“DISARMO CLIMATICO” È IL NUOVO LIBRO-INCHIESTA DI FRANCESCO VIGNARCA CHE INDAGA IL CIRCOLO VIZIOSO TRA GUERRE, DEVASTAZIONE AMBIENTALE E CRISI CLIMATICA. PUBBLICATO DA EDIZIONI AMBIENTE E IN LIBRERIA DAL 18 SETTEMBRE, IL VOLUME PARTE DAGLI IMPATTI ECOLOGICI DELLA MILITARIZZAZIONE PER AFFRONTARE ANCHE IL PERCORSO INVERSO: IL MODO IN CUI SCARSITÀ DI RISORSE, DEGRADO AMBIENTALE E CAMBIAMENTO CLIMATICO POSSONO AGGRAVARE FRAGILITÀ E TENSIONI GIÀ ESISTENTI
“Disarmo climatico”: guerra e ambiente
Guerre e crisi climatica ormai vengono generalmente raccontate come due grandi emergenze del nostro tempo, ciascuna con le proprie cause, i propri costi e le proprie politiche. Ma che cosa accade quando si prova a osservarle insieme?
Parte da questa domanda “Disarmo climatico”, il nuovo libro-inchiesta di Francesco Vignarca, pubblicato da Edizioni Ambiente nella collana VerdeNero e disponibile in libreria dal 18 settembre.
Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo ed esperto di commercio di armi e spesa militare, costruisce l’inchiesta seguendo infatti il rapporto tra ambiente e conflitti in entrambe le direzioni.
Da una parte ci sono le conseguenze della guerra: città distrutte, contaminazione di suoli e acque, infrastrutture compromesse, risorse consumate e territori che possono rimanere pericolosi molto tempo dopo la cessazione dei combattimenti.
Dall’altra emerge una questione più complessa. Degrado ambientale e cambiamento climatico possono sovrapporsi a povertà, disuguaglianze, instabilità politica e competizione per le risorse, aumentando la pressione su società già fragili.
È in questo spazio che Vignarca colloca il concetto che dà il titolo al libro: il “disarmo climatico”.
Che cosa propone “Disarmo climatico”?
Non si tratta semplicemente di un libro sull’inquinamento provocato dalle guerre. Ambiente, clima, pace e sicurezza appartengono ormai allo stesso sistema e dovrebbero essere affrontati attraverso politiche capaci di riconoscerne le interdipendenze. Il circolo vizioso descritto dall’autore comincia inoltre prima che una guerra venga combattuta.
La produzione degli armamenti richiede materie prime, energia e processi industriali. Gli apparati militari utilizzano combustibili, infrastrutture e grandi sistemi logistici. Quando iniziano le operazioni belliche, a questa impronta si aggiungono distruzioni, incendi, contaminazioni e danni agli ecosistemi.
La ricostruzione apre poi un’ulteriore fase, che richiede enormi quantità di cemento, acciaio, energia e altri materiali.
Il libro segue questo percorso per mettere in discussione un’idea di sicurezza concentrata prevalentemente sulla dimensione militare.
“Il disarmo climatico non è solo materia di vertici internazionali, si costruisce anche dal basso, una comunità alla volta”, sostiene Vignarca.
L’autore affronta così la questione climatica attraverso una prospettiva esplicitamente politica, proponendo un’alleanza tra pace, sostenibilità e giustizia sociale.

Vignarca parla di disarmo proprio mentre aumentano le tensioni internazionali
“A chi obietta che con la guerra alle porte parlare di disarmo è ingenuo, rispondo con i dati: è esattamente adesso il momento, perché la storia dei movimenti ci dice che il poco tempo che resta può ancora essere usato bene”.
Il libro esce effettivamente in una fase di forte crescita della spesa militare. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari, segnando l’undicesimo incremento annuale consecutivo. Rispetto al 2016, l’aumento reale accumulato è stato del 41%.
Il dato non dimostra di per sé che maggiori investimenti militari producano minori investimenti climatici. I bilanci pubblici dipendono da numerose variabili e alcuni Paesi possono aumentare contemporaneamente entrambe le voci.
Mostra però la dimensione economica assunta dalla sicurezza militare e rende pertinente la domanda posta dal libro: quali rischi vengono considerati prioritari quando gli Stati decidono dove indirizzare risorse, ricerca e capacità industriale?
Il “disarmo climatico” è la risposta proposta da Vignarca. Non costituisce una categoria scientifica o giuridica consolidata, ma un paradigma politico attraverso il quale l’autore prova a ridefinire il concetto di sicurezza.
Quanto pesa davvero una guerra sull’ambiente?
L’impatto può cominciare in poche ore e continuare per decenni.
Gli attacchi contro raffinerie, depositi di carburante e stabilimenti industriali possono liberare sostanze pericolose nell’aria, nell’acqua e nei terreni. Il danneggiamento degli acquedotti e degli impianti di depurazione può compromettere l’accesso all’acqua potabile e aumentare i rischi sanitari.
A questi effetti si aggiungono incendi, macerie, ordigni inesplosi e contaminazioni legate ai materiali utilizzati o dispersi durante le operazioni.
UNEP studia da decenni le conseguenze ambientali dei conflitti e ha realizzato numerose valutazioni postbelliche. Le analisi mostrano che la degradazione degli ecosistemi può ostacolare il ritorno delle popolazioni, rallentare la ricostruzione e compromettere attività economiche essenziali.
La guerra può inoltre indebolire proprio le strutture incaricate di proteggere l’ambiente. Quando le istituzioni sono impegnate nella sopravvivenza dello Stato, diventa più difficile controllare scarichi industriali, gestire rifiuti, monitorare le acque o proteggere foreste e aree naturali.
Il danno ambientale non coincide quindi soltanto con quello prodotto direttamente dalle armi.
Perché gli effetti ambientali continuano anche dopo la pace?
Bonificare un suolo contaminato richiede tempo e risorse. Un campo disseminato di ordigni non può essere immediatamente restituito all’agricoltura. Un sistema idrico danneggiato deve essere ricostruito prima che una comunità possa tornare a utilizzarlo in sicurezza.
L’Ucraina rappresenta uno degli esempi contemporanei più studiati.
Già nelle prime valutazioni sul conflitto, UNEP aveva descritto una crisi ambientale multidimensionale nella quale danni a infrastrutture, industrie, sistemi energetici ed ecosistemi si sovrapponevano a criticità precedenti.
Esiste poi un costo climatico della ricostruzione. Ripristinare abitazioni, strade, ponti e reti energetiche significa utilizzare enormi quantità di materiali e di energia. Il cemento e l’acciaio necessari per ricostruire le città possiedono a loro volta un’impronta carbonica.
La guerra lascia quindi una sorta di debito ambientale che continua a essere pagato quando i combattimenti sono terminati.
È proprio questa persistenza a rendere insufficiente una valutazione basata esclusivamente sulle distruzioni immediatamente visibili.
Qual è l’impronta climatica degli apparati militari?
È uno degli aspetti centrali dell’inchiesta di Vignarca e, allo stesso tempo, uno dei più difficili da quantificare con precisione.
Forze armate e industrie della difesa consumano energia lungo una catena molto estesa. Aerei, navi, mezzi terrestri e basi utilizzano combustibili. La produzione di armamenti richiede materiali ed energia. Le operazioni logistiche comportano trasporti su grandi distanze.
Durante i conflitti si aggiungono le emissioni generate dagli incendi e dalla distruzione delle infrastrutture, mentre nella fase successiva entra in gioco il costo carbonico della ricostruzione.
Il problema è disporre di inventari sufficientemente completi e confrontabili. È su questo punto che Vignarca propone una rendicontazione delle emissioni militari più trasparente, standardizzata e verificabile all’interno delle politiche climatiche.
La disponibilità dei dati non è un problema secondario. Se un settore viene misurato solo parzialmente, diventa difficile stabilire quanto contribuisca complessivamente alle emissioni e, soprattutto, valutarne l’evoluzione nel tempo.
“Disarmo climatico” inserisce quindi la trasparenza dell’impronta militare tra le condizioni necessarie per comprendere realmente il rapporto tra sicurezza e decarbonizzazione.
La crisi climatica può provocare nuove guerre?
È qui che il rapporto si rovescia e richiede maggiore cautela.
Dire che il cambiamento climatico “causa le guerre” sarebbe scientificamente semplicistico.
I conflitti nascono dall’interazione di fattori politici, economici, sociali, territoriali e storici. Una siccità non produce automaticamente una guerra e lo stesso evento climatico può avere conseguenze molto diverse in due società differenti.
La crisi climatica può però aggravare vulnerabilità esistenti.
UNEP individua tra i possibili rischi per la sicurezza collegati al cambiamento climatico la riduzione della disponibilità di acqua, cibo ed energia, la perdita dei mezzi di sussistenza, la competizione per alcune risorse e gli spostamenti di popolazione.
Questi fattori acquistano particolare rilevanza quando incontrano istituzioni fragili, forti disuguaglianze, povertà o tensioni già presenti.
Per questo viene spesso utilizzata l’espressione “moltiplicatore del rischio”. Non attribuisce al clima la responsabilità diretta di un conflitto. Descrive piuttosto la sua capacità di aumentare la pressione esercitata su sistemi sociali già vulnerabili.
È questa lettura, molto più articolata del determinismo climatico, che permette di comprendere il secondo lato del circolo vizioso analizzato da Vignarca.
Perché la guerra rende le comunità più vulnerabili al cambiamento climatico?
Un territorio colpito da siccità può reagire investendo in sistemi idrici più efficienti, modificando le colture, aumentando la capacità di accumulo dell’acqua o predisponendo programmi di assistenza.
Una società in guerra dispone di possibilità molto più limitate.
Le infrastrutture possono essere state distrutte. Tecnici e cittadini possono essere sfollati. Le amministrazioni locali possono non avere più risorse e le priorità finanziarie dello Stato vengono inevitabilmente modificate dall’emergenza militare.
Il Comitato internazionale della Croce Rossa sottolinea da tempo questa sovrapposizione tra conflitto e vulnerabilità climatica: le comunità coinvolte nelle guerre sono spesso anche quelle che dispongono di minori strumenti per prepararsi agli shock ambientali e riprendersi dopo averli subiti.
Qui il circolo descritto nel libro diventa particolarmente evidente.
La guerra degrada territorio e infrastrutture. Il degrado riduce la resilienza. Gli eventi climatici estremi colpiscono quindi società già indebolite e possono aggravare scarsità, insicurezza alimentare e spostamenti.
Quando le risorse naturali diventano parte del conflitto?
Acqua, suolo, foreste, combustibili fossili e minerali possono assumere ruoli molto differenti nelle guerre.
Possono essere distrutti o contaminati. Possono diventare obiettivi strategici. In altri casi, il loro sfruttamento contribuisce a finanziare gruppi armati o economie di guerra.
UNEP ha documentato come le risorse naturali possano concorrere all’innesco, al finanziamento o al prolungamento di alcuni conflitti, soprattutto dove i sistemi istituzionali sono fragili.
Accesso diseguale, esclusione di alcune comunità, corruzione e assenza di istituzioni capaci di gestire le controversie possono trasformare una pressione ambientale in un fattore di instabilità.
Per questo la gestione delle risorse naturali può diventare importante anche nella costruzione della pace successiva a un conflitto.
Che cosa significa affrontare il clima con una logica militare?
È uno degli aspetti meno immediati affrontati da “Disarmo climatico”.
Gli effetti del riscaldamento globale vengono ormai considerati anche nei documenti dedicati alla sicurezza: scarsità di risorse, eventi estremi, migrazioni, instabilità delle infrastrutture e possibili tensioni geopolitiche entrano nelle valutazioni strategiche.
Per Vignarca il problema emerge quando la risposta a queste vulnerabilità diventa prevalentemente securitaria.
Invece di intervenire sulle cause della fragilità – adattamento, accesso all’acqua, riduzione delle disuguaglianze, infrastrutture e cooperazione – si rischia di concentrare risorse sul controllo delle conseguenze.
È questa la “militarizzazione” della crisi climatica contestata dal libro.
La questione non consiste nel negare che il clima abbia implicazioni per la sicurezza. Le ha, e vengono riconosciute anche dalle istituzioni internazionali.
La domanda riguarda quale idea di sicurezza venga scelta. Proteggere un confine dagli effetti di una crisi e ridurre le condizioni che rendono quella crisi destabilizzante sono strategie differenti. Possono coesistere, ma rispondono a priorità politiche diverse.
Pace e clima competono per le stesse risorse?
Il libro insiste inevitabilmente anche sulla dimensione economica.
In un mondo nel quale la spesa militare ha raggiunto livelli record, Vignarca mette in discussione la distribuzione delle risorse e propone di orientarne una parte maggiore verso prevenzione dei conflitti, transizione ecologica e sicurezza sociale.
Non esiste tuttavia un rapporto contabile automatico per cui ogni euro destinato alla difesa venga sottratto alle politiche climatiche.
Gli Stati possono aumentare contemporaneamente entrambe le spese, modificare il prelievo fiscale o finanziare gli investimenti attraverso altre forme.
Esiste però un costo opportunità.
Ogni bilancio traduce in numeri una gerarchia di priorità. Decidere quanto investire nella difesa militare, nell’adattamento climatico, nella sanità o nella protezione del territorio significa stabilire quali rischi una società considera più urgenti e quali strumenti ritiene più efficaci.
Il confronto proposto da Vignarca riguarda precisamente questa gerarchia.
Perché Nick Buxton lega decarbonizzazione e demilitarizzazione?
La prefazione di “Disarmo climatico” è firmata da Nick Buxton, coordinatore del Knowledge Hub del Transnational Institute.
La sua posizione è esplicita: giustizia climatica e pace non possono essere affrontate separatamente.
“Costruire un mondo vivibile significa decarbonizzare e demilitarizzare allo stesso tempo”, scrive Buxton, collegando la critica all’industria dei combustibili fossili a quella dell’industria militare e della sicurezza.
È una lettura politica che amplia ulteriormente la prospettiva del libro. La sicurezza proposta non viene costruita soltanto attraverso la capacità di difendersi da una minaccia esterna, ma attraverso sistemi sociali ed economici in grado di garantire risorse, protezione dagli shock e possibilità di partecipare alle decisioni.
Buxton parla di una sicurezza “fondata sulla solidarietà e non sul dominio, sulla cooperazione invece che sulla competizione, sulla pace anziché sulla violenza”.
Il volume si colloca quindi chiaramente all’interno di una tradizione culturale pacifista e antimilitarista. Questo orientamento non impedisce però di affrontare questioni ambientali documentabili indipendentemente dalle conclusioni politiche dell’autore: l’inquinamento provocato dai conflitti, la vulnerabilità climatica delle popolazioni coinvolte nelle guerre e il ruolo delle risorse naturali nei contesti instabili sono oggetto di ricerca anche da parte di organismi internazionali.
“Disarmo climatico” e la collana VerdeNero
Edizioni Ambiente pubblica il volume nella collana VerdeNero Inchieste, dedicata ai grandi cambiamenti ambientali e alle loro conseguenze sociali, economiche e territoriali.
L’impostazione dichiarata della collana è combinare giornalismo d’inchiesta, analisi scientifica e dimensione sociale per raccontare non soltanto gli effetti della crisi climatica, ma anche le strutture economiche e politiche attraverso le quali viene affrontata.
Il libro di Vignarca si inserisce in questa prospettiva portando dentro il discorso ambientale un settore che rimane spesso ai margini: quello militare.
L’autore lavora da oltre vent’anni sui temi del disarmo, del commercio internazionale di armi e della spesa militare ed è oggi coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo.




