il verbale di udienza, del 19 ottobre del 2023 redato al Tribunale di Cagliari sezione penale. Ma, «tra gli elementi che vengono indicati a sostegno dell’accusa… – spiega Setzu – anni prima c’era stata una causa che alcuni agricoltori avevano già vinto contro Italcementi. Italcementi era già stata condannata per le polveri».
Un consulente tecnico della Regione ha quindi effettuato le dovute analisi di laboratorio, che hanno rivelato la presenza di cromo esavalente, arsenico, manganese, solfati e selenio.
Arsenico, manganese, solfati e selenio, hanno avvelenato il fiume Surri
La parte civile, rappresentata dall’avv. Setzu, si è avvalsa inoltre di foto aeree e satellitari, grazie alla disponibilità di ENEA, per datare la cronologia dell’espansione dei siti dove sono stati effettuati gli sversamenti.
E, quindi, come questi sversamenti abbiano, nel tempo, avvelenato le falde acquifere del territorio. A poca distanza dalle discariche di Italcementi scorre il fiume Surri (vedi copertina, foto lanuovasardegna.it), sottoposto tra l’altro, a vincolo ambientale.
«Avvelenato, è la parola giusta – afferma Pierandrea Setzu -. Un agronomo spiegherà come queste falde acquifere – avvelenate – abbiano influito sulle colture, sul deprezzamento dei terreni e sull’economia del luogo. Poi passeremo a medici legali e oncologi che spiegheranno la potenzialità cancerogena di questi rifiuti».
Samatzai: Omar Cabua, il supertestimone
Un po’ come per la ex ILVA a Taranto, Samatzai, nel Sud Sardegna, vive una situazione non facile. «Il cementificio dà lavoro a poche persone, però c’è un piccolo indotto – spiega l’avv. Setzu – e in un paese che è economicamente depresso, come quelli del centro Sardegna, anche un piccolo indotto è come la manna dal cielo. Qui, invece, succede esattamente il contrario».
E, a farne le spese, è Omar Cabua. Infatti, «Cabua è stato vittima di intimidazioni, è stato picchiato». Anche una molotov lanciata contro il portone di casa. «Ci sono altri tre procedimenti penali contro ignoti, nei quali Cabua risulta come persona offesa». Omar è stato picchiato più volte sotto casa al suo rientro; più volte ha trovato biglietti minatori con le minacce di morte.
Tutto questo «perché ho deciso di denunciare, ormai da anni, lo stato di inquinamento di Samtzai – racconta il supertestimone nel corso di una intervista a Cagliaripad -. Qui per quattro posti di lavoro hanno devastato il territorio, portato malattie, violentato l’ambiente. Io sto pagando per il mio coraggio».
Pertanto, «si è messo alla testa di questo comitato per cercare giustizia». Infatti, chiarisce l’avvocato Pierandrea Setzu, la cortina di omertà è ormai lacerata e cresce l’elenco di cittadini di Samatzai e Nuraminis che hanno contratto malattie cancerogene e ora chiedono di conoscere la verità.
«Ma la vera domanda è: quanti decenni ci vorranno per bonificare l’area e rinaturalizzarla? E chi pagherà i conti dei terreni violentati?», si chiede Claudio Cugusi.
Ambiente, salute pubblica e diritto alla verità
La vicenda di Samatzai pone al centro il tema della salute pubblica e del diritto alla verità ambientale, soprattutto nei territori colpiti da inquinamento industriale di lunga durata.
L’assenza di strumenti come il registro tumori rende più difficile accertare le responsabilità e tutelare i cittadini esposti a rischi ambientali gravi e prolungati.
Si tratta di una questione che riguarda la prevenzione, la trasparenza istituzionale e la possibilità per le comunità di conoscere l’impatto reale dell’inquinamento sull’ambiente e sulla salute collettiva.















