martedì, Luglio 28, 2026

Ex Ilva: stop all’area a caldo per l’amianto. Vita umana e salute pubblica non sono negoziabili

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LA CORTE D’APPELLO DI MILANO ORDINA LA CHIUSURA DELL’AREA A CALDO DELL’EX ILVA ENTRO 90 GIORNI. AL CENTRO DELLA DECISIONE CI SONO L’AMIANTO, LE EMISSIONI FUORI NORMA E LA NECESSITÀ DI TUTELARE LA SALUTE DEI CITTADINI E DEI LAVORATORI
 

Ex Ilva, la Corte d’Appello ordina lo stop dell’area a caldo: amianto e polveri oltre i limiti

Il decreto dei giudici impone la chiusura entro 90 giorni

La Corte d’Appello di Milano ha disposto la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto. Il decreto, emesso lunedì 27 luglio 2026, fissa un termine di 90 giorni. Alla base della decisione ci sono la presenza di amianto e le emissioni di polveri sottili superiori ai limiti previsti dalla legge.

Nel provvedimento i giudici richiamano con chiarezza il rischio sanitario legato all’esposizione alle fibre di amianto. La sentenza evidenzia che l’amianto rappresenta “l’unica causa nota che provoca il tumore maligno alla pleura, che si presenta in misura quattro volte superiore, rispetto all’atteso, nella popolazione di Taranto e Statte”.

Bonanni: «La salute non è negoziabile»

L’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto e legale della famiglia di un ex lavoratore dell’acciaieria morto per una patologia asbesto-correlata, commenta il provvedimento con parole nette.

«La magistratura ricorda a tutti che la vita umana e la salute pubblica non sono negoziabili», afferma il presidente dell’ONA.

La sentenza sottolinea inoltre che nell’impianto sono ancora presenti circa 2mila chilogrammi di amianto. Secondo il legale, quel materiale “difficilmente potrà essere smaltito entro tre mesi”. Le fibre si trovano nelle tubazioni, nelle pareti interne degli altiforni e nelle guarnizioni.

Il ricorso dei cittadini accolto dai giudici

Il procedimento nasce dal reclamo presentato contro Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia da dieci aderenti all’associazione Genitori Tarantini e da un bambino affetto da una rara mutazione genetica.

I ricorrenti chiedevano ai giudici di fermare l’attività della fabbrica. La Corte ha accolto la loro richiesta e ha disposto la chiusura dell’area a caldo nei tempi stabiliti dal decreto.

Bonanni esprime soddisfazione per l’esito del procedimento.

«Esprimiamo la nostra totale solidarietà e il massimo supporto all’associazione Genitori Tarantini per questa storica vittoria – continua Bonanni -. Per anni l’ONA ha denunciato la strage silenziosa di lavoratori e cittadini colpiti da mesotelioma e patologie asbesto-correlate a Taranto. Il tempo delle proroghe e dei decreti “salva-Ilva” è finito: lo stabilimento va fermato e l’amianto va rimosso integralmente. La produzione non può continuare a spese della vita dei bambini e dei cittadini di Taranto. Prima la vita, poi il profitto».

Un’emergenza che dura da decenni

Da molti anni il cielo di Taranto assume durante la notte una colorazione rossa. Un fenomeno causato dalle polveri provenienti dalle ciminiere del più grande polo siderurgico europeo.

La stessa polvere ricopre anche le strade e i davanzali delle abitazioni del quartiere Tamburi. Questo rione è sorto accanto all’ex Italsider, diventata successivamente ILVA e oggi Acciaierie d’Italia.

I problemi ambientali legati allo stabilimento non sono recenti. Nel 2005 la Corte di Cassazione condannò la famiglia Riva, che aveva acquistato l’acciaieria dallo Stato dieci anni prima, proprio per la dispersione delle polveri.

Oltre due tonnellate di amianto ancora negli impianti

Il decreto della Corte d’Appello rappresenta un nuovo punto di svolta. I giudici scrivono che negli impianti sono ancora presenti oltre 2mila chilogrammi di amianto. Questa conclusione riporta al centro una questione irrisolta da decenni.

La decisione evidenzia anche il fallimento delle istituzioni nel trovare un equilibrio tra tutela della salute e continuità produttiva. Per anni il dibattito si è concentrato sulla scelta tra lavoro e salute. Oggi il provvedimento dei giudici impone di affrontare entrambe le esigenze attraverso interventi concreti.

Bonanni: «Per bonificare servirebbe un miracolo»

Secondo Bonanni, il tempo disponibile per completare una bonifica appare insufficiente.

«Servirebbe un miracolo – spiega Bonanni nell’intervista rilasciata al quotidiano Avvenire -. O, meglio, una improvvisa assunzione di responsabilità che manca da decenni da parte di governi di ogni colore. L’amianto è stato messo al bando nel 1992: significa che in trentaquattro anni nessun esecutivo ha impedito che le fibre continuassero a uccidere. Non riesco a pensare che gli altoforni saranno sostituiti in così poco tempo».

Nel frattempo, la prosecuzione delle attività dell’area a caldo dipenderà dalla capacità dell’azienda di eliminare tutte le criticità indicate nel decreto. Saranno quindi necessari interventi di bonifica e misure efficaci per rispettare le condizioni fissate dalla Corte.

La richiesta di una bonifica completa

Secondo il presidente dell’ONA, per molti anni la presenza dell’amianto negli impianti dell’ex ILVA è stata nascosta o minimizzata.

L’avvocato sostiene che ogni componente contenente amianto dovrebbe essere sostituito con materiali ignifughi privi di fibre pericolose. Un intervento di questo tipo comporterebbe, nella sostanza, la sostituzione di gran parte degli altoforni.

Bonanni avverte che, senza una bonifica completa, gli effetti dell’esposizione continueranno a manifestarsi ancora per molti anni. Considerato il lungo periodo di latenza del mesotelioma, circa cinquant’anni, strettamente collegato all’amianto, in futuro potrebbero continuare a registrarsi nuovi casi di malattia e ulteriori decessi.

La bonifica come condizione per il futuro dello stabilimento

Per il presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, la bonifica dovrà diventare un elemento centrale anche nelle future trattative per la cessione dello stabilimento.

«La bonifica deve essere una priorità anche per chi subentra. Nella trattativa – con il fondo statunitense Flacks Group o con il gruppo indiano Jindal Steel, conclude l’intervista ad Avvenire il presidente ONA -. Lo Stato italiano potrebbe abbassare il prezzo di acquisto per chiedere un investimento nella bonifica all’acquirente. Il nostro osservatorio ha calcolato che converrebbe anche ai conti pubblici: le spese sanitarie per la cura delle patologie tumorali sono molto più elevate dei costi di bonifica. Senza contare le vittime».

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