DALLA BONIFICA DELL’AMIANTO ALLA DECARBONIZZAZIONE, DALL’EFFICIENTAMENTO ISTITUZIONALE E BUROCRATICO ALLA LEGGE SUL RIPRISTINO DELLA NATURA, ALLA COSTRUZIONE DEL PONTE SULLO STRETTO. COSA SERVE PER OTTENERE GLI OBIETTIVI STABILITI SECONDO IL PARERE DI GIAMPIERO CARDILLO, GENERALE DEI CARABINIERI IN CONGEDO, CON UNA LAUREA IN ARCHITETTURA
Giampiero Cardillo, generale dei Carabinieri in congedo, una laurea in architettura, è membro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio Nazionale Amianto sin dalla sua costituzione. Durante i governi Conte I e II il ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare Sergio Costa ha voluto il generale Cardillo, insieme con l’avv. Ezio Bonanni, presidente dell’ONA, nella Commissione Amianto del suo dicastero.
«Lo Stato non può limitarsi a disporre il divieto di utilizzo dell’amianto, ma deve dare al cittadino la possibilità, gli strumenti facilmente praticabili e agevolazioni adeguate per rimuoverlo», aveva già sottolineato il generale nel corso del suo intervento al convegno Amianto, ambiente e salute: per Roma Capitale d’Europa, organizzato dall’ONA il 28 luglio di un anno fa. E non ha cambiato opinione.
«Bisogna trovare una soluzione al problema amianto, non rivolgersi solamente ai tribunali».
In sintesi, spiega Cardillo, l’ONA nel contributo ai lavori della Commissione ministeriale ha espresso preoccupazione per l’approccio esclusivamente giudiziario per risolvere il problema dell’amianto. Infatti, ha spiegato il generale, l’esito finale dei lavori si è focalizzato principalmente sull’aumento delle pene per coloro che violano le norme che riguardano l’amianto, trascurando altre possibili soluzioni o approcci.
Norme troppo centrate sul privato inadempiente, sottolinea l’alto ufficiale «e troppo poco sull’efficientamento istituzionale, sia operativo, che sanitario e previdenziale. Istituzioni che dovrebbero fiancheggiare e non soverchiare il privato, alle prese con un materiale, l’amianto, che, fino al 1992, è stato larghissimamente impiegato legalmente in migliaia di prodotti diversi in centinaia di migliaia di siti di ogni dimensione».
Con l’obiettivo di come gestire le bonifiche dell’amianto, l’ONA propose in Commissione un’idea definita “Modello Ruhr”, ispirata a un progetto pubblico-privato condotto in Germania. Questo progetto ha coinvolto tutte le forze scientifiche, professionali, produttive, istituzionali e politiche tedesche. «In dieci anni – chiosa Cardillo – hanno bonificato un’area gigantesca ammalorata, pericolosa e depressa dalla fine della “Prima Guerra” (Mondiale – ndr). Dal 2000 i tedeschi ci vanno in vacanza».
In Italia «inefficienza istituzionale» drammatica
Quindi, ci sembra di capire, che nel nostro Paese manca proprio un certo efficientamento burocratico. Sabino Cassese, sul Corriere della Sera, fa notare Cardillo, «calcola che si è speso il 10% dei fondi PNRR in appalti per lavori e forniture. Se aggiungiamo i cinquecento provvedimenti attuativi ancora da licenziare per norme già approvate da questo e dai precedenti governi, il quadro dell’inefficienza istituzionale si compone in tutta la sua drammaticità».
E risolvere il problema amianto richiede il coordinamento di risorse finanziarie, tecniche e produttive italiane, oltre a un contributo significativo da parte dell’Unione Europea.
A proposito dell’Unione Europea, il generale ribadisce con attrazione quanto affermato nel corso di una intervista a Radio Radicale che, in Europa, vengono definiti obiettivi specifici, come la transizione energetica, con limiti di tempo entro i quali bisognai agire per attuare queste disposizioni. Però, si possono rispettare questi tempi stabiliti solo se si hanno istituzioni efficienti. E tenendo conto della capacità di spesa del governo.
L’articolo 117 della Costituzione, sottolinea il nostro interlocutore, parla di territorio, turismo, valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici… «sono tutte istituzioni che dobbiamo far funzionare».
«L’Europa stabilisce i tempi di esecuzione. E dobbiamo attenerci a questi tempi, perché chi non li rispetta non fa parte del grande progetto federale».
Europeista al cento percento
Quindi signor generale lei è europeista.
«Al cento percento. Sarebbe illogico e antistorico non esserlo. Non credo si abbia nostalgia di conflitti prima economici, poi armati, ad esempio, tra Francia e Germania. Europa vuol dire anzitutto pace. E le ragioni dello stare assieme in pace è la prosperità nella libertà per tutti gli europei.
Ora, come al suo esordio, l’EU si trova sempre di più ad affiancare ai propri progetti altri obiettivi non generati al suo interno. L’assestamento del potere geo-politico in corso dall’89 (la caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre del 1989, segnò la fine dei due blocchi in cui era divisa l’Europa -ndr) produce continuamente obiettivi di livello globale cui non può sottrarsi. Guerre comprese. È un’era di cambiamenti epocali e di resistenza. PNRR, ad esempio, è una sigla significativa la “R” finale».
L’argomento Europa Unita ci consente di introdurre nel confronto con il nostro ospite il tema “Ambiente”. Nei giorni scorsi il Parlamento Europeo ha approvato la proposta di legge sulla Nature Restoration Law.
La legge sul ripristino della natura è fondamentale per combattere il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità e riduce i rischi per la sicurezza alimentare.
A questo proposito, il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini ha affermato che «definire il provvedimento europeo, che ha l’obiettivo di ricostruire la natura per il futuro, la sicurezza e il benessere dei cittadini, “follia ideologica”».
Per il ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida sono «farneticazioni della sinistra».
E per il vicepremier Antonio Tajani è «una legge che rischia di fare danni enormi».
Queste frasi, dette da ministri di un governo che si ritiene europeista e verde ci confondono un po’ le idee. Signor generale qual è la sua opinione a proposito?
«Come dicevo prima – risponde il generale – ci sono progetti globali di innegabile fascino umanistico e urgenza documentata. L’EU non può che aderire e, quindi, anche noi. Con tempistiche serrate assai. Programmi di tutela e buon uso della natura (il neo licenziato NRL), come la transizione energetica, la decarbonizzazione, sono alberi della cuccagna da scalare con moltissimo sapone attorno. Non sarà per tutti raggiungere il premio. Anche se di solito il voto favorevole è unanime, nonostante la consapevolezza di non avere la “logistica” a posto per simili sfide colossali».
Vinceranno solo i campioni
Secondo il parere di Cardillo, progetti federali europei, come armi, spazio, energia, ambiente, per esempio, sono ineluttabili, irrifiutabili. Se un Paese non ha istituzioni efficienti per affrontare e sostenere gli obiettivi stabiliti, l’Europa dovrebbe intervenire tempestivamente per aiutarlo a migliorarle.
«Se le Istituzioni (e la sinergia pubblico-privato) non dovessero funzionare, la nazione inadempiente farebbe un passo indietro, fino all’irrilevanza in EU e nel mondo. Resisteranno solo i migliori. Vinceranno solo i campioni. Più nazioni EU resisteranno o emergeranno, più l’EU potrà fare passi integrativi in avanti. Più ne falliranno, più l’EU scomparirà come player nel riassetto del potere globale in via di assestamento».
Decarbonizzazione e nuove fonti: essenziali per un futuro sostenibile
Secondo il Global Risk Report 2023 del World Economic Forum (redatto da 1200 esperti di economia nel mondo), i primi quattro fattori di rischio per le nostre società e per le nostre economie, in una proiezione a dieci anni, sono direttamente collegati alla crisi climatica e alla perdita di biodiversità. Lei è d’accordo?
«Non ho letto quei rapporti. Sto solo constatando che decarbonizzazione e sviluppo di nuovi tipi di energia non riescono a convivere senza che il primo obiettivo sia tradito dal secondo».
Quindi, secondo il nostro ospite, il raggiungimento di obiettivi come la decarbonizzazione e lo sviluppo di nuove fonti di energia può essere una sfida complessa. Separare i due obiettivi potrebbe accelerare la ricerca e l’innovazione energetica ma potrebbe anche ritardare la decarbonizzazione. Tuttavia, un approccio equilibrato che considera entrambi gli obiettivi è essenziale per garantire un futuro sostenibile.
Però… «impedire alla Cina, all’India, e non solo a loro, di usare il carbone o petrolio-derivati per produrre macchine per l’energia a emissione carbonica zero è una chimera. Ma in questi progetti globali le contraddizioni si consumano a volte rapidamente per una svolta donata dalla ricerca in progressione. Separando gli obiettivi la progressione della ricerca sarebbe geometrica o esponenziale. Ma le cose oggi stanno così. E occorre giocare la partita con le carte che si hanno in mano. Perciò: efficienza ed efficacia istituzionale e del sistema pubblico-privato. Questo è il mantra per noi italiani-europei. Lamentarsi è improduttivo. Anzi dannoso».
La parola all’architetto
Come detto all’inizio, Giampiero Cardillo ha anche una laurea in Architettura. Da questo punto di vista, sentiamo cosa ha da dire sulla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina. Il ministro Salvini ha affermato che il Ponte sullo Stretto «sarà un’opera green». Quanto green, però, non è chiaro perché il progetto è un controsenso rispetto agli obiettivi del Green Deal europeo. Il riferimento potrebbe essere al risparmio di emissioni di CO2, riducendo le corse dei traghetti, che hanno una impronta carbonica elevata. Sul ponte, però, oltre alle automobili, transiterebbero mezzi pesanti per il trasporto su gomma, comunque inquinanti e in controtendenza rispetto alle norme promulgate dalla Commissione Europea.
Perché, invece, non pensare a quanto si risparmierebbe sia in termini di anidride carbonica sia in soldi pubblici se adottassimo traghetti elettrici, come già avviene a Sønderborg, in Danimarca, per esempio?
«Vede che torna il ragionamento degli obiettivi gemellati? Il ponte sarà abbastanza green? Ricordo di aver visto il progetto più di dieci anni fa. La domanda che tutti si facevano era allora: sarà abbastanza stabile anche con il prossimo terremoto di Messina, atteso da decenni? E di seguito: reggerebbe meglio un ponte di Archimede sommerso? Oppure sarebbe meglio fare una galleria sottomarina giacché la tecnologia per farla è decisamente più collaudata?
Il problema riferito al territorio era solo la tutela paesaggistica e funzionale, atteso che sarebbe sconvolta la zona ove insisterebbero i piloni e i raccordi stradali e ferroviari. Come vede l’introduzione dell’impronta carbonica non era fra i dati di progetto. Una verifica comparata con altre tecniche costruttive credo l’abbiano fatta.
Calcoli di risparmio energetico non da fonti rinnovabili sarebbero incongrui, giacché ci si aspetta un enorme aumento del traffico veicolare e ferrato. Ma i veicoli dovranno essere green tra breve. Anche i Tir, pare. Perciò scontata l’energia non green da utilizzare per la costruzione, i dubbi dovrebbero azzerarsi.
Resterebbero in piedi i dubbi sorti più di dieci anni fa. Ma, come ho detto, confido siano risolti. Esempi scandinavi? Non abbiamo le stesse condizioni preliminari di progetto. E magari avessimo la loro stessa capacità realizzativa.
Per concludere: da architetto le posso dire che l’edilizia è come una medicina. Un po’ cura, un po’ fa male. Decidere di prenderla è sempre difficile. Speriamo non diventi impossibile».








