mercoledì, Luglio 8, 2026

Acque di zavorra: un nuovo sistema per proteggere la biodiversità

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LE ACQUE DI ZAVORRA DELLE NAVI SONO TRA LE PRINCIPALI VIE DI DIFFUSIONE DELLE SPECIE ALIENE INVASIVE NEL MONDO. A TRIESTE E MONFALCONE È ENTRATO IN FUNZIONE IL PRIMO IMPIANTO MOBILE ITALIANO PER IL LORO TRATTAMENTO, UNA TECNOLOGIA CHE MIRA A RIDURRE IL RISCHIO DI NUOVE INVASIONI BIOLOGICHE E A PROTEGGERE LA BIODIVERSITÀ DELL’ALTO ADRIATICO

Perché le acque di zavorra rappresentano una minaccia per la biodiversità?

Ogni giorno migliaia di navi attraversano gli oceani trasportando merci ma insieme con i container e alle materie prime viaggiano anche milioni di organismi invisibili.

Batteri, alghe microscopiche, larve di molluschi, piccoli crostacei, meduse e perfino uova di pesci vengono aspirati insieme con l’acqua di mare nelle cisterne di zavorra delle imbarcazioni e possono essere rilasciati migliaia di chilometri più lontano, in ecosistemi completamente diversi da quelli di origine.

Per limitare questo fenomeno, Itelyum Sea FVG ha messo in funzione “Pure Ballast”, il primo e unico impianto mobile italiano dedicato al trattamento delle acque di zavorra delle navi.

Il sistema, operativo nei porti di Trieste e Monfalcone, rappresenta una delle più avanzate applicazioni della tecnologia ambientale alla portualità sostenibile e punta a contrastare uno dei problemi più sottovalutati della conservazione marina: l’introduzione accidentale di specie aliene invasive.

L’iniziativa segna un passo importante nella tutela del Mare Adriatico, uno dei bacini più ricchi di biodiversità del Mediterraneo ma anche tra i più esposti agli effetti del traffico marittimo internazionale.

Che cosa sono le acque di zavorra e perché vengono utilizzate?

Le acque di zavorra sono indispensabili per la navigazione moderna. Quando una nave viaggia scarica o con un carico ridotto, deve mantenere un corretto equilibrio per garantire stabilità, sicurezza e manovrabilità.

Per questo motivo vengono riempite enormi cisterne con acqua marina prelevata nei porti di partenza. Una volta raggiunta la destinazione e caricata la merce, quest’acqua viene scaricata per lasciare spazio al nuovo assetto della nave.

Il problema nasce proprio da questo continuo scambio di acqua tra ecosistemi lontanissimi. Insieme con l’acqua vengono infatti trasportati organismi viventi che, una volta rilasciati in un nuovo ambiente, possono sopravvivere, riprodursi e alterare profondamente gli equilibri naturali.

Già dalla fine degli anni Ottanta la comunità scientifica ha individuato nelle acque di zavorra una delle principali cause della diffusione globale delle specie invasive.

Per questo motivo l’International Maritime Organization (IMO) ha adottato la Convenzione internazionale per il controllo e la gestione delle acque di zavorra, oggi riferimento mondiale per prevenire nuove invasioni biologiche.

Perché il Mare Adriatico è particolarmente vulnerabile?

Il Mare Adriatico è uno degli ecosistemi più produttivi del Mediterraneo. Le sue acque relativamente poco profonde, l’apporto dei grandi fiumi e la presenza di numerosi habitat costieri lo rendono un’area di straordinaria ricchezza biologica.

Allo stesso tempo è uno dei mari europei maggiormente interessati dal traffico commerciale. Navi portacontainer, petroliere, traghetti e cargo provenienti da tutto il mondo transitano quotidianamente attraverso i suoi porti, aumentando il rischio di introduzione di organismi non autoctoni.

Secondo il progetto europeo ALIENA, finanziato dal programma Interreg Italia-Croazia 2021-2027 e di cui Arpa Friuli Venezia Giulia è partner, nel Mediterraneo sono ormai presenti circa 1.100 specie non indigene. Di queste, circa 217 vivono nell’Adriatico e quasi 90 sono state censite nel Golfo di Trieste.

I ricercatori stimano inoltre che almeno il 50% delle specie aliene presenti nel Mare Adriatico sia arrivato proprio attraverso il traffico navale e le acque di zavorra, confermando come questo rappresenti il principale vettore di introduzione.

Che cosa sono le specie aliene invasive?

Non tutte le specie introdotte accidentalmente riescono a stabilirsi nel nuovo ambiente. Molte muoiono rapidamente perché non trovano condizioni favorevoli.

Alcune, invece, riescono ad adattarsi perfettamente. Quando iniziano a riprodursi rapidamente, competono con le specie locali e modificano il funzionamento degli ecosistemi, vengono definite specie aliene invasive.

La loro diffusione rappresenta oggi una delle cinque principali cause mondiali di perdita della biodiversità, insieme con il cambiamento climatico, alla distruzione degli habitat, allinquinamento e allo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali.

Le conseguenze possono essere enormi. Le specie invasive alterano le catene alimentari, trasmettono nuove malattie, modificano gli habitat naturali, riducono le popolazioni autoctone e provocano ingenti danni economici alla pesca, all’acquacoltura e al turismo.

Il caso del granchio blu dimostra quanto il problema sia concreto

L’esempio più noto in Italia è quello del granchio blu (Callinectes sapidus). Originario della costa atlantica americana, questo crostaceo è arrivato nel Mediterraneo diversi decenni fa, probabilmente attraverso una combinazione di acque di zavorra e dispersione naturale delle larve. Negli ultimi anni, complice anche il progressivo riscaldamento delle acque, la sua popolazione è esplosa.

Nelle lagune dell’Alto Adriatico e del Delta del Po il granchio blu ha causato danni enormi agli allevamenti di vongole e mitili, predando molluschi, piccoli pesci e altri organismi bentonici. La sua straordinaria capacità riproduttiva e l’assenza di predatori naturali efficaci hanno favorito una rapida espansione che ha messo in crisi intere filiere produttive.

Il caso del granchio blu ha mostrato come una specie aliena possa trasformarsi in pochi anni da curiosità biologica a vera emergenza ambientale ed economica.

Non solo granchio blu: altri organismi arrivati con il traffico navale

Il granchio blu rappresenta soltanto il caso più conosciuto.

Nel corso degli ultimi decenni le acque di zavorra hanno favorito la diffusione di numerose altre specie.

Tra queste figura il mollusco zebra (Dreissena polymorpha), capace di colonizzare rapidamente tubazioni e infrastrutture idriche, provocando ingenti costi di manutenzione.

Particolarmente noto è anche il caso della Mnemiopsis leidyi, uno ctenoforo (ossia un invertebrato) originario delle coste americane introdotto nel Mar Nero proprio attraverso le acque di zavorra. Negli anni Ottanta questa specie provocò il collasso di numerose popolazioni ittiche consumando enormi quantità di zooplancton e larve di pesci, con gravissime conseguenze economiche per la pesca.

Anche diversi dinoflagellati tossici e microrganismi patogeni possono essere trasportati inconsapevolmente dalle navi, aumentando il rischio di fioriture algali dannose e contaminazioni delle acque costiere.

Come funziona il nuovo sistema Pure Ballast?

La risposta tecnologica sviluppata da Itelyum Sea FVG punta proprio a interrompere questo meccanismo.

Pure Ballast è un impianto completamente containerizzato e facilmente trasportabile, progettato per operare direttamente in banchina nei porti di Trieste e Monfalcone.

L’impianto è in grado di trattare fino a 300 metri cubi di acqua ogni ora utilizzando una combinazione di filtrazione meccanica e raggi ultravioletti.

La filtrazione elimina le particelle più grandi e gli organismi presenti nell’acqua, mentre il trattamento UV inattiva batteri, virus, alghe e altri microrganismi impedendone la riproduzione.

Uno degli aspetti più importanti è che il sistema non utilizza sostanze chimiche, evitando così ulteriori impatti ambientali. L’acqua restituita al mare rispetta gli standard internazionali previsti dalla Convenzione IMO.

Perché proteggere la Posidonia significa proteggere tutto il mare?

Tra gli habitat più minacciati dalle specie invasive figurano le praterie di Posidonia oceanica.

Questa pianta marina, spesso erroneamente definita alga, rappresenta uno degli ecosistemi più preziosi del Mediterraneo. Produce grandi quantità di ossigeno, assorbe anidride carbonica, stabilizza i fondali, protegge le coste dallerosione e offre rifugio e aree di riproduzione a centinaia di specie marine.

L’introduzione di organismi invasivi può alterare questi delicati equilibri ecologici, compromettendo servizi ecosistemici fondamentali per la biodiversità e per le attività economiche legate al mare.

Per questo il controllo delle acque di zavorra è considerato una misura preventiva molto più efficace rispetto ai tentativi di eliminare una specie invasiva una volta che si è ormai insediata.

Nave Cargo in viaggio – Foto di Chris Pagan su Unsplash

Porti sostenibili e innovazione possono diventare alleati della biodiversità

L’entrata in funzione di Pure Ballast dimostra come anche il settore portuale possa contribuire concretamente alla transizione ecologica.

Secondo Alessandro Bullo, amministratore delegato di Itelyum Sea FVG, la tutela della biodiversità marina richiede strumenti innovativi e soluzioni tecnologiche. Essi devono essere capaci di coniugare efficienza operativa e protezione ambientale.

Il nuovo impianto, collaudato alla presenza dell’Autorità Marittima, dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, della Regione Friuli Venezia Giulia e di Arpa FVG, rappresenta un investimento che rafforza il ruolo del Friuli Venezia Giulia come laboratorio nazionale per la sostenibilità della logistica marittima.

In un Mediterraneo sempre più esposto agli effetti del cambiamento climatico e all’intensificarsi dei traffici commerciali globali, prevenire l’arrivo di nuove specie invasive significa infatti difendere non soltanto la biodiversità ma anche la pesca, il turismo, gli ecosistemi costieri e l’economia del mare.

La conservazione marina, oggi, passa anche attraverso innovazioni apparentemente invisibili come il trattamento delle acque di zavorra, capaci però di evitare danni ambientali che potrebbero diventare irreversibili.

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