mercoledì, Luglio 29, 2026

Permafrost, il disgelo accelera il riscaldamento globale

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IL RUOLO DEL PERMAFROST NEL CAMBIAMENTO CLIMATICO POTREBBE ESSERE STATO SOTTOVALUTATO FINORA. UN NUOVO STUDIO EVIDENZIA COME IL DISGELO IMPROVVISO E L’AUMENTO DEGLI INCENDI, NELL’ARTICO STIANO ACCELERANDO IL RILASCIO DI GAS SERRA, RENDENDO PIÙ COMPLESSA LA LOTTA AL RISCALDAMENTO GLOBALE 

L’Artico si riscalda sempre più rapidamente

L’Artico continua a riscaldarsi a una velocità quasi quattro volte superiore rispetto alla media globale, un fenomeno che sta modificando profondamente gli ecosistemi delle regioni settentrionali e che rischia di compromettere ulteriormente il raggiungimento degli obiettivi climatici internazionali.

Al centro di questa trasformazione c’è il permafrost, il terreno permanentemente congelato che si estende su vaste aree artiche e subartiche. Per decenni è stato considerato una riserva di carbonio stabile, ma l’aumento delle temperature sta cambiando radicalmente questo equilibrio.

Con il progressivo scongelamento del suolo, la materia organica accumulata nel corso di migliaia di anni torna infatti a decomporsi, liberando nell’atmosfera anidride carbonica (CO₂) e metano (CH₄), due tra i principali gas responsabili dell’effetto serra.

Il disgelo improvviso del permafrost e l’intensificazione degli incendi nelle aree boreali e nella tundra accelerano il rilascio di carbonio (Foto Osservatorio Artico)

Lo studio: i modelli climatici sottostimano il fenomeno

Secondo quanto riportato da Osservatorio Artico, un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica Communications Earth & Environment suggerisce che gli attuali modelli climatici globali potrebbero sottovalutare in modo significativo le emissioni provenienti dal permafrost.

I ricercatori evidenziano infatti che le simulazioni oggi utilizzate non considerano adeguatamente due fenomeni sempre più frequenti nelle regioni artiche: il disgelo improvviso del permafrost e l’intensificazione degli incendi nelle aree boreali e nella tundra. Entrambi i processi accelerano il rilascio di carbonio immagazzinato nel terreno, aumentando così la concentrazione di gas serra in atmosfera.

Un’enorme riserva di carbonio

I suoli interessati dal permafrost custodiscono tra 1.460 e 1.600 miliardi di tonnellate di carbonio, una quantità quasi doppia rispetto a quella oggi presente nell’atmosfera.

Questo patrimonio si è accumulato nel corso di migliaia di anni grazie alle basse temperature che hanno rallentato la decomposizione della materia organica. Tuttavia, con il progressivo aumento delle temperature, il permafrost si sta riscaldando fino a un grado Celsius per decennio in alcune aree circumpolari, favorendo il ritorno del carbonio nel ciclo atmosferico.

Il fenomeno alimenta un meccanismo di retroazione positiva: l’aumento delle temperature provoca lo scioglimento del permafrost, che a sua volta libera ulteriori gas serra, contribuendo così a intensificare il riscaldamento globale.

Il limite dei modelli attuali

La maggior parte dei modelli climatici considera principalmente un processo di disgelo graduale, noto come gradual thaw. In questo scenario, il terreno si scongela lentamente dalla superficie verso gli strati più profondi attraverso l’espansione dello strato che ogni anno si scioglie durante la stagione calda.

Si tratta di un processo diffuso e importante, ma secondo gli autori dello studio non è sufficiente a descrivere la complessità di quanto sta accadendo nelle regioni artiche.

Il disgelo improvviso preoccupa gli scienziati

Accanto al disgelo graduale esiste infatti un fenomeno molto più rapido e potenzialmente più dannoso: l’abrupt thaw, ossia lo scioglimento improvviso del permafrost ricco di ghiaccio.

Quando il ghiaccio presente nel sottosuolo fonde rapidamente, il terreno può collassare, sprofondare o essere eroso, dando origine a laghi termocarsici, frane e cedimenti del suolo. Sebbene questi eventi interessino superfici relativamente limitate rispetto all’intera estensione del permafrost, sono in grado di mobilitare grandi quantità di carbonio in tempi molto più brevi rispetto al disgelo graduale.

Secondo lo studio, è proprio la scarsa considerazione di questi processi nei modelli climatici a determinare una sottostima del contributo del permafrost al cambiamento climatico, con il rischio di rendere meno accurate le previsioni sull’evoluzione del riscaldamento globale.

Gli incendi amplificano il rilascio di gas serra

A rendere ancora più complesso il quadro è il ruolo crescente degli incendi che negli ultimi anni hanno interessato le regioni artiche e boreali con un’intensità sempre maggiore. L’aumento delle temperature, l’allungamento della stagione degli incendi, la maggiore frequenza dei fulmini e condizioni meteorologiche sempre più estreme stanno favorendo roghi senza precedenti.

Il problema, però, non riguarda soltanto la vegetazione. Nelle aree boreali, infatti, tra l’80 e il 90% delle emissioni prodotte dagli incendi può provenire direttamente dal materiale organico presente nel sottosuolo. Torbiere e terreni ricchi di carbonio possono continuare a bruciare per settimane o addirittura mesi, liberando enormi quantità di anidride carbonica.

Il passaggio del fuoco elimina inoltre la copertura vegetale e gli strati superficiali che proteggono il terreno dal calore, esponendo il permafrost a un ulteriore riscaldamento. Questo processo favorisce la formazione di nuovi fenomeni termocarsici e accelera il disgelo degli strati più profondi. Diversi studi hanno evidenziato che nelle aree percorse dagli incendi il rischio di collasso del terreno aumenta sensibilmente rispetto alle zone non interessate dai roghi.

Emissioni molto più elevate delle stime attuali

Per valutare l’impatto complessivo di questi fenomeni, i ricercatori hanno aggiornato il modello climatico OSCAR (Observing Systems Capability Analysis and Review Tool) includendo, oltre al disgelo graduale, anche lo scioglimento improvviso del permafrost, la combustione del carbonio immagazzinato nei suoli e il disgelo provocato dagli incendi.

I risultati mostrano differenze significative rispetto alle stime tradizionali. Secondo il modello, le emissioni cumulative attribuibili al solo disgelo graduale sarebbero comprese tra 108 e 235 gigatonnellate di CO₂ equivalente entro il 2100, a seconda degli scenari climatici considerati.

Quando, però, vengono presi in considerazione anche i processi finora sottorappresentati, le emissioni complessive aumentano fino a un intervallo compreso tra 387 e 624 gigatonnellate di CO₂ equivalente. In altre parole, disgelo improvviso e incendi potrebbero più che raddoppiare il contributo del permafrost alle emissioni di gas serra nel corso di questo secolo.

Particolarmente rilevante è anche il ruolo del metano. I fenomeni di disgelo improvviso favoriscono infatti la formazione di ambienti saturi d’acqua e poveri di ossigeno, condizioni ideali per la produzione di CH₄, un gas serra che, soprattutto nel breve periodo, possiede un potere climalterante nettamente superiore rispetto alla CO₂.

Si riduce il budget di carbonio disponibile

Le nuove stime hanno conseguenze dirette sul cosiddetto “budget di carbonio”, cioè la quantità di anidride carbonica che l’umanità può ancora emettere mantenendo il riscaldamento globale entro i limiti fissati dall’Accordo di Parigi.

Secondo lo studio, includere gli effetti combinati del permafrost e degli incendi riduce del 25% il budget di carbonio compatibile con l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 °C e del 17% quello relativo alla soglia dei 2 °C.

Si tratta di una riduzione significativa, soprattutto considerando che il margine disponibile è già molto limitato. In pratica, una parte consistente delle emissioni ancora teoricamente disponibili potrebbe essere assorbita da processi naturali innescati dalle attività umane del passato.

Un’eredità climatica destinata a durare

Gli autori dello studio evidenziano inoltre che le attuali valutazioni dell’IPCC considerano solo in parte il feedback del permafrost e non includono pienamente né il disgelo improvviso né le emissioni associate agli incendi alle alte latitudini.

Un altro elemento cruciale riguarda la tempistica del fenomeno. Anche negli scenari caratterizzati da una forte riduzione delle emissioni globali, gran parte delle emissioni provenienti dal permafrost si manifesterà nella seconda metà del secolo e continuerà ben oltre il 2100.

Ciò significa che il rilascio del carbonio immagazzinato nei suoli congelati rappresenta un’eredità climatica destinata a influenzare il sistema terrestre per molte generazioni. Una volta liberato nell’atmosfera, infatti, questo carbonio non potrà essere recuperato su scale temporali umane, mentre numerosi effetti locali del disgelo, come il collasso del terreno e la trasformazione irreversibile dei paesaggi artici, saranno permanenti.

La necessità di ridurre rapidamente le emissioni

Lo studio non conclude che gli obiettivi dell’Accordo di Parigi siano ormai irraggiungibili. Al contrario, sottolinea l’urgenza di ridurre rapidamente le emissioni globali di gas serra per limitare l’attivazione di questi meccanismi naturali di retroazione.

Più il riscaldamento globale verrà contenuto, minore sarà la quantità di carbonio che il permafrost restituirà all’atmosfera, riducendo così il rischio di innescare un circolo vizioso sempre più difficile da arrestare.

L’Artico si conferma quindi uno dei principali laboratori del cambiamento climatico. Quanto accade nelle regioni ghiacciate del Nord non rimane confinato alle alte latitudini, ma incide direttamente sulla capacità dell’intero pianeta di rispettare gli obiettivi climatici fissati dalla comunità internazionale.

Fonte: Osservatorio Artico.

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