domenica, Ottobre 25, 2026

TFA nel sangue degli europei: trovato nel 100% dei campioni, cresce l’allarme per i PFAS

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IL TFA NEL SANGUE È STATO RILEVATO IN TUTTI I 110 CITTADINI EUROPEI COINVOLTI IN UNA NUOVA INDAGINE PROMOSSA DAL GRUPPO DEI VERDI AL PARLAMENTO EUROPEO. L’ACIDO TRIFLUOROACETICO, UNA SOSTANZA DELLA FAMIGLIA DEI PFAS, È STATO INDIVIDUATO CON UNA CONCENTRAZIONE MEDIANA DI 21,22 NANOGRAMMI PER MILLILITRO, TRA LE PIÙ ELEVATE FINORA RIPORTATE NEGLI STUDI SUL SANGUE UMANO. IL RISULTATO NON DIMOSTRA UN DANNO ALLA SALUTE NEI PARTECIPANTI MA SOLLEVA NUOVE PREOCCUPAZIONI SULLA DIFFUSIONE DI UN INQUINANTE ESTREMAMENTE PERSISTENTE, PRESENTE NELL’ACQUA, NEGLI ALIMENTI E NELL’AMBIENTE.

L’indagine europea ha rilevato che il TFA raggiunge l’organismo umano attraverso diverse vie di esposizione

L’inquinamento da PFAS (acronimo di Per-and polyfluoroalkyl Substances), non riguarda più soltanto le falde acquifere, i terreni agricoli o gli alimenti contaminati.

Una nuova indagine europea ha cercato l’acido trifluoroacetico, conosciuto come TFA, nel sangue di 110 persone e lo ha individuato in tutti i campioni analizzati.

Il risultato aggiunge un elemento importante alla crescente attenzione scientifica verso una sostanza estremamente persistente, capace di diffondersi nell’ambiente e di raggiungere l’organismo umano attraverso diverse vie di esposizione.

L’indagine è stata promossa dal gruppo dei Verdi al Parlamento Europeo, su iniziativa dell’eurodeputata Cristina Guarda, e i risultati sono stati diffusi da Pesticide Action Network Europe (PAN Europe).

La concentrazione mediana di TFA nel sangue è risultata pari a 21,22 nanogrammi per millilitro, con valori compresi tra 4,67 e 58,35 ng/mL. Si tratta di livelli particolarmente elevati rispetto a quelli documentati in diverse precedenti ricerche, anche se le differenze tra popolazioni e metodologie impongono prudenza nei confronti.

Il dato più significativo non è soltanto la presenza del composto in ogni campione ma la conferma di un’esposizione che potrebbe essere alimentata da numerose fonti ambientali.

Il TFA è stato infatti individuato negli ultimi anni nelle acque superficiali e sotterranee, nelle precipitazioni e in diversi prodotti alimentari, mentre continuano a emergere nuove informazioni sulle sostanze industriali, agricole e farmaceutiche che possono contribuire alla sua formazione.

La ricerca non permette di stabilire quanto siano rappresentative le concentrazioni osservate rispetto all’intera popolazione europea, né dimostra che i partecipanti abbiano subito conseguenze sanitarie.

Evidenzia però la necessità di comprendere meglio come il TFA entri nell’organismo, quali siano gli effetti dell’esposizione prolungata e come limitarne l’accumulo nell’ambiente.

Che cos’è il TFA e perché viene considerato un PFAS persistente?

Il TFA, o acido trifluoroacetico, è un composto fluorurato a catena ultracorta appartenente alla vasta famiglia delle sostanze per- e polifluoroalchiliche, generalmente indicate con l’acronimo PFAS. Questa famiglia comprende migliaia di composti utilizzati in numerosi processi industriali e prodotti, accomunati dalla presenza di legami tra carbonio e fluoro particolarmente resistenti.

La stabilità di questi legami contribuisce alla persistenza ambientale di molte sostanze fluorurate. Nel caso del TFA, la caratteristica più rilevante è la combinazione tra elevata persistenza e grande mobilità nell’acqua, che ne favorisce la diffusione attraverso fiumi, falde sotterranee e altri comparti ambientali.

Il TFA può essere rilasciato direttamente oppure formarsi dalla degradazione di altre molecole contenenti gruppi fluorurati, comprese alcune sostanze utilizzate nei pesticidi e nei gas refrigeranti. Una volta prodotto, risulta estremamente difficile da eliminare attraverso i normali processi naturali di degradazione.

A differenza di alcuni PFAS a catena lunga, come PFOA e PFOS, il TFA non presenta necessariamente la stessa tendenza a permanere a lungo nei tessuti umani. Questa distinzione è importante, perché i PFAS non hanno tutti il medesimo comportamento tossicologico e biologico.

Una minore capacità di bioaccumulo non significa tuttavia assenza di esposizione. Se una sostanza è presente stabilmente nell’acqua e negli alimenti, l’organismo può entrarvi in contatto ripetutamente, anche quando una parte viene eliminata attraverso i normali processi fisiologici.

È proprio questa combinazione tra persistenza ambientale, diffusione e possibilità di esposizione continua a rendere il TFA una sostanza di crescente interesse per la ricerca e la regolamentazione europea.

Che cosa rivela lo studio sul TFA nel sangue di 110 cittadini europei?

L’indagine promossa dal gruppo dei Verdi al Parlamento Europeo ha analizzato campioni di sangue provenienti da 110 partecipanti, ricercando il TFA insieme con altri PFAS a catena corta e lunga. Il composto è stato rilevato nel 100% dei campioni, con una concentrazione mediana di 21,22 ng/mL e un intervallo compreso tra 4,67 e 58,35 ng/mL.

La mediana indica il valore centrale della distribuzione: metà dei campioni presenta concentrazioni inferiori e metà superiori. Non coincide quindi con la concentrazione media aritmetica e non permette, da sola, di ricostruire la distribuzione completa dei risultati.

Secondo PAN Europe, le concentrazioni di TFA osservate erano generalmente da quattro a cinque volte superiori a quelle complessive degli altri PFAS a catena lunga considerati nell’analisi.

Il risultato suggerisce che il contributo del TFA all’esposizione misurata nel sangue possa essere importante, pur senza consentire confronti diretti tra la tossicità delle diverse sostanze.

Un altro elemento interessante riguarda le correlazioni tra i composti. I livelli di TFA mostravano soltanto una debole relazione con quelli del PFOA e una correlazione limitata o assente con altri PFAS a catena lunga.

Questo andamento potrebbe indicare che le fonti di esposizione al TFA siano almeno in parte differenti rispetto a quelle dei PFAS più conosciuti. La presenza di precursori fluorurati in diversi settori produttivi rende infatti complessa la ricostruzione delle origini della contaminazione.

Il campione di 110 persone non è però sufficiente per stimare la distribuzione del TFA nel sangue dell’intera popolazione europea. Per ottenere un quadro rappresentativo servirebbero indagini più ampie, con criteri di selezione definiti, informazioni sulle abitudini alimentari e dati sulle condizioni ambientali dei territori di provenienza.

Quanto TFA nel sangue era stato trovato nelle ricerche precedenti?

Le misurazioni dirette del TFA nel sangue umano sono ancora relativamente poco numerose rispetto agli studi dedicati a PFOA, PFOS e ad altri composti fluorurati. Le ricerche disponibili mostrano tuttavia che l’esposizione non è limitata a un singolo territorio.

Uno studio condotto in Cina su 252 adulti aveva individuato il TFA nel 97% dei campioni, con una concentrazione mediana di 8,5 ng/mL. Un’altra ricerca negli Stati Uniti aveva rilevato la sostanza nel 74% degli 81 partecipanti, mentre un’indagine su 119 adulti della Carolina del Nord aveva registrato una mediana di 17 ng/mL.

Rispetto a questi risultati, il valore mediano di 21,22 ng/mL osservato nell’indagine europea appare particolarmente elevato. Il confronto deve però considerare le differenze nei metodi analitici, nelle popolazioni selezionate e nelle possibili fonti di esposizione.

Un contributo importante arriva anche dallo studio condotto sulla coorte norvegese EuroMix, un gruppo di studio composto da volontari gestito in collaborazione con l’Istituto Norvegese di Sanità Pubblica – FHI, nel quale il TFA è risultato il singolo PFAS più abbondante tra quelli analizzati. La ricerca ha inoltre evidenziato una differenza significativa tra le persone che assumevano fluoxetina e quelle che non utilizzavano il farmaco.

Tra i partecipanti non esposti alla fluoxetina, la concentrazione mediana era pari a 6,22 ng/mL, mentre tra gli utilizzatori raggiungeva 27,7 ng/mL. Il dato suggerisce che anche il metabolismo di alcuni medicinali fluorurati possa contribuire alla presenza di TFA nell’organismo.

Questa osservazione è particolarmente importante perché dimostra quanto sia difficile attribuire le concentrazioni misurate a una sola fonte. La contaminazione ambientale può contribuire all’esposizione, ma il profilo individuale dipende anche da alimentazione, acqua consumata, eventuali farmaci e altri fattori.

Come arriva il TFA nel sangue attraverso acqua e alimenti?

Il TFA può raggiungere l’organismo attraverso diverse vie ma acqua potabile e alimentazione rappresentano fonti di particolare interesse per gli studi sull’esposizione della popolazione.

La grande mobilità della sostanza favorisce il suo trasferimento nelle acque superficiali e sotterranee. Quando raggiunge le falde utilizzate per l’approvvigionamento idrico, può diventare difficile da rimuovere con i trattamenti convenzionali, che non sono necessariamente progettati per intercettare composti così piccoli e solubili.

Anche l’agricoltura può contribuire alla presenza di TFA nell’ambiente. Alcuni pesticidi fluorurati possono infatti degradarsi formando questo composto, che può successivamente raggiungere il suolo, le acque e le colture.

PAN Europe segnala che circa 30 sostanze attive utilizzate nei pesticidi europei appartengono alla famiglia dei PFAS e che molte possono generare TFA durante i processi di degradazione. L’organizzazione considera questi prodotti una fonte importante di contaminazione diffusa e chiede interventi normativi per limitarne l’impiego.

La presenza di TFA negli alimenti può dipendere da diversi processi, tra cui l’assorbimento attraverso l’acqua e il suolo. Le concentrazioni non sono però uniformi e possono variare in funzione delle colture, delle condizioni ambientali e delle pratiche agricole.

Non è quindi possibile indicare un alimento universalmente responsabile dell’esposizione, né concludere che il consumo di un singolo prodotto determini concentrazioni elevate nel sangue.

Per comprendere il contributo relativo delle diverse fonti sono necessari studi che combinino analisi ambientali, misurazioni negli alimenti e biomonitoraggio umano. Soltanto attraverso questo approccio è possibile ricostruire con maggiore precisione i percorsi della contaminazione.

Quali sono i rischi del TFA per la salute umana?

La presenza di TFA nel sangue dimostra che l’organismo è stato esposto alla sostanza, ma non costituisce di per sé una diagnosi di intossicazione o la prova di un danno sanitario.

La valutazione del rischio richiede di considerare la quantità assorbita, la durata dell’esposizione, le modalità di eliminazione e gli effetti tossicologici osservati negli studi disponibili.

La ricerca sul TFA è ancora in evoluzione, soprattutto per quanto riguarda le conseguenze dell’esposizione cronica a basse dosi nella popolazione generale. Alcuni studi sperimentali hanno esaminato possibili effetti sulla riproduzione e sullo sviluppo, mentre altri hanno approfondito le interazioni con la funzione tiroidea e con diversi processi biologici.

È necessario distinguere i risultati ottenuti negli animali da quelli dimostrati nell’uomo, perché le dosi utilizzate negli esperimenti e le differenze tra specie possono influenzare l’interpretazione dei dati.

La valutazione sanitaria deve inoltre tenere conto del fatto che le persone non sono esposte a una sola sostanza, ma a miscele di contaminanti presenti nell’ambiente. Le conoscenze sugli effetti combinati dei PFAS e dei loro prodotti di degradazione sono ancora incomplete.

Il principio di precauzione assume particolare rilievo quando una sostanza è estremamente persistente e la sua presenza ambientale tende ad aumentare. Ridurre le emissioni può infatti essere più efficace che tentare di rimuovere successivamente un contaminante già diffuso nelle falde e negli ecosistemi.

Questo non significa che ogni concentrazione rilevabile nel sangue comporti un rischio sanitario accertato. Significa piuttosto che l’ampiezza dell’esposizione e le incertezze tossicologiche rendono necessari monitoraggi e valutazioni scientifiche più approfonditi.

Esiste un limite di sicurezza per il TFA nel sangue?

Attualmente non esiste una soglia clinica universalmente riconosciuta che permetta di stabilire, attraverso un singolo valore di TFA nel sangue, se una persona abbia subito un danno alla salute.

Il rapporto diffuso dai Verdi europei richiama una dose giornaliera accettabile di 0,014 milligrammi per chilogrammo di peso corporeo, attribuita alla valutazione dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA). Questo valore viene utilizzato nel documento per elaborare un confronto indicativo con le concentrazioni misurate nel sangue.

Secondo la stima riportata, la dose giornaliera corrisponderebbe a una concentrazione ematica di circa 24 ng/mL, vicina alla mediana di 21,22 ng/mL osservata nell’indagine.

Il confronto deve essere interpretato con estrema cautela. Una dose giornaliera espressa in milligrammi per chilogrammo di peso corporeo non è direttamente equivalente a una concentrazione misurata nel sangue, espressa in nanogrammi per millilitro.

Per passare dall’una all’altra sono necessari modelli tossicocinetici che descrivano assorbimento, distribuzione ed eliminazione della sostanza. Il risultato dipende quindi dalle ipotesi utilizzate e non rappresenta automaticamente una soglia diagnostica.

Non sarebbe corretto concludere che le persone con valori superiori a 24 ng/mL abbiano necessariamente subito un danno, così come non sarebbe corretto considerare qualsiasi concentrazione inferiore come garanzia assoluta di sicurezza.

La definizione di valori di riferimento affidabili richiede ulteriori studi e valutazioni delle autorità sanitarie, soprattutto per comprendere le conseguenze delle esposizioni ripetute nel corso della vita.

Perché il TFA è un problema anche per le falde e gli ecosistemi?

L’inquinamento da TFA rappresenta una questione ambientale particolarmente complessa perché la sostanza è molto solubile e può spostarsi facilmente attraverso il ciclo dell’acqua.

Una volta raggiunti i corsi d’acqua o le falde sotterranee, il composto può diffondersi su aree estese e persistere a lungo. La sua presenza non dipende necessariamente da un singolo impianto industriale o da un punto di scarico facilmente individuabile, ma può derivare da fonti distribuite sul territorio.

Tra queste rientrano le emissioni e la degradazione di diversi composti fluorurati utilizzati nell’agricoltura, nell’industria e in altri settori.

Le acque sotterranee sono particolarmente importanti perché costituiscono una risorsa essenziale per l’approvvigionamento idrico e per gli ecosistemi che dipendono dalla falda.

Uno studio condotto in Austria ha osservato un aumento delle concentrazioni di TFA nelle acque sotterranee nell’arco di quattro anni, rilevando associazioni con indicatori dell’attività agricola, tra cui nitrati e utilizzo di pesticidi.

Queste correlazioni non dimostrano che ogni presenza di TFA derivi esclusivamente dai prodotti fitosanitari, ma rafforzano l’attenzione sul contributo delle attività agricole alla contaminazione diffusa.

La persistenza del composto pone inoltre un problema di lungo periodo. Anche una riduzione delle emissioni non comporterebbe necessariamente una diminuzione immediata delle concentrazioni nelle falde, perché i tempi di ricambio delle acque sotterranee possono essere molto lunghi.

La prevenzione alla fonte diventa quindi una componente essenziale della protezione delle risorse idriche, insieme al monitoraggio ambientale e allo sviluppo di sistemi di trattamento adeguati.

Qual è la situazione del TFA e dei PFAS in Italia?

In Italia il tema dei PFAS è diventato particolarmente rilevante per le contaminazioni ambientali emerse in diversi territori, soprattutto in relazione a composti come PFOA e PFOS.

Il TFA presenta però caratteristiche differenti, che richiedono metodi analitici specifici e strategie di monitoraggio adeguate. La sua elevata mobilità e la diffusione delle possibili fonti rendono infatti difficile applicare automaticamente le stesse valutazioni utilizzate per altri PFAS.

L’indagine sui 110 cittadini europei non permette di stabilire quale sia il livello medio di TFA nel sangue della popolazione italiana. Per ottenere questa informazione servirebbero studi di biomonitoraggio rappresentativi, capaci di considerare differenze territoriali, abitudini alimentari e fonti locali di esposizione.

Anche il monitoraggio delle acque richiede attenzione. La presenza di TFA non può essere dedotta dalle concentrazioni degli altri PFAS, perché le sostanze possono avere origini e comportamenti ambientali differenti.

La tutela delle risorse idriche italiane dipende quindi dalla capacità di ampliare le conoscenze sui contaminanti emergenti. E di individuare le sostanze che contribuiscono alla loro formazione.

Un ruolo importante può essere svolto dalla ricerca pubblica, dalle agenzie ambientali e dalle autorità sanitarie, attraverso programmi coordinati di campionamento e analisi.

La diffusione del TFA nell’ambiente europeo rende inoltre necessaria una risposta che superi i confini nazionali. Questo perché la contaminazione può essere alimentata da prodotti e processi utilizzati in diversi Paesi.

Analisi del sangue – Foto del National Cancer Institute su Unsplash

Che cosa chiede PAN Europe per ridurre l’inquinamento da TFA?

Per PAN Europe, il risultato dell’indagine conferma la necessità di intervenire sulle fonti che contribuiscono alla formazione e alla diffusione del TFA.

L’organizzazione chiede in particolare il divieto dei pesticidi PFAS capaci di degradarsi in acido trifluoroacetico. Oltre a una più ampia restrizione europea delle sostanze fluorurate persistenti.

L’obiettivo è ridurre l’immissione di nuovi contaminanti nell’ambiente prima che raggiungano acque, suoli e alimenti.

La questione si inserisce nel dibattito europeo sulla regolamentazione dei PFAS. Esso deve conciliare la protezione della salute e dell’ambiente con la valutazione degli utilizzi industriali e delle alternative disponibili.

La presenza di TFA nel sangue di tutti i 110 partecipanti non dimostra che l’intera popolazione europea presenti le stesse concentrazioni. Rende però rende evidente l’importanza di ampliare il biomonitoraggio umano.

Il passo successivo dovrebbe essere la realizzazione di studi più estesi, accompagnati da valutazioni tossicologiche aggiornate e da una migliore identificazione delle fonti di esposizione.

La prevenzione rimane particolarmente importante per le sostanze estremamente persistenti. Quando un contaminante è già diffuso nelle falde e negli ecosistemi, la sua rimozione può richiedere interventi complessi e costosi, senza garantire un recupero rapido delle condizioni ambientali.

Il TFA nel sangue dei cittadini europei rappresenta quindi un nuovo elemento di conoscenza sulla diffusione dei PFAS. Ma anche un richiamo alla necessità di affrontare la contaminazione prima che diventi ancora più difficile da controllare.

La sfida non consiste soltanto nel misurare quanto TFA sia già presente nell’organismo umano. Consiste nel comprendere e ridurre i processi che continuano a introdurlo nell’ambiente.

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