mercoledì, Settembre 9, 2026

Spreco alimentare e crisi climatica: quattro anni per centrare l’obiettivo 2030

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LO SPRECO ALIMENTARE NON È SOLTANTO UN PROBLEMA ETICO O ECONOMICO: SIGNIFICA CONSUMARE INUTILMENTE ACQUA, SUOLO ED ENERGIA E PRODURRE EMISSIONI PER CIBO CHE NON VERRÀ MAI MANGIATO. IL 29 SETTEMBRE 2026 LA SETTIMA GIORNATA INTERNAZIONALE DI CONSAPEVOLEZZA SULLE PERDITE E GLI SPRECHI ALIMENTARI RICHIAMERÀ GOVERNI, IMPRESE E CITTADINI A UN OBIETTIVO CHE SI AVVICINA RAPIDAMENTE: DIMEZZARE LO SPRECO ENTRO IL 2030. IN ITALIA, DOVE OGGI SI GETTANO CIRCA 554 GRAMMI DI CIBO A PERSONA OGNI SETTIMANA, IL TRAGUARDO INDICATO DA WASTE WATCHER È 369,7 GRAMMI.

Spreco alimentare e crisi climatica, il 29 settembre la Giornata ONU

Ogni volta che un alimento finisce nella spazzatura, non viene perso soltanto quel cibo. Con lui vengono sprecati l’acqua utilizzata per coltivarlo, il suolo che lo ha prodotto, l’energia necessaria per trasformarlo, conservarlo e trasportarlo e, infine, le emissioni generate lungo tutta la filiera.

È da questa consapevolezza che partirà la settima Giornata Internazionale di Consapevolezza sulle Perdite e gli Sprechi Alimentari, in programma il 29 settembre 2026 e promossa dalle Nazioni Unite sotto la guida congiunta di FAO e UNEP.

Il tema scelto quest’anno è il “potenziale trasformativo della riduzione delle perdite e degli sprechi alimentari”. Una formulazione che sposta il problema fuori dalla sola dimensione morale.

Ridurre il cibo sprecato significa intervenire contemporaneamente sulla crisi climatica, sulla pressione esercitata sulle risorse naturali, sulla sicurezza alimentare e sui costi economici dei sistemi produttivi. FAO indica proprio questa triplice ricaduta: maggiore sicurezza alimentare, minore pressione sull’ambiente e maggiore efficienza economica.

Perché buttare cibo significa aggravare anche la crisi climatica?

In Italia, la Campagna Spreco Zero celebrerà la Giornata con un appuntamento a Roma, nella Sala Igea dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani. Al centro ci sarà la presentazione del nuovo rapporto dell’Osservatorio Waste Watcher International, che proverà a rispondere a una domanda sempre più urgente: a quattro anni dal 2030, stiamo davvero cambiando il nostro rapporto con il cibo?

Il legame è molto più diretto di quanto possa sembrare. Per produrre il cibo servono terreni agricoli, fertilizzanti, acqua, energia, carburanti, sistemi di refrigerazione, trasporti e imballaggi. Tutto questo genera un impatto ambientale anche quando l’alimento viene consumato. Se però quel prodotto viene eliminato senza essere mangiato, l’impatto rimane mentre la sua funzione alimentare scompare completamente.

Secondo la FAO, circa il 13,2% degli alimenti viene perso nel tratto della filiera compreso tra la raccolta e l’arrivo alla vendita al dettaglio. Un ulteriore 19% del cibo disponibile viene invece sprecato da famiglie, ristorazione e distribuzione.

Nel complesso, perdite e sprechi alimentari sono responsabili di circa l’8-10% delle emissioni globali di gas serra. L’UNEP stima inoltre che il cibo non consumato utilizzi una quota enorme delle risorse agricole mondiali: circa il 28% dei terreni destinati all’agricoltura e un quarto dell’acqua e dei fertilizzanti utilizzati dal settore.

Ridurre lo spreco significa quindi ottenere un risultato climatico senza dover produrre nulla di nuovo. È sufficiente evitare che una parte di ciò che già coltiviamo e trasformiamo venga persa lungo il percorso.

Zero waste – Foto di Nik su Unsplash

Qual è la differenza tra perdita alimentare e spreco alimentare?

I due termini vengono spesso utilizzati come sinonimi, ma descrivono fenomeni differenti.

Con “food loss”, ossia perdita alimentare, si indicano soprattutto gli alimenti che vengono persi nelle prime fasi della filiera: durante la raccolta, lo stoccaggio, la lavorazione o il trasporto prima che raggiungano il commercio.

Le cause possono essere diverse. Mancanza di infrastrutture adeguate, problemi nella catena del freddo, condizioni meteorologiche estreme, trasporto inefficiente o standard commerciali possono determinare la perdita di prodotti ancora potenzialmente utilizzabili.

Il “food waste”, spreco alimentare, invece, interessa le fasi finali. Avviene nei supermercati, nella ristorazione e soprattutto nelle case.

Qui entrano in gioco acquisti eccessivi, cattiva pianificazione dei pasti, porzioni troppo abbondanti, conservazione inadeguata e difficoltà nel distinguere correttamente le diverse indicazioni sulle date di consumo.

La distinzione è importante perché le soluzioni cambiano. Ridurre le perdite nei Paesi dove mancano sistemi di refrigerazione richiede investimenti infrastrutturali. Ridurre gli sprechi domestici significa invece intervenire soprattutto su organizzazione, consapevolezza e comportamento.

Quanto cibo viene sprecato oggi nel mondo?

Le dimensioni globali del fenomeno rimangono impressionanti.

Il Food Waste Index di UNEP ha stimato che nel 2022 siano state sprecate circa 1,05 miliardi di tonnellate di alimenti nei consumi domestici, nella ristorazione e nel commercio al dettaglio. Si tratta di circa un quinto del cibo disponibile ai consumatori.

La maggior parte dello spreco avviene proprio nelle abitazioni. Secondo i dati ONU, circa il 60% del food waste globale deriva dalle famiglie, il 28% dalla ristorazione e il 12% dalla distribuzione.

Le case del mondo arrivano così a gettare ogni giorno l’equivalente di oltre un miliardo di pasti.

Il dato diventa ancora più difficile da ignorare quando viene confrontato con la povertà alimentare. FAO riporta che nel 2025 tra 608 e 696 milioni di persone hanno sofferto la fame, mentre circa 2,1 miliardi hanno sperimentato una condizione di insicurezza alimentare moderata o grave.

Il problema non può naturalmente essere risolto immaginando di trasferire semplicemente gli avanzi delle famiglie occidentali verso chi non ha cibo. Il rapporto tra spreco e fame è molto più complesso.

Ma un sistema alimentare che perde enormi quantità di risorse lungo la filiera è inevitabilmente meno efficiente, più costoso e più vulnerabile.

Quanto sprechiamo in Italia nel 2026?

L’ultima rilevazione Waste Watcher disponibile indica un miglioramento, ma mostra anche la distanza dal traguardo fissato per il 2030.

Nel gennaio 2026 lo spreco domestico è stato stimato in 554 grammi di cibo a persona ogni settimana, pari a circa 79,14 grammi al giorno. L’indagine, promossa da Spreco Zero con l’Università di Bologna-DISTAL e Last Minute Market e realizzata su monitoraggio Ipsos-Doxa, ha coinvolto un campione rappresentativo di 2mila persone.

Il dato domestico rappresenta però soltanto una parte del fenomeno.

Secondo le elaborazioni diffuse da Waste Watcher, il valore complessivo della filiera dello spreco alimentare italiana nel 2026 supera 13,5 miliardi di euro e corrisponde a oltre 5,1milioni di tonnellate di cibo.

Più della metà del valore economico si concentra nelle abitazioni: circa 7,36 miliardi di euro.

Che cosa dobbiamo raggiungere entro il 2030?

Il riferimento internazionale è l’Obiettivo di sviluppo sostenibile 12.3 dell’Agenda ONU 2030.

Il target chiede di dimezzare lo spreco alimentare globale pro capite a livello di vendita al dettaglio e dei consumatori entro il 2030 e di ridurre contemporaneamente le perdite lungo le catene di produzione e approvvigionamento, comprese quelle successive al raccolto.

Per l’Italia, Waste Watcher traduce questo obiettivo in una soglia molto concreta: non superare 369,7 grammi di cibo sprecato a persona ogni settimana entro il 2030. Oggi siamo a 554 grammi.

Significa che in quattro anni lo spreco domestico dovrebbe diminuire di oltre 180 grammi settimanali a persona, circa un terzo rispetto al livello registrato all’inizio del 2026.

Non è un cambiamento impossibile, ma richiede una velocità diversa da quella degli ultimi anni.

Il conto alla rovescia della Giornata del 29 settembre nasce proprio da qui. Il 2030, spesso evocato nei documenti internazionali come un orizzonte lontano, è ormai estremamente vicino.

Che cosa è cambiato in dieci anni con la Legge Gadda?

Il 2026 coincide anche con un anniversario importante per l’Italia.

Sono trascorsi dieci anni dall’approvazione della legge 166 del 19 agosto 2016, conosciuta come Legge Gadda, dedicata alla donazione e distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici per finalità di solidarietà sociale e alla limitazione degli sprechi. La legge è entrata in vigore il 14 settembre dello stesso anno.

La sua impostazione ha rappresentato un cambiamento significativo. Piuttosto che costruire un sistema prevalentemente sanzionatorio, la normativa ha puntato sulla semplificazione delle donazioni e sul recupero delle eccedenze, facilitando il passaggio di alimenti ancora utilizzabili verso organizzazioni impegnate nel contrasto alla povertà.

Dieci anni dopo, la domanda posta dalla Campagna Spreco Zero riguarda però il passaggio successivo.

Recuperare le eccedenze rimane fondamentale, soprattutto sul piano sociale, ma l’obiettivo ambientale più ambizioso consiste nell’evitare che l’eccedenza venga prodotta.

La gerarchia è importante: prima prevenire lo spreco, poi recuperare ciò che inevitabilmente rimane disponibile.

Perché ridurre lo spreco può contrastare anche la povertà alimentare?

Il collegamento passa soprattutto attraverso il recupero delle eccedenze ancora perfettamente commestibili.

Supermercati, mense, ristorazione e aziende alimentari possono ritrovarsi con prodotti che non vengono venduti ma conservano tutti i requisiti di sicurezza. La redistribuzione consente di trasformare queste eccedenze in una risorsa per associazioni e servizi che assistono persone in difficoltà.

Andrea Segrè, direttore scientifico della Campagna Spreco Zero e dell’Osservatorio Waste Watcher International, ha sottolineato proprio questa doppia dimensione in vista della Giornata 2026: meno cibo sprecato significa ridurre emissioni e consumo di acqua, suolo ed energia, mentre il recupero delle eccedenze può aumentare la disponibilità di alimenti freschi e sani per le fasce più vulnerabili.

È però essenziale evitare un equivoco. La povertà alimentare non dovrebbe diventare la giustificazione per produrre sistematicamente eccedenze. Un sistema sostenibile deve puntare contemporaneamente a prevenire lo spreco e a recuperare ciò che, nonostante la prevenzione, rimane inutilizzato. Solidarietà ed efficienza possono quindi procedere insieme.

Che ruolo possono avere social network e strumenti digitali?

Sarà uno dei temi centrali del nuovo rapporto Waste Watcher International che verrà presentato a Roma il 29 settembre.

Il rapporto tra digitale e spreco alimentare è ambivalente.

Da una parte, smartphone e piattaforme digitali possono aiutare a organizzare acquisti e scadenze, trovare ricette per utilizzare ciò che rimane in frigorifero, condividere eccedenze e mettere in contatto esercizi commerciali e consumatori.

Dall’altra, i social possono alimentare forme di consumo impulsivo, mode alimentari rapidissime e acquisti legati all’immagine più che alle reali necessità.

La questione diventa quindi non quanto digitale utilizziamo, ma come lo utilizziamo. La Campagna Spreco Zero presenterà anche le novità di Sprecometro, applicazione nata per aiutare cittadini e gruppi a misurare lo spreco e comprenderne l’impatto economico e ambientale.

Misurare è fondamentale perché ciò che percepiamo non coincide sempre con ciò che facciamo realmente. Pochi grammi eliminati ogni giorno sembrano irrilevanti. Sommando milioni di gesti domestici, invece, diventano milioni di tonnellate.

Qual è il rapporto tra temperature più alte e spreco alimentare?

La crisi climatica non è soltanto una conseguenza dello spreco. Può diventarne anche una causa.

UNEP ha osservato che nei Paesi più caldi lo spreco domestico tende a essere maggiore. Tra le possibili ragioni figurano il maggior consumo di alimenti freschi, le difficoltà nella conservazione e catene del freddo meno robuste.

Ondate di calore e siccità possono inoltre rendere più difficile conservare, trasportare e commercializzare gli alimenti in sicurezza. Si crea così un circuito problematico.

Il sistema alimentare contribuisce alle emissioni. Le temperature aumentano. Produzione, conservazione e trasporto diventano più difficili. Crescono alcune perdite alimentari, che a loro volta rappresentano nuove risorse consumate inutilmente.

Interrompere questo meccanismo richiede quindi interventi lungo l’intera filiera, non soltanto nelle cucine domestiche.

Tecnologie di conservazione, logistica più efficiente, catene del freddo resilienti e una migliore programmazione della produzione diventano strategie climatiche oltre che economiche.

Che cos’è il progetto Food is Never Waste?

Durante l’appuntamento romano sarà dedicato uno spazio anche a Food is Never Waste, progetto guidato dall’Università di Bologna e dal CIHEAM Bari nell’ambito della Food Coalition.

L’iniziativa, collegata alla piattaforma globale coordinata dalla FAO e promossa dal Governo italiano, punta a sostenere i Paesi coinvolti nello sviluppo di strategie locali contro perdite e sprechi.

Il comunicato indica in particolare la Tunisia tra i territori target.

L’approccio punta a integrare conoscenza scientifica, istituzioni e comunità locali, evitando di trasferire automaticamente lo stesso modello da un Paese all’altro.

È un principio importante, perché le cause dello spreco cambiano enormemente lungo le diverse filiere.

In alcune aree il nodo può essere la conservazione post-raccolta. In altre il problema nasce nei supermercati. Altrove prevale lo spreco domestico.

FAO sottolinea da tempo che non esiste una soluzione unica applicabile indistintamente a tutti i sistemi alimentari. Prevenzione e riduzione richiedono strategie adattate ai contesti locali e un coinvolgimento coordinato di istituzioni, produttori, imprese e cittadini.

Che cosa può fare concretamente una famiglia senza trasformare la lotta allo spreco in una rinuncia?

Ridurre lo spreco non significa acquistare meno cibo di quanto serve o trasformare la cucina quotidiana in un esercizio di privazione.

Significa acquistare in modo più preciso. Una parte consistente dello spreco nasce dalla distanza tra ciò che compriamo e ciò che siamo realmente in grado di consumare.

Promozioni, confezioni troppo grandi e programmi settimanali che cambiano possono riempire frigorifero e dispensa di prodotti che finiranno dimenticati.

Organizzare i pasti prima della spesa, controllare ciò che è già disponibile e conservare correttamente gli alimenti permette di intervenire senza sacrifici particolari.

Anche conoscere le indicazioni riportate sulle confezioni è importante. Da consumarsi entro riguarda generalmente la sicurezza dell’alimento e non equivale a da consumarsi preferibilmente entro, che indica soprattutto il periodo entro cui il prodotto conserva al meglio determinate caratteristiche qualitative.

Una maggiore consapevolezza evita che alimenti ancora utilizzabili vengano eliminati automaticamente.

Il cambiamento più efficace, quindi, non è necessariamente spettacolare. È fatto di piccole correzioni ripetute ogni giorno.

Perché il 29 settembre 2026 sarà una data particolarmente importante?

La Giornata Internazionale arriva in un momento nel quale le scadenze simboliche stanno diventando scadenze reali.

Mancano soltanto quattro anni al 2030. L’Italia celebra contemporaneamente i dieci anni della Legge Gadda e deve verificare quanto le politiche adottate, la crescita della sensibilità pubblica e le nuove tecnologie abbiano effettivamente modificato i comportamenti.

L’appuntamento organizzato dalla Campagna Spreco Zero a Roma vedrà la partecipazione, tra gli altri, del direttore generale aggiunto della FAO Maurizio Martina, del Chief Economist FAO Maximo Torero e di Andrea Segrè.

Il dato più atteso sarà però quello del nuovo rapporto Waste Watcher.

I 554 grammi settimanali registrati all’inizio del 2026 rappresentano infatti un punto di partenza, non un risultato sufficiente. L’obiettivo indicato per il 2030 richiede di scendere a 369,7 grammi. La distanza rimane significativa.

Ridurre quella quantità significa certamente risparmiare denaro, ma il valore dell’azione va molto oltre la spesa familiare. Ogni alimento utilizzato invece di essere gettato evita che acqua, suolo, energia e lavoro siano stati impiegati inutilmente.

Ed è proprio questo il cambiamento di prospettiva proposto dalla Giornata ONU 2026. Lo spreco alimentare non riguarda soltanto ciò che rimane nel piatto.

Comincia nei campi, attraversa magazzini, industrie, trasporti e supermercati e termina nelle nostre cucine. Ridurlo significa quindi intervenire contemporaneamente sulla crisi climatica, sulla sicurezza alimentare e sull’uso delle risorse naturali.

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