martedì, Giugno 9, 2026

Oceani in pericolo: la sfida per salvarli

Ultime News

GLI OCEANI SOFFRONO GLI EFFETTI DELL’INQUINAMENTO, DELLA PLASTICA E DELL’ACIDIFICAZIONE. DALLA RICERCA SCIENTIFICA ALLE OPERAZIONI DI PULIZIA, CRESCE L’IMPEGNO PER PROTEGGERE ECOSISTEMI MARINI SEMPRE PIÙ FRAGILI E INDISPENSABILI PER LA VITA SUL PIANETA

Giornata Mondiale degli Oceani: il mare lancia un allarme che non può più essere ignorato

L’8 giugno si celebra la Giornata Mondiale degli Oceani, istituita dalle Nazioni Unite. Non si tratta soltanto di una ricorrenza simbolica, ma di un richiamo concreto alla responsabilità collettiva.

Gli oceani svolgono infatti un ruolo fondamentale per la vita sul pianeta. Regolano il clima, producono una parte significativa dell’ossigeno che respiriamo, custodiscono una straordinaria biodiversità e sostengono economie e comunità in tutto il mondo.

Nonostante questa importanza vitale, i mari continuano a essere utilizzati come enormi discariche invisibili. Ogni giorno subiscono pressioni sempre più gravi che mettono a rischio il loro equilibrio naturale.

L’acidificazione degli oceani preoccupa gli scienziati

Tra i fenomeni più allarmanti c’è l’acidificazione degli oceani. Dall’inizio della rivoluzione industriale, il pH delle acque marine è diminuito di circa 0,1 unità. Sebbene il dato possa sembrare contenuto, la scala del pH è logaritmica. Questo significa che l’acidità degli oceani è aumentata di circa il 26%.

La causa è ormai ben nota alla comunità scientifica. L’eccesso di anidride carbonica presente nell’atmosfera viene assorbito dall’acqua marina. Qui si trasforma in acido carbonico e provoca una progressiva diminuzione del pH. Un processo che continua ancora oggi e che sta modificando profondamente gli ecosistemi marini.

Le barriere coralline perdono la loro funzione vitale

Uno studio dell’Università di Adelaide, (Australia), pubblicato sul Journal of Animal Ecology, ha evidenziato un meccanismo particolarmente preoccupante. L’acidificazione non danneggia soltanto i pesci in modo diretto. Li priva anche delle relazioni e delle strutture che consentono loro di sopravvivere.

La ricerca mostra come il deterioramento delle barriere coralline riduca la complessità degli habitat marini e la densità delle popolazioni ittiche. In pratica, i grandi banchi di pesci si frammentano e si disperdono. I singoli esemplari possono apparire adattati alle nuove condizioni, ma le strutture sociali che garantiscono la loro sopravvivenza si disgregano lentamente.

Si tratta di una delle conseguenze più difficili da individuare. Proprio per questo motivo rappresenta anche una delle minacce più complicate da contrastare.

Mediterraneo, uno degli epicentri mondiali dell’inquinamento da plastica

A queste criticità si aggiunge il problema dell’inquinamento. Pur rappresentando appena l’1% delle acque marine del pianeta, il Mediterraneo è oggi uno dei principali punti di accumulo mondiale di plastica e microplastiche.

La particolare conformazione del bacino contribuisce a peggiorare la situazione. Il Mediterraneo è quasi completamente chiuso e comunica con l’Oceano Atlantico soltanto attraverso lo Stretto di Gibilterra. Questa caratteristica favorisce l’accumulo dei rifiuti provenienti da tutte le coste. Una volta in mare, i materiali si frammentano e possono restare intrappolati per decenni.

Tra le minacce più pericolose figurano le cosiddette “reti fantasma”. Si tratta di attrezzature da pesca perse o abbandonate che continuano a catturare e uccidere animali marini anche in assenza dei pescatori. Tartarughe, cetacei, pesci e crostacei restano spesso intrappolati senza possibilità di fuga.

Secondo le stime internazionali, le reti fantasma rappresentano circa il 10% dei rifiuti plastici presenti negli oceani. Ogni anno centinaia di migliaia di tonnellate di attrezzature da pesca finiscono disperse nei mari del pianeta.

A Capo Rizzuto subacquei in azione per ripulire i fondali

In occasione della Giornata Mondiale degli Oceani, numerose iniziative hanno coinvolto cittadini, associazioni e ricercatori per contrastare il degrado ambientale causato dall’uomo.

Una delle operazioni più significative si è svolta nel porticciolo turistico di Le Castella, nel comune di Capo Rizzuto, in provincia di Crotone. Dieci subacquei volontari esperti hanno partecipato a una complessa attività di monitoraggio e pulizia dei fondali.

L’obiettivo era rimuovere reti abbandonate, frammenti di plastica e attrezzature disperse che continuano a rappresentare una minaccia per la fauna marina. L’intervento ha avuto una forte valenza tecnica, ma anche simbolica. I volontari hanno riportato in superficie ciò che per troppo tempo era rimasto nascosto sotto il mare.

Le attività si sono svolte all’interno dell’Area Marina Protetta di Capo Rizzuto, uno dei contesti naturalistici più preziosi del Mediterraneo. Oltre quaranta chilometri di costa protetta ospitano fondali rocciosi, grotte sommerse e vaste praterie di Posidonia. Un ecosistema delicato, nel quale ogni alterazione può produrre effetti duraturi.

Plastic Free mobilita quasi duemila volontari in tutta Italia

La mobilitazione per la tutela dell’ambiente marino ha coinvolto anche migliaia di cittadini. Plastic Free Onlus ha tracciato il bilancio delle iniziative organizzate durante il weekend del 6 e 7 giugno contro l’abbandono dei mozziconi di sigaretta e dei rifiuti dispersi nell’ambiente.

In tutta Italia si sono svolti quasi centoventi appuntamenti. Alle attività hanno partecipato quasi 2mila volontari impegnati in città, spiagge, parchi, piazze, aree verdi e lungo corsi d’acqua.

L’azione collettiva ha permesso di rimuovere circa 12mila chilogrammi di rifiuti. Un risultato importante che ha evitato la dispersione di plastica, mozziconi e altri materiali nei tombini, nei fiumi e infine nei mari.

Ogyre lancia una sfida globale contro i rifiuti marini

Anche il settore privato ha scelto di contribuire alla salvaguardia degli ecosistemi marini. Ogyre ha infatti lanciato la Ocean Challenge 2026, un’iniziativa che punta a recuperare 40 tonnellate di rifiuti marini in un solo mese.

La quantità prevista equivale al peso di circa 4milioni di bottiglie di plastica da mezzo litro. L’operazione sarà realizzata grazie al lavoro della flotta internazionale di Ogyre, attiva in quattro continenti.

Alla missione partecipano oltre sessanta aziende che hanno deciso di sostenere concretamente la raccolta dei rifiuti dispersi negli oceani.

Vent’anni di monitoraggio dei cetacei nel Santuario Pelagos

Accanto alle attività di pulizia prosegue anche il lavoro della ricerca scientifica. Ricercatori di ISPRA, Fondazione CIMA, Università di Pisa, Accademia del Leviatano ed EcoOcean si sono imbarcati in partenza da Tolone, Nizza, Vado Ligure e Livorno.

L’obiettivo è raccogliere dati sulla presenza dei cetacei e di altre specie marine di grande interesse scientifico all’interno del Santuario Pelagos.

L’iniziativa raggiunge quest’anno un traguardo particolarmente importante. Si celebra infatti il ventesimo anno consecutivo del progetto “Monitoraggio cetacei nel Santuario Pelagos”, uno dei più rilevanti programmi di osservazione a lungo termine del Mediterraneo.

Un patrimonio scientifico costruito in due decenni

Nel corso di vent’anni di attività, il progetto ha realizzato oltre duemila viaggi di ricerca. Questo lavoro ha consentito di raccogliere dati fondamentali, registrare migliaia di avvistamenti e sviluppare numerosi studi scientifici, pubblicazioni, conferenze e tesi di laurea.

Si tratta di un patrimonio di conoscenze che continua ad arricchirsi anno dopo anno. I dati raccolti dimostrano quanto il monitoraggio costante sia indispensabile per comprendere l’evoluzione degli ecosistemi marini e definire strategie efficaci di conservazione.

I primi risultati della nuova stagione confermano l’importanza di questo impegno. Gli avvistamenti registrati nei primi mesi dell’anno testimoniano l’eccezionale biodiversità del Santuario Pelagos. Inoltre dimostrano l’efficacia di un programma che, dopo due decenni, continua a fornire informazioni essenziali per la tutela dell’ambiente marino e per il futuro della ricerca scientifica.

«In questi anni – spiega Paola Tepsich, ricercatrice di Fondazione CIMA – abbiamo assistito ad un ancora più rapido evolversi degli effetti del cambiamento climatico in Mediterraneo e le serie storiche… ci hanno permesso di comprendere meglio i meccanismi che sostengono questa importante area, dalle alghe alle balene. I dati raccolti ci permettono anche di sviluppare e testare modelli e scenari che ci permetteranno di prevedere la possibile distribuzione delle specie anche nel futuro».

Fonti: Università di Adelaide

Ambiente Mare Italia

Fondazione CIMA

Ogyre

Plastic Free


 

Numero verde ONA

spot_img
5 per 1000 Osservatorio Vittime del Dovere APS
spot_img

Consulenza gratuita

    Articoli simili