martedì, Maggio 19, 2026

Oli esausti: da rifiuto a risorsa nei porti italiani

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NEI PORTI TURISTICI ITALIANI PARTE UNA NUOVA RACCOLTA DEDICATA AGLI OLI ALIMENTARI ESAUSTI PRODOTTI A BORDO DELLE IMBARCAZIONI. L’ACCORDO TRA CONOE E ASSONAT-CONFCOMMERCIO PUNTA A EVITARE CHE OLI E GRASSI FINISCANO IN MARE E, INVECE, A TRASFORMARE UN RIFIUTO IN RISORSA. È UN INTERVENTO CONCRETO MA ANCHE CULTURALE, PERCHÉ CHIAMA IL DIPORTISMO A MISURARSI CON UNA FORMA PIÙ MATURA DI SOSTENIBILITÀ QUOTIDIANA

Oli alimentari esausti: una questione ambientale anche nei porti

Quando si parla di inquinamento marino, l’immaginario collettivo si concentra quasi sempre sulle grandi emergenze: sversamenti industriali, plastiche galleggianti, reti fantasma, carburanti, microplastiche.

Più raramente entra nel dibattito pubblico un’altra forma di pressione, meno appariscente ma non per questo irrilevante: quella legata agli oli alimentari esausti prodotti nella vita quotidiana, compresa quella che si svolge a bordo delle imbarcazioni da diporto. Qui trovate un articolo interessante che racconta la campagna oli esausti nel porto di Sperlonga, nel Lazio.

Eppure è proprio qui che il tema diventa interessante. I porti turistici non sono soltanto infrastrutture per l’ormeggio, ma spazi abitati, frequentati, vissuti. Sono piccoli ecosistemi sociali nei quali si mangia, si cucina, si soggiorna, si consuma acqua ed energia, si producono rifiuti.

In questo contesto, lolio vegetale esausto generato nelle cucine di bordo o nelle attività legate alla nautica può facilmente trasformarsi in un rifiuto problematico, soprattutto se manca una rete semplice e riconoscibile per la raccolta.

L’accordo firmato il 31 marzo 2026 tra CONOE Consorzio Nazionale di Raccolta e Trattamento degli Oli e dei Grassi Vegetali ed Animali Esausti e ASSONAT-Confcommercio Associazione Nazionale Approdi e Porti Turistici, interviene esattamente su questo punto.

Non si limita a denunciare un rischio ma costruisce un’infrastruttura minima di prevenzione, portando la raccolta dell’olio esausto dentro i porti che aderiscono all’iniziativa.

Che cosa prevede l’accordo tra CONOE e ASSONAT-Confcommercio?

L’intesa segna un passaggio operativo importante nel settore della portualità turistica italiana. Il progetto prevede l’avvio di un programma dedicato alla raccolta degli oli vegetali esausti all’interno dei porti che sceglieranno di aderire.

L’idea è di rendere possibile il conferimento corretto dell’olio usato direttamente nei luoghi in cui questo rifiuto viene prodotto, evitando che finisca impropriamente negli scarichi o, peggio, in acqua.

Le attività previste dall’accordo compongono una filiera concreta. Ci saranno punti di raccolta collocati in aree facilmente accessibili, strumenti operativi come tanichette e imbuti per facilitare il conferimento, materiale informativo rivolto sia agli utenti sia agli operatori, oltre a un sistema di monitoraggio con report periodici realizzati in collaborazione con il CONOE.

I contenitori saranno forniti da Nuova C Plastica, azienda attiva nel settore delle soluzioni per l’ecologia e l’ambiente, che contribuirà alla dimensione operativa del progetto.

Questa impostazione è rilevante perché evita due errori frequenti nelle iniziative ambientali. Il primo è limitarsi al richiamo morale senza offrire strumenti pratici.

Il secondo è installare strumenti tecnici senza accompagnarli con una vera azione di sensibilizzazione. In questo caso, invece, la raccolta è concepita come un sistema integrato: infrastrutture, oggetti d’uso, comunicazione e controllo.

Stop Food Oils & Fats in the Sea

In che cosa consiste la campagna “Stop Food Oils & Fats in the Sea”?

L’accordo si inserisce dentro una campagna più ampia già avviata dal CONOE lo scorso anno nei porti della penisola. Il progetto è rivolto ai diportisti e tutti coloro che vivono o frequentano le imbarcazioni come spazi di permanenza e non solo di spostamento.

La campagna parte da una constatazione semplice: anche piccole quantità di olio alimentare esausto, se disperse nell’ambiente, possono generare effetti negativi su mari, laghi e sistemi fluviali.

Proprio perché si tratta di un gesto apparentemente piccolo e individuale, lo sversamento tende a essere sottovalutato. Ma quando questo comportamento si moltiplica in centinaia o migliaia di occasioni, produce un impatto che non può più essere considerato marginale.

La forza della campagna sta allora nel tentativo di spostare il tema dal piano della gestione invisibile dei rifiuti a quello della responsabilità quotidiana. Non è una grande emergenza da affrontare con strumenti eccezionali, ma una pratica da correggere con educazione, accessibilità e organizzazione.

Perché l’olio esausto non deve finire in mare?

L’olio alimentare usato è spesso percepito come un residuo innocuo, quasi domestico e quindi meno pericoloso di altri rifiuti. Questa percezione è fuorviante.

Quando viene sversato nell’ambiente, l’olio può alterare l’equilibrio degli ecosistemi acquatici, ostacolare l’ossigenazione, compromettere la qualità delle acque e contribuire al deterioramento degli habitat marini e costieri. Anche nei sistemi di smaltimento urbano, se conferito in modo improprio, può creare problemi alle reti fognarie e agli impianti di trattamento.

Trasportato in ambiente marino, inoltre, l’olio esausto non si disperde semplicemente come un liquido qualsiasi. Può formare pellicole, contaminare superfici e interferire con dinamiche biologiche delicate, soprattutto in contesti portuali dove la circolazione dell’acqua è più limitata e la pressione antropica è elevata.

In luoghi come marina, approdi e porti turistici, la somma di piccoli gesti scorretti rischia di produrre un danno diffuso e persistente.

Per questo l’accordo punta sulla prevenzione, in modo che il rifiuto venga intercettato prima di diventare inquinamento. È una logica importante, che si colloca bene dentro il lessico contemporaneo dell’economia circolare: sottrarre materia al degrado ambientale e reimmetterla in un ciclo di recupero.

Che ruolo hanno i porti turistici nella transizione ecologica del mare?

Per molto tempo i porti turistici sono stati letti soprattutto come infrastrutture funzionali al diporto e al turismo nautico. Oggi, invece, vengono chiamati sempre più spesso a svolgere un ruolo più ampio fatto non solo di accoglienza e servizi, ma anche di regole, pratiche virtuose e modelli di gestione più avanzati.

Luciano Serra, presidente di Assonat-Confcommercio, ha definito la sostenibilità una responsabilità condivisa, sottolineando che il progetto offre strumenti concreti all’intero settore portuale turistico per contribuire attivamente alla tutela dell’ambiente.

In questa chiave, la raccolta degli oli esausti non appare come un obbligo marginale ma come parte di una trasformazione più ampia: il porto non è solo punto di transito ma presidio territoriale di sostenibilità.

Questo passaggio è tanto più significativo se si considera il peso di Assonat nel sistema italiano. Fondata nel 1982, l’associazione rappresenta circa due terzi dei posti barca nazionali.

La sua adesione a un programma di questo tipo può quindi avere un effetto di trascinamento importante, sia sul piano operativo sia su quello simbolico.

Perché i piccoli gesti contano davvero nel contesto marino?

C’è una frase del presidente del CONOE che riassume bene il senso dell’intera operazione: anche piccoli gesti, se supportati da strumenti adeguati, possono avere un impatto rilevante.

Il mare, soprattutto nelle aree costiere e portuali, subisce una pressione che raramente dipende da un solo fattore. È quasi sempre il risultato di accumuli, di pratiche minute, di comportamenti ripetuti. In questo senso, il problema degli oli esausti racconta bene una verità più generale dell’ecologia contemporanea: la tutela degli ecosistemi passa sempre più spesso dalla somma di decisioni ordinarie.

Fare in modo che il diportista abbia a disposizione un contenitore, un imbuto, un punto di raccolta chiaro e istruzioni comprensibili significa trasformare il comportamento corretto in una possibilità reale. Se quella possibilità manca, la responsabilità resta astratta. Se invece viene resa concreta, allora il margine di cambiamento cresce.

Questa è anche la ragione per cui il progetto può diventare un modello replicabile per altri ambiti del sistema Paese, come ha sottolineato lo stesso presidente del CONOE, Tommaso Campanile . La sfida della sostenibilità non si vince solo con le grandi norme o con i grandi investimenti, ma anche costruendo pratiche diffuse capaci di modificare le abitudini.

Che cos’è il CONOE e perché il suo ruolo è centrale?

Per comprendere il peso dell’iniziativa bisogna anche ricordare chi è il CONOE. Il Consorzio nazionale di raccolta e trattamento degli oli e dei grassi vegetali ed animali esausti è un ente di diritto privato senza scopo di lucro, istituito in Italia con il decreto legislativo 22/97 e oggi disciplinato dall’articolo 233 del decreto legislativo 152/06, oltre che dallo statuto definito con decreto ministeriale del gennaio 2024.

La sua funzione è cruciale: gestire gli oli e i grassi esausti prodotti sul territorio nazionale, riducendone la dispersione nell’ambiente, limitando i rischi di inquinamento e promuovendone il recupero.

Attorno al CONOE ruota un sistema molto ampio, che coinvolge 20 confederazioni, associazioni nazionali di settore e organizzazioni di utilities, oltre 300mila produttori del settore industriale, artigianale e commerciale, più di trecento aziende di raccolta e stoccaggio e oltre sessanta imprese di rigenerazione.

Questi numeri aiutano a capire che la raccolta degli oli esausti non è un tema marginale, ma un segmento strutturato della gestione ambientale nazionale. Portarlo nei porti turistici significa quindi estendere una logica già consolidata a un ambito dove la filiera aveva bisogno di essere resa più visibile e più capillare.

Perché questo accordo può incidere anche sulla cultura del diporto?

Il diporto è spesso raccontato attraverso il lessico del tempo libero, della mobilità lenta, del turismo costiero, dell’esperienza del mare. Meno spesso viene associato a una riflessione sulla responsabilità ambientale quotidiana. Eppure proprio qui si gioca una parte importante della maturazione del settore.

L’accordo tra Assonat-Confcommercio e CONOE può contribuire a questo salto culturale perché introduce nei porti turistici un linguaggio operativo della sostenibilità. Non un codice astratto, ma una pratica. L’idea è chiara: navigare o sostare in porto non significa solo usufruire di uno spazio marino, ma anche prendersi carico degli impatti generati dalle attività di bordo.

Per i diportisti, questo può diventare un passaggio non secondario. Conferire correttamente l’olio esausto significa riconoscere che la vita in barca produce residui che devono essere gestiti come parte dell’esperienza nautica, non come dettaglio invisibile.

È un cambio di mentalità che riguarda tanto i singoli utenti quanto gli operatori del settore, chiamati a rendere questi comportamenti sempre più normali, semplici e attesi.

Quale messaggio lascia questa iniziativa ai territori costieri?

L’accordo firmato a fine marzo 2026 manda un messaggio preciso ai territori del mare: la sostenibilità non si costruisce solo con grandi piani strategici, ma anche con filiere minute e intelligenti, capaci di intercettare un rifiuto prima che diventi pressione ambientale. In questo senso, la raccolta degli oli alimentari esausti nei porti turistici è un gesto piccolo soltanto in apparenza.

In realtà, dentro questa iniziativa si incontrano molte delle parole chiave del nostro tempo: prevenzione, responsabilità condivisa, economia circolare, tutela dell’ecosistema marino, cooperazione tra soggetti diversi, educazione degli utenti e gestione sostenibile delle infrastrutture turistiche.

Il porto turistico non viene più pensato soltanto come interfaccia tra terra e mare, ma come luogo in cui il comportamento individuale e la governance ambientale possono finalmente dialogare.

Ed è forse proprio questa la novità più interessante. In un’epoca in cui la crisi ecologica richiede interventi strutturali ma anche trasformazioni quotidiane, il mare chiede alleanze concrete.

Quella tra CONOE e ASSONAT-Confcommercio va letta in questa prospettiva: non come un semplice accordo tecnico, ma come un passo che prova a rendere la sostenibilità del diporto più visibile, più praticabile e più coerente con la fragilità degli ecosistemi che i porti turistici, ogni giorno, sono chiamati a custodire.

Numero verde ONA

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