LE PROTESTE DEGLI AGRICOLTORI TORNANO AD ATTRAVERSARE IL SUD ITALIA, ALIMENTATE DAL CARO CARBURANTE, DALL’AUMENTO DEI COSTI DI PRODUZIONE E DAI COMPENSI SEMPRE PIÙ INSUFFICIENTI RICONOSCIUTI AI PRODUTTORI. MENTRE LA SPESA ALIMENTARE È AUMENTATA DI CIRCA IL 30% TRA IL 2021 E IL 2026, QUESTI RINCARI NON SI SONO TRADOTTI IN UN ANALOGO MIGLIORAMENTO DEI REDDITI AGRICOLI. L’ALLEANZA TERRACOMUNE PROPONE NOVANTA INTERVENTI E OTTO PRIORITÀ PER CAMBIARE LE REGOLE DEL SISTEMA ALIMENTARE, GARANTIRE PREZZI PIÙ EQUILIBRATI E CONCILIARE LA TUTELA DELL’AMBIENTE CON IL FUTURO DELL’AGRICOLTURA
Proteste degli agricoltori in Italia
Il prezzo del cibo aumenta sugli scaffali dei supermercati ma per molti agricoltori vendere il raccolto diventa sempre meno conveniente. È una contraddizione che attraversa il sistema agroalimentare italiano e che le nuove proteste degli agricoltori hanno riportato al centro del dibattito pubblico. Nelle regioni meridionali, dove i produttori agricoli si sono uniti agli autotrasportatori contro il caro carburante, il malcontento nasce da una combinazione di costi crescenti, margini ridotti e difficoltà strutturali che rendono sempre più incerto il futuro delle aziende.
Il gasolio è soltanto una delle voci che pesano sui bilanci. Negli ultimi anni sono aumentati anche i costi dell’energia e dei fertilizzanti, mentre siccità, eventi meteorologici estremi e alterazioni delle stagioni hanno reso più difficile programmare le produzioni. A queste pressioni si aggiunge un problema che riguarda l’intera filiera alimentare: il prezzo pagato ai produttori non segue necessariamente quello richiesto ai consumatori, perché tra il campo e il punto vendita intervengono trasformazione, logistica, distribuzione e rapporti commerciali spesso caratterizzati da un forte squilibrio contrattuale.
Il risultato è un sistema nel quale il cibo può costare troppo per chi lo acquista e rendere troppo poco a chi lo produce. Secondo i dati richiamati da Slow Food Italia, il prezzo al dettaglio di alcuni ortaggi e prodotti freschi raggiunge multipli del valore riconosciuto all’origine, senza che questa differenza permetta, da sola, di ricostruire i margini effettivi dei diversi operatori.
Per l’Alleanza TerraComune, che riunisce organizzazioni agricole, ambientaliste e sociali, le proteste degli agricoltori rappresentano quindi il sintomo di una crisi più profonda. La risposta non può limitarsi alla riduzione temporanea di un costo produttivo, ma deve affrontare il modo in cui il valore economico viene distribuito, le risorse naturali vengono utilizzate e le politiche pubbliche orientano la produzione alimentare.
Perché gli agricoltori protestano contro il caro carburante nel Sud Italia?
Le proteste degli agricoltori che hanno interessato diverse regioni meridionali nell’ottobre 2026 sono legate soprattutto all’aumento dei costi di produzione, con particolare attenzione al prezzo del gasolio. Il carburante è indispensabile per numerose attività agricole, dalla lavorazione dei terreni alla raccolta, fino al trasporto dei prodotti verso i centri di conferimento e i mercati.
Quando il prezzo del gasolio aumenta, il costo si distribuisce lungo diverse fasi del processo produttivo e può incidere in modo significativo sui margini aziendali. L’effetto diventa particolarmente pesante per le imprese che operano con prezzi di vendita bassi, produzioni stagionali o limitate possibilità di trasferire gli aumenti agli acquirenti.
La mobilitazione congiunta di agricoltori e autotrasportatori riflette proprio la dipendenza di entrambi i comparti dai combustibili utilizzati per movimentare merci e prodotti. Nel settore agricolo, tuttavia, il caro carburante si somma ad altre difficoltà che rendono la situazione più complessa rispetto a una semplice variazione dei costi energetici.
I fertilizzanti, soprattutto quelli azotati di sintesi, risentono delle condizioni del mercato energetico, mentre irrigazione, refrigerazione e lavorazioni richiedono quantità variabili di elettricità e combustibili. La pressione economica aumenta ulteriormente quando le condizioni meteorologiche riducono le rese oppure danneggiano il raccolto.
In alcuni casi, le quotazioni riconosciute ai produttori possono diventare così basse da non coprire i costi necessari per raccogliere e commercializzare i prodotti. Il problema riguarda anche comparti tradizionali dell’agricoltura mediterranea, come l’olivicoltura, nei quali la sostenibilità economica dipende da fattori produttivi, qualità, andamento dei mercati e struttura aziendale.
Le manifestazioni denunciano quindi una condizione nella quale il rischio economico ricade spesso su chi produce, mentre la capacità di determinare i prezzi lungo la filiera rimane distribuita in modo diseguale.
Perché i prezzi alimentari aumentano mentre gli agricoltori guadagnano meno?
Uno degli aspetti più controversi delle proteste degli agricoltori riguarda la distanza tra l’aumento dei prezzi al consumo e i compensi riconosciuti alle aziende agricole. Secondo i dati riportati nel dibattito promosso da Slow Food Italia e TerraComune, tra il 2021 e il 2026 il costo della spesa alimentare è cresciuto di circa il 30%, senza che questo incremento si sia tradotto in un corrispondente aumento dei redditi per tutti i produttori.
Il prezzo finale di un alimento comprende numerose componenti oltre al valore del prodotto agricolo. Trasporto, selezione, conservazione, lavorazione, confezionamento, distribuzione, costi del personale e gestione dei punti vendita contribuiscono alla formazione del prezzo pagato dal consumatore.
La presenza di questi costi non è di per sé anomala, ma diventa importante comprendere come siano distribuiti il valore aggiunto e il potere contrattuale tra i diversi soggetti. Un produttore che vende merci deperibili, per esempio, può disporre di poco tempo per trovare un acquirente alternativo, soprattutto quando non possiede strutture di conservazione o canali commerciali autonomi.
Le grandi imprese della distribuzione possono invece acquistare quantità elevate, programmare gli approvvigionamenti e negoziare condizioni contrattuali attraverso organizzazioni molto più strutturate. Questo squilibrio non implica automaticamente comportamenti illeciti, ma può rendere difficile per le aziende più piccole ottenere prezzi sufficienti a remunerare lavoro e investimenti.
La questione è particolarmente delicata per i prodotti freschi, soggetti a oscillazioni stagionali, variazioni della domanda e perdite durante la commercializzazione. Quando il prezzo all’origine diminuisce rapidamente, il produttore può trovarsi nell’impossibilità di recuperare le spese già sostenute.
Per comprendere la crisi agricola, dunque, non basta osservare quanto costa un alimento al supermercato. Occorre ricostruire il percorso economico che lo porta dal campo alla tavola e verificare quale parte del valore rimanga effettivamente a chi lo produce.
Quanto vengono pagati gli agricoltori rispetto ai prezzi dei supermercati?
Alcuni esempi diffusi da Slow Food Italia rendono evidente la distanza che può separare il prezzo agricolo da quello al dettaglio. I dati, riferiti a un supermercato della provincia di Cuneo, mostrano differenze particolarmente marcate per ortaggi e prodotti freschi.
- Le zucchine, pagate ai produttori tra 0,65 e 1,45 euro al chilogrammo secondo la varietà, vengono vendute a circa 4 euro al chilogrammo.
- L’uva da tavola, acquistata all’origine a 0,62 euro al chilogrammo, raggiunge un prezzo al dettaglio di 3,49 euro
- L’insalata confezionata in busta può costare tra 10 e 20 euro al chilogrammo, a fronte di prezzi agricoli compresi tra 0,80 e 1,30 euro.
Questi confronti evidenziano differenze considerevoli, ma richiedono un’interpretazione attenta. Il prezzo dell’insalata in busta, per esempio, incorpora lavorazioni, lavaggio, selezione, confezionamento, refrigerazione e una gestione logistica diversa da quella del prodotto sfuso.
Inoltre, le quotazioni agricole e i prezzi al dettaglio possono riferirsi a fasi commerciali, varietà, qualità e periodi non perfettamente sovrapponibili. Non sarebbe quindi corretto considerare l’intera differenza come profitto netto della distribuzione.
Rimane tuttavia centrale la domanda sollevata dalle organizzazioni agricole: quali soggetti riescono a trattenere il valore economico prodotto lungo la filiera e quali, invece, faticano a coprire i costi?
Per rispondere servono dati trasparenti sui prezzi di acquisto, sulle spese di trasformazione e distribuzione, sulle perdite e sui margini delle imprese. La semplice osservazione dei prezzi sugli scaffali non basta a individuare eventuali pratiche scorrette, ma può contribuire ad aprire un confronto sulla sostenibilità economica delle produzioni agricole.
Che cosa c’entrano i cambiamenti climatici con le proteste degli agricoltori?
Le difficoltà economiche dell’agricoltura italiana si intrecciano sempre più strettamente con gli effetti dei cambiamenti climatici. Le temperature elevate, la distribuzione irregolare delle precipitazioni e gli eventi meteorologici estremi possono influenzare le rese, la qualità dei prodotti e i costi necessari per mantenere le coltivazioni.
Nelle aree mediterranee, l’aumento delle temperature e la maggiore frequenza di condizioni siccitose rendono particolarmente importante la gestione delle risorse idriche. Quando l’acqua disponibile diminuisce, l’irrigazione può diventare più costosa e la competizione tra usi agricoli, civili e ambientali più intensa.
Allo stesso tempo, precipitazioni particolarmente violente possono provocare erosione, ristagni idrici, danni alle colture e difficoltà nell’accesso ai campi. Anche le variazioni delle temperature stagionali possono influenzare la fioritura, la maturazione e la diffusione di alcuni organismi dannosi.
Per un’azienda agricola, questi fenomeni non rappresentano soltanto problemi ambientali. Possono tradursi in maggiori spese, perdite di produzione e redditi meno prevedibili, soprattutto quando si verificano in un contesto già caratterizzato da margini economici ridotti.
La crisi climatica rende quindi ancora più urgente una trasformazione dei sistemi produttivi, ma questa transizione richiede investimenti, competenze e sostegno economico. Chiedere agli agricoltori di adottare pratiche più sostenibili senza affrontare la loro vulnerabilità finanziaria rischia di rendere il cambiamento difficilmente accessibile proprio alle imprese più fragili.
È in questa contraddizione che si inserisce la proposta di TerraComune: superare l’opposizione tra tutela dell’ambiente e redditività agricola, riconoscendo che la capacità di produrre cibo nel futuro dipende anche dalla conservazione delle risorse naturali.
Perché la crisi agricola non dovrebbe diventare uno scontro tra agricoltori e ambientalisti?
Il rapporto tra agricoltura e tutela dell’ambiente viene spesso rappresentato come un conflitto, soprattutto quando nuove regole ambientali si aggiungono a costi produttivi già difficili da sostenere. Eppure, la salute del suolo, la disponibilità d’acqua e la biodiversità costituiscono condizioni fondamentali per la stessa continuità delle attività agricole.
Un terreno fertile permette alle colture di svilupparsi e contribuisce a trattenere acqua e nutrienti, mentre la presenza di organismi del suolo sostiene numerosi processi biologici. La biodiversità agricola e quella degli ecosistemi circostanti possono inoltre favorire l’impollinazione e contribuire alla regolazione naturale di alcuni parassiti.
Quando queste risorse vengono degradate, la produzione può diventare più dipendente da interventi esterni, con un aumento dei costi e una maggiore vulnerabilità agli eventi climatici. La tutela ambientale, dunque, non rappresenta necessariamente un limite alla produttività, ma può contribuire alla capacità delle aziende di continuare a produrre nel lungo periodo.
Serena Milano, direttrice di Slow Food Italia, richiama proprio la necessità di costruire un’alleanza tra produttori, consumatori e istituzioni attorno alla salute della terra. Secondo l’organizzazione, la pressione economica può alimentare una contrapposizione artificiale tra le richieste del mondo rurale e gli obiettivi ambientali, quando entrambi dipendono dalla conservazione degli ecosistemi.
Il problema emerge soprattutto quando i costi della transizione ricadono sulle singole aziende, mentre il mercato continua a premiare prevalentemente il prezzo più basso. In queste condizioni, gli agricoltori possono essere chiamati a migliorare la sostenibilità delle produzioni senza ricevere una remunerazione adeguata per il lavoro e gli investimenti necessari.
Una politica agricola capace di conciliare ambiente e reddito deve quindi intervenire anche sulle regole commerciali e sulla distribuzione del valore, affinché le pratiche sostenibili non diventino un onere insostenibile per chi produce.
Che cos’è TerraComune e perché propone di cambiare il sistema alimentare?
TerraComune è un’alleanza di organizzazioni agricole, ambientaliste e sociali che propone una trasformazione delle politiche alimentari italiane, partendo dalla necessità di collegare reddito dei produttori, tutela degli ecosistemi e accesso al cibo.
Il documento programmatico Un cibo che nutre, un’agricoltura che cura raccoglie novanta proposte e individua otto azioni prioritarie per intervenire sulle principali criticità del sistema alimentare.
La prospettiva dell’alleanza supera la tradizionale separazione tra politiche agricole, politiche sociali e politiche ambientali. Il cibo viene considerato un elemento centrale dell’organizzazione economica e sociale, perché il modo in cui viene prodotto e distribuito influenza il lavoro, la salute, il territorio e le possibilità di accesso a un’alimentazione adeguata.
Fabio Ciconte, portavoce di TerraComune, sottolinea che il futuro dell’agricoltura italiana dipende dalle scelte compiute nel presente. La progressiva scomparsa delle aziende agricole e l’abbandono dei territori rurali, secondo l’alleanza, possono avere conseguenze che vanno oltre la produzione alimentare, interessando il paesaggio, la tenuta delle comunità locali e la gestione del territorio.
La proposta non consiste soltanto nell’aumentare gli aiuti economici agli agricoltori, ma nel modificare le condizioni che determinano la distribuzione del valore e l’accesso alle risorse. Tra gli obiettivi figurano prezzi più equi, una maggiore partecipazione alle decisioni e un orientamento degli investimenti pubblici verso modelli produttivi capaci di conservare le risorse naturali.
Il documento intende quindi offrire una base di confronto politico, mettendo in relazione problemi che spesso vengono affrontati separatamente, nonostante siano strettamente connessi.
Quali sono le otto priorità di TerraComune per un’agricoltura più giusta?
Le otto priorità individuate da TerraComune delineano un cambiamento che coinvolge contemporaneamente la produzione agricola, il funzionamento dei mercati e le politiche pubbliche. L’alleanza parte dalla necessità di investire nella sicurezza alimentare e nella pace, riconoscendo quanto guerre, instabilità internazionale e dipendenza da risorse esterne possano influenzare la disponibilità e il costo del cibo.
Un secondo ambito riguarda l’utilizzo dei fondi pubblici, che secondo il documento dovrebbero sostenere maggiormente la transizione agroecologica. L’obiettivo è favorire pratiche capaci di migliorare la fertilità dei suoli, ridurre le pressioni ambientali e rendere le produzioni meno vulnerabili alle crisi climatiche ed economiche.
TerraComune chiede inoltre prezzi giusti e redditi dignitosi per i produttori, insieme con politiche che garantiscano il diritto al cibo anche alle persone in difficoltà economica. Questo implica intervenire sulla distribuzione del valore lungo la filiera, contrastando un modello commerciale nel quale la competizione si basa prevalentemente sulla riduzione dei prezzi.
Un’altra priorità riguarda il rafforzamento del potere contrattuale degli agricoltori, attraverso strumenti collettivi e relazioni commerciali più equilibrate. L’alleanza propone anche di contrastare le pratiche sleali e di valorizzare le imprese che riconoscono il costo del lavoro, la qualità e gli effetti ambientali delle produzioni.
Il documento attribuisce un ruolo importante ai territori, che dovrebbero disporre di maggiori strumenti per orientare le politiche alimentari locali. Distretti biologici, mense scolastiche e reti di approvvigionamento territoriale possono contribuire a costruire relazioni più dirette tra produzione e consumo.
Infine, TerraComune chiede investimenti nella ricerca e nella formazione agroecologica, oltre a una partecipazione più ampia di agricoltori, cooperative e cittadini alle decisioni sul sistema alimentare.
Che cos’è l’agroecologia e come può aiutare gli agricoltori?
L’agroecologia è un approccio che applica principi ecologici alla progettazione e alla gestione dei sistemi agricoli, considerando contemporaneamente gli aspetti ambientali, economici e sociali della produzione alimentare.
Non coincide semplicemente con l’eliminazione dei prodotti chimici o con una specifica certificazione. Comprende pratiche e strategie che cercano di utilizzare meglio i processi naturali, migliorando la fertilità del suolo, la gestione dell’acqua e la diversità biologica.
Tra gli strumenti possibili rientrano la diversificazione delle colture, le rotazioni, le colture di copertura e la conservazione degli elementi naturali del paesaggio agricolo. La scelta delle pratiche dipende però dalle condizioni locali, dalle coltivazioni e dalle caratteristiche delle aziende.
Un suolo ricco di sostanza organica, per esempio, può presentare una migliore struttura e una maggiore capacità di trattenere acqua, contribuendo alla resilienza delle colture in determinate condizioni climatiche. La diversificazione produttiva può inoltre ridurre la dipendenza economica da una sola coltura, anche se richiede competenze, mercati e organizzazione adeguati.
L’agroecologia non garantisce automaticamente rese più elevate o costi inferiori in ogni situazione. I risultati variano in funzione del contesto e possono richiedere periodi di transizione, assistenza tecnica e investimenti iniziali.
Per questo TerraComune propone di orientare verso questi modelli una parte maggiore della ricerca, della formazione e delle risorse pubbliche. L’obiettivo è evitare che la sostenibilità rimanga una possibilità accessibile soltanto alle imprese economicamente più solide.
Perché la scomparsa dei piccoli agricoltori riguarda anche il territorio?
La riduzione del numero di aziende agricole di piccola scala può avere conseguenze che superano il settore produttivo, soprattutto nei territori rurali e nelle aree interne. L’agricoltura contribuisce infatti a modellare il paesaggio e, in determinati contesti, a mantenere infrastrutture, terrazzamenti, canali e sistemi tradizionali di gestione del suolo.
Quando le attività agricole vengono abbandonate, questi elementi possono deteriorarsi se non vengono mantenuti. Nei territori collinari e montani, la perdita di manutenzione di terrazzamenti e opere di regimazione delle acque può contribuire ad aumentare alcune criticità locali.
Non sarebbe corretto, tuttavia, sostenere che ogni terreno agricolo abbandonato diventi automaticamente più instabile. La rinaturalizzazione può produrre benefici ecologici e la risposta del territorio dipende da pendenza, geologia, copertura vegetale e gestione precedente.
Il problema riguarda soprattutto l’abbandono non governato, nel quale vengono meno attività e competenze necessarie per gestire specifiche infrastrutture rurali. A questo si aggiungono le conseguenze sociali della perdita di aziende agricole, che possono ridurre l’occupazione e la vitalità economica dei piccoli centri.
La concentrazione della produzione in imprese di dimensioni maggiori può rispondere a esigenze di efficienza, ma non garantisce necessariamente la permanenza di una presenza agricola diffusa. Le due questioni richiedono quindi una valutazione distinta, capace di considerare sia la sostenibilità economica sia le funzioni territoriali delle aziende.

TerraComune richiama l’attenzione proprio su questo legame tra agricoltura, comunità e paesaggio, sostenendo che il futuro delle aree rurali dipende anche dalla possibilità di garantire condizioni di lavoro e reddito adeguate.
Come si possono garantire prezzi giusti agli agricoltori e ai consumatori?
Il problema dei prezzi alimentari presenta due esigenze che devono essere affrontate insieme. Gli agricoltori hanno bisogno di compensi sufficienti a coprire i costi e remunerare il lavoro, mentre i consumatori devono poter acquistare alimenti adeguati senza sostenere una spesa incompatibile con il proprio reddito.
Aumentare semplicemente il prezzo finale del cibo non garantisce che una quota maggiore raggiunga i produttori. Allo stesso modo, comprimere indiscriminatamente i prezzi al dettaglio può trasferire ulteriori pressioni sulle aziende agricole se non vengono modificati i rapporti commerciali.
Una parte della soluzione riguarda quindi la trasparenza lungo la filiera, che permette di comprendere come si formano i prezzi e quali costi vengono sostenuti dai diversi operatori.
Il rafforzamento delle organizzazioni dei produttori e delle cooperative può contribuire a migliorare la capacità negoziale delle aziende più piccole, soprattutto quando consente di condividere servizi, strutture di conservazione e accesso ai mercati.
Anche il contrasto alle pratiche commerciali sleali rappresenta uno strumento importante. La normativa europea e quella italiana prevedono regole specifiche per limitare comportamenti che possono danneggiare i fornitori agricoli e alimentari, ma la loro efficacia dipende anche dall’applicazione e dai controlli.
La tutela dei consumatori richiede parallelamente politiche capaci di contrastare la povertà alimentare, evitando che il diritto a un’alimentazione sana dipenda esclusivamente dalla disponibilità economica individuale.
La sfida consiste nel costruire un sistema nel quale il prezzo riconosca il valore del lavoro e delle risorse utilizzate, senza rendere il cibo di qualità un bene riservato a una parte della popolazione.
Quale ruolo possono avere mense scolastiche e politiche alimentari locali?
Le amministrazioni pubbliche possono influenzare il sistema alimentare non soltanto attraverso regolamenti e incentivi, ma anche mediante le proprie scelte di acquisto. Le mense scolastiche, ospedaliere e di altre strutture pubbliche rappresentano infatti una domanda organizzata che può orientare una parte della produzione.
Quando gli appalti considerano qualità nutrizionale, sostenibilità ambientale, condizioni di lavoro e caratteristiche delle filiere, possono contribuire a valorizzare produzioni che altrimenti faticano a competere esclusivamente sul prezzo.
Il ricorso a forniture territoriali, quando compatibile con le regole degli appalti e con le esigenze del servizio, può inoltre favorire relazioni più stabili tra produttori e comunità locali. Non è però la sola distanza geografica a determinare la sostenibilità di un alimento, che dipende anche dalle modalità produttive, dai trasporti e dalla stagionalità.
I distretti biologici e altri strumenti di cooperazione territoriale possono favorire la collaborazione tra aziende, enti locali, associazioni e operatori economici, contribuendo a costruire strategie alimentari condivise.
La dimensione locale diventa particolarmente importante quando permette di affrontare contemporaneamente accesso al cibo, riduzione degli sprechi, educazione alimentare e sostegno alle imprese agricole.
TerraComune propone di rafforzare questi strumenti perché le politiche alimentari non siano definite soltanto attraverso decisioni nazionali o europee, ma possano rispondere anche alle caratteristiche produttive e sociali dei singoli territori.
Una governance più partecipata può inoltre favorire il coinvolgimento diretto dei cittadini, rendendo più trasparenti le scelte che riguardano la produzione e la distribuzione degli alimenti.




