venerdì, Ottobre 23, 2026

Emissioni di gas serra in Italia: -1,5% nel 2026 mentre il PIL cresce dello 0,8%. I dati ISPRA

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LE EMISSIONI DI GAS SERRA IN ITALIA SONO PREVISTE IN CALO DELL’1,5% NEL 2026 RISPETTO AL 2025, MENTRE IL PIL DOVREBBE CRESCERE DELLO 0,8%. SECONDO LE STIME ISPRA, BASATE SUI DATI DISPONIBILI FINO AL SECONDO TRIMESTRE, LA RIDUZIONE È TRAINATA SOPRATTUTTO DAL MINORE UTILIZZO DEL CARBONE PER PRODURRE ELETTRICITÀ, CON UN CALO DEL 7,7% DELLE EMISSIONI ATTRIBUITE AL SETTORE INDUSTRIALE. I TRASPORTI REGISTRANO INVECE UNA DIMINUZIONE APPENA DELLO 0,2%, CONFERMANDOSI UNO DEGLI AMBITI NEI QUALI LA DECARBONIZZAZIONE PROCEDE PIÙ LENTAMENTE.

Emissioni di gas serra in Italia

L’economia italiana cresce, mentre le emissioni di gas serra diminuiscono. È il segnale che emerge dalle nuove stime dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), che prevedono per il 2026 una riduzione dell’1,5% dei gas climalteranti rispetto all’anno precedente, a fronte di un aumento del prodotto interno lordo dello 0,8%. Un risultato incoraggiante per la transizione ecologica, perché indica che la crescita economica non deve necessariamente accompagnarsi a un aumento dell’impatto climatico delle attività produttive.

Il dato proviene dal monitoraggio trimestrale delle emissioni di gas serra in Italia, elaborato sulla base delle informazioni disponibili fino al secondo trimestre del 2026. Non rappresenta quindi il bilancio definitivo dell’anno, ma una previsione che potrà essere aggiornata con l’acquisizione dei dati successivi.

La riduzione riguarda soprattutto i settori collegati alla produzione e al consumo di energia. Il minore utilizzo del carbone per la generazione termoelettrica contribuisce al calo delle emissioni industriali, mentre diminuzioni più contenute interessano la produzione energetica e il riscaldamento degli edifici. Nei trasporti, invece, la riduzione è quasi impercettibile, nonostante il calo dei consumi di gasolio per autotrazione.

Il quadro conferma che la decarbonizzazione italiana sta avanzando in modo disomogeneo. Alcuni settori beneficiano della progressiva trasformazione del sistema energetico, mentre altri continuano a dipendere in larga misura dai combustibili fossili. Per comprendere il significato dei nuovi dati è quindi necessario osservare non soltanto il risultato complessivo, ma anche le differenze tra le attività economiche e il contributo delle fonti rinnovabili.

Perché le emissioni di gas serra in Italia diminuiscono mentre il PIL cresce?

La diminuzione delle emissioni di gas serra in Italia, accompagnata da una crescita del PIL, rappresenta un esempio di quello che in economia ambientale viene definito disaccoppiamento tra crescita economica e impatto climatico.

Il concetto descrive una situazione nella quale l’economia produce più valore senza aumentare proporzionalmente le emissioni associate alle attività produttive e ai consumi. Quando le emissioni diminuiscono in termini assoluti mentre il PIL aumenta, si parla di disaccoppiamento assoluto.

Secondo le stime ISPRA, nel 2026 l’Italia potrebbe registrare proprio questa condizione, con un aumento del prodotto interno lordo dello 0,8% e una diminuzione delle emissioni dell’1,5%.

Il risultato indica un miglioramento dell’intensità emissiva dell’economia, cioè della quantità di gas serra emessa per unità di valore economico prodotto. Sulla base delle due variazioni previste, l’intensità emissiva del PIL diminuirebbe di circa il 2,3% rispetto al 2025.

Il disaccoppiamento può dipendere da diversi fattori, tra cui una maggiore efficienza energetica, l’impiego di tecnologie meno inquinanti e la sostituzione dei combustibili fossili con fonti a minore intensità carbonica. Possono contribuire anche i cambiamenti nella composizione delle attività economiche e nelle modalità di consumo dell’energia.

Un singolo anno, tuttavia, non basta a dimostrare che il disaccoppiamento sia ormai strutturale. Per valutare la solidità della trasformazione occorre verificare che la riduzione delle emissioni prosegua nel tempo, anche in presenza di variazioni della produzione industriale, della domanda energetica e delle condizioni economiche.

Quali settori contribuiscono maggiormente al calo delle emissioni di gas serra nel 2026?

Le stime ISPRA mostrano differenze significative tra i principali settori dell’economia italiana. La diminuzione più marcata riguarda le emissioni attribuite al settore industriale, previste in calo del 7,7% rispetto al 2025.

Secondo il comunicato dell’Istituto, questo risultato è influenzato soprattutto dalla riduzione dei consumi di carbone destinati alla produzione termoelettrica. La classificazione utilizzata nel monitoraggio trimestrale deve essere tenuta presente quando si confrontano questi dati con altri inventari settoriali delle emissioni.

La produzione di energia registra una diminuzione dell’1,4%, mentre le emissioni associate al riscaldamento degli edifici scendono dell’1,2%, in linea con l’andamento dei consumi di gas naturale.

Il settore dei trasporti presenta invece una riduzione dello 0,2%, molto inferiore rispetto a quella degli altri comparti. Il calo dei consumi di gasolio per autotrazione è stato infatti parzialmente compensato dall’aumento di quelli di benzina.

Per l’agricoltura e la gestione dei rifiuti, ISPRA non prevede scostamenti rilevanti rispetto all’anno precedente. Questi settori contribuiscono alle emissioni nazionali attraverso processi differenti dalla combustione dei carburanti, rendendo necessarie strategie di riduzione specifiche.

La lettura complessiva suggerisce che i progressi maggiori si concentrano nelle attività per le quali è possibile modificare relativamente rapidamente il mix energetico. La trasformazione dei trasporti, dell’agricoltura e di altri processi produttivi richiede invece interventi più articolati e continui.

Quanto incide la riduzione del carbone sulle emissioni di gas serra in Italia?

Il carbone è uno dei combustibili fossili con la maggiore intensità di emissioni di anidride carbonica per unità di energia prodotta. La sua progressiva sostituzione rappresenta quindi una delle strategie più efficaci per ridurre le emissioni associate alla generazione elettrica.

Quando una centrale termoelettrica utilizza meno carbone, diminuisce la quantità di CO₂ prodotta dalla combustione. L’entità della riduzione dipende però da quali fonti energetiche sostituiscono la produzione precedente.

Se l’energia viene prodotta attraverso impianti eolici, fotovoltaici o altre fonti rinnovabili a basse emissioni operative, il beneficio climatico può essere significativo. Se invece la produzione viene sostituita da altre fonti fossili, la diminuzione delle emissioni dipende dalle caratteristiche dei combustibili e dall’efficienza degli impianti.

Le stime ISPRA attribuiscono al minore consumo di carbone un ruolo importante nel risultato previsto per il 2026. Questo elemento evidenzia quanto la composizione del sistema elettrico influenzi il bilancio nazionale dei gas serra.

La decarbonizzazione dell’elettricità assume inoltre un’importanza crescente perché può favorire la riduzione delle emissioni anche in altri settori. La diffusione delle pompe di calore, dei veicoli elettrici e di alcuni processi industriali elettrificati permette infatti di sostituire consumi diretti di combustibili fossili con energia elettrica.

Il beneficio complessivo aumenta quando l’elettricità utilizzata proviene da fonti a basse emissioni. Per questo la trasformazione del sistema energetico e l’elettrificazione dei consumi devono procedere insieme.

Quanta elettricità viene prodotta da fonti rinnovabili in Italia nel 2026?

I dati energetici riportati da ISPRA mostrano che, nel periodo del 2026 considerato dal monitoraggio, la richiesta di energia elettrica è stata pari a 156.671 GWh, con un aumento del 2,5% rispetto allo stesso periodo del 2025 e del 3,3% rispetto al 2024.

Il fabbisogno è stato soddisfatto per il 42,8% dalle fonti energetiche rinnovabili, per il 41,1% dalle fonti non rinnovabili e per il restante 16,2% dal saldo estero. Le percentuali presentano un lieve scostamento dalla somma del 100% per effetto degli arrotondamenti.

Il contributo delle rinnovabili rappresenta un elemento importante per comprendere la diminuzione delle emissioni di gas serra in Italia, soprattutto in una fase nella quale la domanda elettrica continua ad aumentare.

L’energia prodotta da impianti fotovoltaici, eolici, idroelettrici, geotermici e da altre fonti rinnovabili può ridurre la necessità di utilizzare combustibili fossili, anche se il contributo delle singole tecnologie varia in funzione delle condizioni meteorologiche e della disponibilità delle risorse.

La produzione idroelettrica, per esempio, risente delle precipitazioni e della disponibilità d’acqua, mentre quella fotovoltaica dipende dall’irraggiamento solare e quella eolica dall’intensità del vento.

Per valutare il progresso strutturale del sistema elettrico è quindi necessario considerare sia la crescita della capacità installata sia l’effettiva produzione nel corso di più anni.

Il dato del 42,8% mostra comunque il peso raggiunto dalle fonti rinnovabili nel periodo analizzato, confermando il loro ruolo nella trasformazione del sistema energetico italiano.

Perché le emissioni dei trasporti diminuiscono soltanto dello 0,2%?

Il settore dei trasporti continua a rappresentare uno degli ambiti più complessi della transizione energetica italiana. Secondo le stime ISPRA, nel 2026 le emissioni diminuiscono appena dello 0,2%, una variazione molto contenuta rispetto a quella osservata in altri comparti.

La riduzione è legata principalmente al minore consumo di gasolio per autotrazione, ma viene parzialmente compensata dall’aumento dei consumi di benzina.

Il risultato evidenzia la forte dipendenza della mobilità dai carburanti fossili. A differenza della produzione elettrica, dove una quota crescente di energia può essere generata attraverso fonti rinnovabili, gran parte degli spostamenti su strada continua a utilizzare veicoli con motore a combustione interna.

La riduzione delle emissioni richiede quindi un insieme di trasformazioni che riguardano le tecnologie dei veicoli, l’organizzazione degli spostamenti e le infrastrutture di trasporto.

L’elettrificazione del parco automobilistico può contribuire a diminuire le emissioni dirette, soprattutto quando l’energia utilizzata proviene da fonti a basse emissioni. Tuttavia, il rinnovo dei veicoli richiede tempo e non risolve da solo i problemi legati alla congestione, al consumo di suolo e all’occupazione dello spazio urbano.

Anche il potenziamento del trasporto pubblico, delle reti ferroviarie e della mobilità ciclabile può ridurre la necessità di utilizzare l’automobile privata per una parte degli spostamenti quotidiani.

Il calo dello 0,2% previsto da ISPRA indica quindi che la decarbonizzazione dei trasporti procede ancora lentamente e che i miglioramenti ottenuti in altri settori non sono sufficienti, da soli, a trasformare l’intero sistema della mobilità.

Il riscaldamento degli edifici contribuisce ancora alle emissioni di gas serra

Il riscaldamento degli edifici rappresenta una componente importante dei consumi energetici, soprattutto durante i mesi più freddi. In Italia una parte significativa degli impianti utilizza ancora gas naturale, la cui combustione produce anidride carbonica.

Secondo le stime ISPRA, nel 2026 le emissioni associate al riscaldamento diminuiscono dell’1,2%, in linea con l’andamento dei consumi di gas naturale.

Il risultato può dipendere da diversi fattori, tra cui le condizioni meteorologiche, l’efficienza degli edifici e le modalità di utilizzo degli impianti.

La riduzione strutturale delle emissioni richiede interventi che diminuiscano il fabbisogno energetico degli edifici e favoriscano il passaggio a tecnologie meno dipendenti dai combustibili fossili.

L’isolamento termico delle superfici disperdenti, il miglioramento dei serramenti e la regolazione degli impianti possono ridurre l’energia necessaria per mantenere condizioni di comfort negli ambienti interni.

Le pompe di calore rappresentano un’altra soluzione importante, perché utilizzano energia elettrica per trasferire calore e possono raggiungere livelli di efficienza elevati rispetto ai sistemi basati sulla combustione diretta.

La loro efficacia dipende dalle caratteristiche dell’edificio, dalle temperature di esercizio e dalla corretta progettazione dell’impianto.

La trasformazione del settore edilizio è particolarmente rilevante perché permette di intervenire contemporaneamente sulle emissioni di gas serra, sui consumi energetici e sulla qualità degli ambienti abitati.

Perché agricoltura e rifiuti non mostrano riduzioni significative delle emissioni?

Per il 2026 ISPRA non prevede variazioni rilevanti delle emissioni provenienti dall’agricoltura e dalla gestione dei rifiuti. La sostanziale stabilità di questi comparti evidenzia alcune difficoltà specifiche della decarbonizzazione.

Nell’agricoltura, una parte importante delle emissioni non deriva direttamente dall’utilizzo di combustibili fossili, ma da processi biologici legati agli allevamenti, alla gestione dei fertilizzanti e alle caratteristiche dei suoli.

Tra i principali gas coinvolti figurano il metano, prodotto soprattutto dalla fermentazione enterica dei ruminanti e dalla gestione di alcune deiezioni, e il protossido di azoto, associato a diversi processi microbiologici del terreno.

Queste emissioni richiedono interventi differenti rispetto alla semplice sostituzione di una fonte energetica. Le strategie possono comprendere il miglioramento delle pratiche agronomiche, una gestione più efficiente dei fertilizzanti e interventi specifici negli allevamenti.

Nel settore dei rifiuti, il metano prodotto dalla decomposizione della materia organica in condizioni anaerobiche rappresenta una delle principali fonti di emissioni climalteranti.

La prevenzione della produzione di rifiuti, la raccolta differenziata della frazione organica e il recupero del biogas possono contribuire a ridurre queste emissioni, insieme alla corretta gestione degli impianti.

La stabilità prevista per il 2026 non significa che non esistano possibilità di miglioramento, ma evidenzia la necessità di politiche dedicate ai processi che generano gas serra diversi dalla CO₂.

Che cosa significa il disaccoppiamento tra crescita economica ed emissioni?

Il disaccoppiamento è uno degli indicatori utilizzati per valutare se un sistema economico riesca a ridurre il proprio impatto ambientale mentre continua a produrre beni e servizi.

Nel caso delle emissioni di gas serra, il concetto può essere espresso attraverso il rapporto tra quantità di gas climalteranti emessi e prodotto interno lordo.

Se il PIL cresce più rapidamente delle emissioni, l’intensità emissiva dell’economia diminuisce. Quando le emissioni si riducono in valore assoluto nonostante la crescita economica, il disaccoppiamento assume una forma più significativa dal punto di vista climatico.

La previsione ISPRA per il 2026 mostra proprio questa seconda situazione, con emissioni in diminuzione dell’1,5% e PIL in aumento dello 0,8%.

Il risultato suggerisce che una parte della crescita economica possa essere sostenuta da processi produttivi e consumi energetici meno intensivi in emissioni rispetto al passato.

Non è però sufficiente per dimostrare che la crescita economica sia diventata indipendente dall’utilizzo delle risorse naturali o da tutte le forme di impatto ambientale.

Il PIL misura il valore economico della produzione, mentre l’inventario nazionale delle emissioni considera specifici gas serra e attività secondo criteri metodologici definiti. Altri aspetti, come il consumo di materiali, la perdita di biodiversità e l’inquinamento, richiedono indicatori differenti.

Anche le emissioni incorporate nei prodotti importati devono essere considerate separatamente rispetto a quelle generate direttamente sul territorio nazionale.

Il disaccoppiamento osservato rappresenta quindi un segnale positivo, ma la sua interpretazione richiede una lettura più ampia delle trasformazioni economiche e ambientali.

Le emissioni di gas serra in Italia stanno diminuendo abbastanza per raggiungere gli obiettivi climatici?

La riduzione dell’1,5% prevista per il 2026 costituisce un segnale incoraggiante, ma non permette da sola di stabilire se l’Italia sia sulla traiettoria necessaria per raggiungere tutti gli obiettivi climatici europei e nazionali.

L’Unione europea ha fissato il traguardo di ridurre le emissioni nette di gas serra di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, nell’ambito del percorso verso la neutralità climatica al 2050.

Il raggiungimento di questi obiettivi richiede riduzioni durature e sufficientemente rapide in numerosi settori, insieme al rafforzamento degli assorbimenti di carbonio previsti dalle politiche climatiche.

La valutazione dei progressi italiani deve inoltre distinguere tra le emissioni degli impianti soggetti al sistema europeo di scambio delle quote e quelle dei settori disciplinati dal regolamento sulla condivisione degli sforzi, che comprende trasporti stradali, edifici, agricoltura e altri comparti.

Questa distinzione è importante perché le responsabilità e i meccanismi di riduzione non sono identici.

inquinamento da traffico
Traffico cittadino – Foto di Denys Nevozhai su Unsplash

Il dato del 2026 mostra una diminuzione complessiva, ma la debole variazione dei trasporti e la stabilità dell’agricoltura e dei rifiuti indicano che il percorso rimane disomogeneo.

Per verificare la coerenza con gli obiettivi sarà necessario confrontare le emissioni effettive con le traiettorie previste, considerando anche le revisioni degli inventari e l’evoluzione delle politiche energetiche.

Come vengono calcolate le stime trimestrali delle emissioni di gas serra?

Il monitoraggio trimestrale di ISPRA permette di seguire l’evoluzione delle emissioni nazionali con una frequenza maggiore rispetto all’inventario annuale completo.

Le stime vengono elaborate utilizzando i dati disponibili sui consumi energetici e sulle attività dei principali settori, insieme a informazioni economiche e ad altri indicatori pertinenti.

Questo sistema consente di ottenere un quadro preliminare dell’andamento delle emissioni prima che siano disponibili tutte le informazioni necessarie per il bilancio definitivo.

Le stime trimestrali possono quindi essere aggiornate e non devono essere confuse con i valori consolidati dell’inventario nazionale, che viene elaborato secondo metodologie internazionali standardizzate.

La distinzione è particolarmente importante quando si interpretano variazioni percentuali relativamente contenute, perché i risultati finali possono risentire dell’aggiornamento dei dati e delle metodologie di calcolo.

Il monitoraggio rappresenta comunque uno strumento utile per comprendere tempestivamente come cambiano le emissioni di gas serra in Italia e quali settori contribuiscono maggiormente alle variazioni osservate.

La possibilità di confrontare l’andamento dei gas climalteranti con quello del PIL offre inoltre informazioni sulla relazione tra attività economica e impatto climatico.

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