IN ITALIA OLTRE 38 MILA SITI SONO STATI O SONO ANCORA OGGETTO DI PROCEDIMENTI DI BONIFICA. IL QUARTO RAPPORTO ISPRA SUI DATI REGIONALI RESTITUISCE UN QUADRO AGGIORNATO AL 1° GENNAIO 2024, TRA AVANZAMENTI, RITARDI STRUTTURALI E DISUGUAGLIANZE TERRITORIALI
Cosa sono i siti contaminati e i Siti di Interesse Nazionale?
Un sito contaminato è un’area in cui il suolo, il sottosuolo o le acque sotterranee presentano concentrazioni di inquinanti superiori ai limiti di legge, tali da rappresentare un rischio per la salute umana e per l’ambiente. La contaminazione può derivare da attività industriali, discariche, sversamenti, incidenti, pratiche agricole intensive o da una lunga storia di utilizzi impropri del territorio.
All’interno di questa categoria rientrano anche i Siti di Interesse Nazionale (SIN), aree particolarmente estese o complesse per dimensioni, livello di contaminazione o impatto sanitario e ambientale. I SIN sono individuati dallo Stato e sottoposti a procedure di bonifica di competenza nazionale, perché il loro risanamento ha rilevanza strategica per l’intero Paese.
Accanto a questi esistono migliaia di siti di competenza regionale o locale, spesso meno noti ma non meno rilevanti per la qualità ambientale e la sicurezza delle comunità.
Il nuovo rapporto ISPRA sullo stato dei siti contaminati
Il quarto rapporto sui dati regionali delle bonifiche, pubblicato da ISPRA, fornisce il quadro aggiornato al 1° gennaio 2024 dei procedimenti censiti nella banca dati nazionale MOSAICO, alimentata dalle Regioni, dalle Province autonome e dalle Agenzie per la protezione dell’ambiente.
Il dato complessivo restituisce la dimensione del fenomeno: in Italia risultano censiti 38.556 siti oggetto di procedimento di bonifica. Di questi, 16.365 procedimenti sono ancora in corso, mentre 22.191 risultano conclusi. In termini percentuali, il 42% dei procedimenti è attivo e il 58% formalmente chiuso.
Il rapporto non si limita a un conteggio numerico. Analizza stati di avanzamento, livelli di contaminazione, modalità di chiusura dei procedimenti, durata nel tempo, superfici coinvolte, soggetti responsabili e distribuzione territoriale. Un’attenzione particolare è rivolta ai procedimenti più significativi dal punto di vista ambientale.
Qui trovate il rapporto sui siti contaminati in Italia pubblicato da ISPRA in pdf.
Siti contaminati: i procedimenti più rilevanti
Tra i quasi 39mila siti censiti, il rapporto individua un sottoinsieme considerato più rappresentativo della reale complessità delle bonifiche: 17.406 procedimenti che hanno superato l’approvazione del piano di caratterizzazione.
Il piano di caratterizzazione è una fase chiave del processo: serve a definire l’estensione della contaminazione, le matrici ambientali coinvolte e le sostanze presenti. Superare questa fase significa entrare nel cuore del procedimento, quello in cui si decide se e come intervenire.
Proprio su questi siti emergono con maggiore chiarezza le criticità strutturali del sistema italiano delle bonifiche: tempi lunghi, iter amministrativi complessi, difficoltà di coordinamento tra enti e, in molti casi, incertezza sulle risorse economiche disponibili.
Tempi lunghi e procedimenti che invecchiano
Uno degli elementi più critici messi in luce dal rapporto riguarda l’età dei procedimenti. Molti interventi di bonifica restano aperti per anni, talvolta per decenni, senza arrivare a una conclusione definitiva.
La durata media dei procedimenti aumenta man mano che cresce la complessità del sito, soprattutto in presenza di contaminazioni storiche o diffuse.
Questo aspetto ha ricadute dirette sulla salute pubblica e sulla pianificazione territoriale. Un sito in attesa di bonifica è spesso un’area inutilizzabile o sottoutilizzata, che limita lo sviluppo urbano, industriale o agricolo e mantiene un’esposizione potenziale delle popolazioni agli inquinanti.
Come si chiudono i procedimenti?
Il rapporto analizza anche le modalità di chiusura dei procedimenti conclusi. Non tutte le chiusure corrispondono a una bonifica completa nel senso più rigoroso del termine. In alcuni casi si tratta di messa in sicurezza permanente o operativa, che riduce il rischio ma non elimina completamente la contaminazione.
Questa distinzione è fondamentale per comprendere il reale stato di risanamento del territorio nazionale. La messa in sicurezza può essere una soluzione necessaria e pragmatica, ma richiede monitoraggi continui e vincoli sull’uso futuro delle aree.
Superfici coinvolte e distribuzione territoriale
Un altro dato rilevante riguarda le superfici interessate dai procedimenti di bonifica. Anche quando il numero di siti è elevato, l’impatto ambientale varia molto in base all’estensione delle aree contaminate. Pochi grandi siti possono incidere più di centinaia di piccoli interventi localizzati.
La distribuzione territoriale dei procedimenti evidenzia forti differenze tra le regioni, legate alla storia industriale, alla densità produttiva, alla capacità amministrativa e alla disponibilità di dati. Alcune aree mostrano un avanzamento più strutturato, altre accumulano ritardi cronici.
I siti orfani: il nodo delle responsabilità
Un capitolo specifico è dedicato ai siti orfani, ossia quei siti contaminati per i quali non è individuabile un soggetto responsabile o in cui il responsabile non è più in grado di sostenere i costi della bonifica. In questi casi l’intervento ricade sulla collettività, attraverso fondi pubblici spesso insufficienti.
I siti orfani rappresentano una delle sfide più complesse del sistema delle bonifiche, perché combinano rischio ambientale, incertezza giuridica e limiti finanziari. La loro gestione richiede priorità chiare, criteri di rischio e un coordinamento efficace tra Stato e territori.
Siti contaminati: tecnologie di intervento e approcci emergenti
Rispetto ai popolamenti precedenti, il rapporto introduce una prima analisi delle tecnologie di bonifica utilizzate. Dai dati emerge un quadro ancora frammentato, in cui coesistono tecniche tradizionali e soluzioni più innovative. La scelta della tecnologia dipende dal tipo di contaminazione, dalle matrici coinvolte e dai vincoli economici.
Il monitoraggio sistematico delle tecnologie adottate è un passaggio essenziale per valutare l’efficacia degli interventi e orientare le politiche future verso soluzioni più sostenibili e durature.
Delle 3.346 tecnologie censite, il 49% risulta essere scavo e smaltimento, il 10% copertura superficiale (Capping) e il 9% sbarramento idraulico (Pump & Treat). Il 6% delle tecnologie censite è stato indicato con la voce generica “Altro”. Altre tecnologie censite con ricorrenza superiore al 3% sono Soil Vapour Extraction (7%), Air Sparging (4%) e Bioventing (3%).

Le tecnologie di bonifica nel dettaglio
L’approccio nettamente prevalente è quello dello scavo e smaltimento, utilizzato come tecnologia esclusiva nell’82% dei casi analizzati. Questa soluzione consiste nella rimozione fisica dei terreni contaminati, che vengono scavati, trasportati e conferiti in discarica, per poi essere sostituiti con materiali puliti provenienti da cave.
Si tratta di una tecnologia semplice da applicare e facilmente verificabile dal punto di vista amministrativo, perché consente una chiusura rapida del procedimento di bonifica. Proprio per questo motivo è spesso preferita, soprattutto nei contesti in cui si punta a ridurre tempi e incertezze.
Tuttavia, presenta un elevato impatto ambientale. Comporta grandi volumi di terreno movimentato, un uso significativo di discariche, il consumo di materiali vergini per i riempimenti e un intenso traffico veicolare, con conseguenti emissioni e pressioni aggiuntive sul territorio.
Per questi motivi, nell’ottica della sostenibilità ambientale – ormai riconosciuta anche dalla normativa – questa tecnologia dovrebbe essere impiegata solo in modo residuale, limitandola ai casi in cui le criticità del suolo non siano risolvibili con altre soluzioni meno invasive.
Lo stato delle bonifiche in Italia: un bilancio realistico
Il quadro che emerge dal rapporto ISPRA è quello di un sistema che ha fatto passi avanti importanti in termini di conoscenza e trasparenza dei dati, ma che continua a scontare ritardi strutturali. La presenza di oltre 16mila procedimenti ancora in corso indica che la bonifica dei siti contaminati resta una sfida aperta.
Ridurre i tempi, rafforzare le competenze amministrative, garantire risorse certe e integrare le bonifiche nelle strategie di rigenerazione territoriale sono passaggi indispensabili.
I siti contaminati non sono solo un’eredità del passato industriale, ma una cartina di tornasole della capacità del Paese di coniugare tutela ambientale, salute pubblica e sviluppo sostenibile.




