venerdì, Febbraio 13, 2026

Nature Restoration Law: Italia in ritardo sui piani UE

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LA NATURE RESTORATION LAW È ENTRATA IN VIGORE DA OLTRE UN ANNO E I PAESI UE STANNO SCRIVENDO I PIANI NAZIONALI DI RIPRISTINO. IL REPORT DI MEDIO TERMINE DEL NETWORK EUROPEO #RESTORENATURE MOSTRA PROGRESSI DISOMOGENEI E UN QUADRO ANCORA INSUFFICIENTE. L’ITALIA RISULTA TRA I PAESI IN RITARDO, LIPU, PRO NATURA E WWF ITALIA CHIEDONO UN’ACCELERAZIONE: UN PIANO SOLIDO PUÒ RIDURRE RISCHI IDROGEOLOGICI, AUMENTARE RESILIENZA CLIMATICA E TUTELARE LA SALUTE PUBBLICA

Il Report europeo che misura la distanza tra obiettivi e realtà

A ridosso delle festività, mentre l’agenda pubblica tende a spostarsi su altri temi, il dossier diffuso il 19 dicembre 2025 riporta l’attenzione su una delle partite decisive del decennio.

È la messa a terra della Nature Restoration Law, la legge europea che punta a invertire il degrado degli ecosistemi con obiettivi vincolanti. Il report di valutazione di medio termine è stato redatto dal coordinamento di associazioni europee riunite nella piattaforma #RestoreNature, con il contributo, per l’Italia, di Lipu, Pro Natura e WWF Italia. Clicca qui per scaricare il documento.

Il punto non è soltanto “se” l’Europa voglia ripristinare la natura. Il punto è “come” e con quale velocità, perché il regolamento vive o muore nei Piani nazionali di ripristino. Sono questi piani, infatti, a trasformare gli obiettivi in misure concrete, con priorità territoriali, risorse, monitoraggi e scadenze.

Il report fotografa lo stato di avanzamento in ventitré Stati membri a oltre un anno dall’entrata in vigore della legge, con dati raccolti fino a ottobre 2025.

Che cos’è la Nature Restoration Law?

Per capire il peso del documento, bisogna chiarire cosa chiede la Nature Restoration Law: ripristinare ecosistemi degradati, sulla terra e in mare, con obiettivi misurabili e verificabili.

Non si parla di tutela “passiva”, ma di interventi attivi: rinaturalizzazione di habitat, recupero di funzionalità ecologica, riduzione delle pressioni che bloccano la biodiversità.

In Europa, molte aree naturali risultano frammentate, impoverite o stressate da inquinamento, consumo di suolo e alterazioni idrologiche. In questo contesto, il ripristino diventa una politica di sicurezza, oltre che una scelta etica. Un ecosistema sano assorbe acqua, attenua piene, stabilizza suoli, sostiene impollinatori, riduce isole di calore e in molti casi migliora anche la qualità dell’aria. Per questo la legge viene letta, sempre più spesso, come un pezzo del “sistema immunitario” del territorio.

I Piani nazionali sono la traduzione operativa di questo quadro. Devono definire cosa si ripristina, dove, con quali strumenti e come si misura il risultato nel tempo. Senza questa fase, la legge resta mozza.

I quattro criteri del Report RestoreNature

Il report #RestoreNature osserva i Paesi attraverso quattro requisiti che, messi insieme, determinano la credibilità di un Piano nazionale di ripristino. Il primo è la base scientifica, cioè l’uso delle migliori conoscenze e dei migliori dati disponibili. Il secondo è l’ambizione, intesa come visione, portata e coerenza con gli obiettivi vincolanti.

Il terzo requisito è l’inclusività, che riguarda partecipazione e trasparenza. Un piano costruito senza coinvolgimento produce conflitti, rallentamenti e contenziosi, soprattutto nei territori dove interessi diversi si sovrappongono. Il quarto criterio è l’empowerment, cioè la capacità concreta di far partire le misure: sostegno politico, coordinamento, risorse finanziarie e amministrative.

Questa griglia di lettura è utile perché mostra un punto spesso ignorato. Anche un buon disegno tecnico fallisce se non ha governance e risorse. Allo stesso modo, una governance senza basi scientifiche rischia di produrre misure cosmetiche, incapaci di cambiare il trend.

RestoreNature: un’Europa a due velocità e un quadro complessivo ancora insufficiente

Il quadro che emerge è disomogeneo. Alcuni Paesi, secondo il report di RestoreNature, risultano più avanzati nella redazione di piani tempestivi e credibili. Altri, invece, appaiono ancora in fase preliminare, con elementi incompleti o ritardi nella costruzione del processo. La disomogeneità non è una sorpresa, ma diventa un problema quando la somma dei ritardi mette a rischio l’obiettivo complessivo.

Il report segnala, infatti, che lo stato generale dell’implementazione, ad oggi, non basta per raggiungere gli obiettivi vincolanti previsti dalla legge. Se l’Europa vuole davvero ridurre il declino delle specie e la perdita di habitat, la qualità dei piani deve crescere rapidamente, e deve crescere in quasi tutti gli Stati.

In questo scenario, la Commissione Europea ha un doppio ruolo. Da un lato deve sostenere e monitorare, per evitare che la legge venga applicata in modo debole. Dall’altro deve garantire che gli Stati abbiano capacità e finanziamenti sufficienti, anche attraverso il bilancio UE, perché il ripristino richiede investimenti stabili.

Report RestoreNature: l’Italia tra i fanalini di coda

Secondo il report, a ottobre 2025 l’Italia risultava ancora impegnata nella definizione della governance, un passaggio che dovrebbe essere l’avvio, non la fase avanzata.

Lipu, Pro Natura e WWF Italia riconoscono che, dall’ultimo mese, alcuni segnali indicano una possibile correzione di rotta. Viene citata, ad esempio, la pubblicazione di una pagina web dedicata al regolamento sul sito del ministero dell’Ambiente, insieme all’annuncio di una consultazione imminente dei portatori di interesse.

Sono elementi importanti, perché introducono trasparenza e aprono, almeno in parte, il canale della partecipazione. Inoltre, nel comunicato si parla dell’avvio di tavoli tecnici e di una supervisione scientifica affidata a Ispra. Tuttavia il ritardo resta “estremo e ingiustificato”, perché ora manca meno di un anno alla deadline.

La scadenza indicata è settembre 2026, data entro la quale la bozza di Piano nazionale dovrebbe essere presentata alla Commissione Europea. Quando una finestra temporale si accorcia così tanto, aumenta il rischio di scelte affrettate, consultazioni solo formali e documenti poco solidi. E un piano debole, in un Paese fragile come l’Italia, è un’occasione persa due volte.

Report RestoreNature: ripristino della natura come politica di sicurezza del territorio

In Italia, parlare di “sicurezza” non significa soltanto protezione civile dopo un evento. Significa ridurre la probabilità e l’impatto di frane, alluvioni, erosioni costiere, crisi idriche e incendi. Significa anche proteggere infrastrutture, agricoltura e salute pubblica.

Un Piano nazionale di ripristino, se costruito bene, può intervenire su più leve. Il ripristino di zone umide e piane alluvionali, ad esempio, aumenta la capacità di laminazione naturale delle piene. Il recupero di boschi e corridoi ecologici può stabilizzare suoli, ridurre erosione e favorire microclimi più resilienti. La rinaturalizzazione di corsi d’acqua può migliorare qualità ecologica e ridurre pressioni in caso di eventi estremi.

La logica è quella delle soluzioni basate sulla natura, che non sostituiscono le opere grigie quando servono ma riducono la vulnerabilità strutturale del sistema. In un Paese dove la crisi climatica amplifica fenomeni già noti, integrare il ripristino nella pianificazione diventa un investimento, non un costo.

Tutela dell'ambiente
Reso pubblico il report di valutazione di medio termine sull’attuazione della Nature Restoration Law  redatto dal coordinamento delle associazioni Europee #RestoreNature a cui hanno contribuito per l’Italia Lipu, Pro Natura e WWF Italia

Biodiversità e salute: un legame inscindibile

Nel comunicato di RestoreNature le associazioni richiamano anche la dimensione sanitaria. Ecosistemi degradati significano, spesso, aria e acqua peggiori, suoli più contaminabili e catene ecologiche impoverite.

Non è un discorso astratto: la qualità degli habitat influenza servizi ecosistemici che sostengono direttamente la vita quotidiana: disponibilità idrica, impollinazione, stabilità dei suoli, mitigazione delle temperature urbane.

Quando gli ecosistemi si indeboliscono, aumentano anche le vulnerabilità sociali. Le comunità più esposte non sono sempre quelle più “vicine” alla natura, ma spesso quelle con meno strumenti per adattarsi: quartieri caldi, territori già fragili, aree interne con servizi ridotti.

Per questo un Piano nazionale di ripristino non può essere confinato a un capitolo ambientale. Deve entrare nella strategia del Paese, con una regia politica chiara.

Da qui deriva l’insistenza del report sull’inclusività ed empowerment. La partecipazione non serve a rendere “gentile” il processo, ma a renderlo praticabile.

Report RestoreNature: le azioni prioritarie secondo il report

Le associazioni attraverso RestoreNature chiedono un rafforzamento degli sforzi comuni e individuano alcune direzioni. La prima è un maggiore coinvolgimento politico, non delegato solo ai tecnici. La seconda è un coinvolgimento reale delle parti interessate, con processi trasparenti. La terza è l’aumento della consapevolezza pubblica, perché il ripristino della natura, se percepito come vincolo imposto dall’alto, diventa terreno di scontro.

Nel testo viene ricordato che la Commissione Europea ha un ruolo essenziale di sostegno e controllo. Allo stesso tempo, si chiede di rafforzare le capacità degli Stati membri e di destinare fondi aggiuntivi e mirati nel prossimo bilancio UE.

È un punto cruciale, perché un Piano nazionale non può reggersi su risorse occasionali. Il ripristino richiede continuità, dati, monitoraggi e manutenzione, cioè esattamente ciò che spesso manca nei cicli di finanziamento brevi.

Numero verde ONA

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