martedì, Luglio 21, 2026

La convivenza tra uomo, razze e squali si studia a Trieste

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IL GOLFO DI TRIESTE È DIVENTATO UN LABORATORIO PER SPERIMENTARE UNA NUOVA FORMA DI CONVIVENZA TRA FAUNA MARINA E ATTIVITÀ PRODUTTIVE. NELL’AREA MARINA PROTETTA DI MIRAMARE, OASI WWF, SONO STATI INSTALLATI DETERRENTI MAGNETICI SULLE RESTE DEI MITILI PER RIDURRE LA PREDAZIONE DELLA RARISSIMA VACCARELLA DI MARE SENZA FERIRE O ALLONTANARE DEFINITIVAMENTE GLI ANIMALI. IL TEST, AVVIATO IN OCCASIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DEGLI SQUALI, POTREBBE OFFRIRE UNA SOLUZIONE REPLICABILE IN ALTRE AREE DEL MEDITERRANEO

Squali e razze, dal Golfo di Trieste un nuovo metodo per convivere con la fauna marina

Nel Golfo di Trieste la tutela di una delle razze più rare del Mediterraneo incontra le necessità quotidiane di chi vive di mitilicoltura. Il risultato è una sperimentazione scientifica che prova a superare una contrapposizione ricorrente: proteggere la biodiversità oppure difendere le attività economiche.

Sulle reste utilizzate per allevare i mitili sono stati installati dispositivi magnetici progettati per scoraggiare l’avvicinamento dei grandi pesci cartilaginei.

L’obiettivo non è catturarli, ferirli o espellerli dall’area ma ridurre le interazioni più problematiche e verificare se sia possibile limitare i danni agli allevamenti senza compromettere il comportamento degli animali.

Il progetto nasce dalle segnalazioni dei mitilicoltori di Grignano, che negli ultimi anni hanno osservato una maggiore presenza della vaccarella di mare, Aetomylaeus bovinus.

Questa grande razza si alimenta anche di molluschi e può raggiungere in gruppo le strutture di allevamento, dove trova una concentrazione di cibo particolarmente accessibile.

Le attività di monitoraggio condotte dall’Area Marina Protetta di Miramare hanno confermato la presenza stagionale di aggregazioni numerose, con oltre quaranta individui osservati contemporaneamente.

Grazie anche alle segnalazioni raccolte attraverso iniziative di citizen science, il Golfo di Trieste è oggi considerato uno dei siti mediterranei più importanti per lo studio della specie.

La sperimentazione è stata presentata dal WWF in occasione della Giornata Mondiale degli Squali del 14 luglio, una ricorrenza che comprende idealmente anche razze e altri elasmobranchi. Squali e razze appartengono infatti allo stesso grande gruppo di pesci cartilaginei e condividono molte delle minacce che stanno riducendo le loro popolazioni nel Mediterraneo.

Perché la vaccarella di mare entra nelle mitilicolture?

La vaccarella di mare è una razza di grandi dimensioni, riconoscibile per il corpo appiattito, le ampie pinne pettorali e il muso allungato. Vive vicino al fondale e si nutre soprattutto di molluschi, crostacei e altri invertebrati, che individua nella sabbia o tra i substrati costieri.

Le mitilicolture rappresentano quindi una risorsa alimentare concentrata. Le reste, cioè le reti tubolari sulle quali crescono i mitili, ospitano grandi quantità di molluschi in uno spazio relativamente ristretto. Per un animale abituato a cercare prede sparse sul fondale, questa disponibilità può diventare particolarmente attrattiva.

Quando più esemplari raggiungono contemporaneamente un impianto, i danni possono essere rilevanti. Non viene consumato soltanto il prodotto, perché i movimenti degli animali possono rompere o danneggiare le strutture e provocare la perdita dei mitili.

Il problema assume quindi una doppia dimensione. Da un lato vi è una specie minacciata che utilizza un’area costiera importante per la propria alimentazione. Dall’altro esistono imprese che dipendono dalla continuità degli allevamenti e non possono ignorare perdite ripetute.

È proprio in situazioni come questa che la conservazione deve diventare gestione concreta. Vietare semplicemente qualsiasi intervento rischierebbe di lasciare irrisolto il conflitto, mentre eliminare gli animali comprometterebbe una popolazione già estremamente fragile.

Come funzionano i deterrenti magnetici?

Squali e razze possiedono un sistema sensoriale molto diverso da quello umano. Sul capo e intorno alla bocca si trovano le ampolle di Lorenzini, piccoli organi capaci di percepire debolissimi campi elettrici.

Questa sensibilità consente agli elasmobranchi di individuare prede nascoste sotto la sabbia, orientarsi e interpretare segnali prodotti dagli organismi viventi. I dispositivi magnetici ed elettrici cercano di sfruttare proprio questa caratteristica.

Collocati vicino agli attrezzi di pesca o alle strutture da proteggere, generano uno stimolo che può risultare sgradito o confondere temporaneamente la percezione dell’animale. La razza o lo squalo dovrebbe quindi modificare la propria traiettoria senza subire danni fisici.

Nel Golfo di Trieste i deterrenti sono stati applicati direttamente sulle reste dei mitili. Il test dovrà stabilire se la loro presenza riduca la predazione, senza incidere sulla crescita e sulla qualità del prodotto allevato.

La semplicità apparente non deve trarre in inganno. L’efficacia dipende dalla distanza tra i dispositivi, dalla loro intensità, dalla specie coinvolta e dal comportamento degli animali. Una configurazione utile per una rete da pesca può non funzionare allo stesso modo in una mitilicoltura.

Per questo le prossime settimane saranno dedicate al monitoraggio. I ricercatori dovranno confrontare le strutture dotate di deterrenti con quelle prive di dispositivi, registrando gli avvicinamenti delle razze, i danni e l’eventuale presenza di effetti indesiderati.

Chi sta conducendo la sperimentazione?

L’attività riunisce ricercatori dell’Università Politecnica delle Marche e dell’Università di Padova, la Cooperativa Shoreline e l’Area Marina Protetta di Miramare. Il lavoro si inserisce nel progetto europeo LIFE PROMETHEUS ed è stato promosso nel territorio attraverso il collegamento con LIFE EUSharks.

LIFE PROMETHEUS è dedicato alla riduzione delle catture accidentali di squali e razze nel Mediterraneo. Il progetto sperimenta deterrenti magnetici, metalli elettropositivi e dispositivi elettrici direttamente su reti e palangari, coinvolgendo pescatori e comunità costiere in diversi siti. (Life Prometheus)

Il test di Miramare rappresenta un adattamento di queste tecnologie a un problema differente. Non si cerca di impedire che una razza finisca accidentalmente in una rete ma di proteggerne l’accesso a una risorsa alimentare collocata artificialmente nel suo ambiente.

Questa replicazione è uno degli aspetti più interessanti del progetto. Una tecnologia sviluppata per la pesca può essere modificata e impiegata in acquacoltura, purché sia sottoposta a una nuova verifica scientifica.

Il metodo assume inoltre valore perché nasce da una collaborazione con gli operatori locali. Senza il coinvolgimento dei mitilicoltori, la sperimentazione rimarrebbe separata dalle reali esigenze economiche e sarebbe più difficile trasformarla in una pratica applicabile.

Perché il Golfo di Trieste è importante per questa specie?

Il Golfo di Trieste è una zona relativamente poco profonda, caratterizzata da fondali sabbiosi e fangosi, praterie sommerse, aree costiere protette e un’intensa presenza di attività umane.

Questa combinazione rende il territorio complesso ma anche molto produttivo. Le acque ospitano numerose specie di pesci e invertebrati, mentre le zone di alimentazione possono attrarre grandi razze durante determinati periodi dell’anno.

Le aggregazioni di vaccarelle osservate vicino a Miramare indicano che l’area non è utilizzata soltanto in modo occasionale. La presenza di decine di individui suggerisce una funzione ecologica significativa, legata probabilmente all’alimentazione e alla disponibilità stagionale di risorse.

Individuare questi siti è essenziale per la conservazione. Una specie può essere protetta formalmente ma continuare a diminuire se le aree più importanti per nutrirsi, riprodursi o crescere vengono alterate.

Le osservazioni raccolte da cittadini, subacquei, pescatori e ricercatori hanno permesso di costruire una conoscenza più completa. La citizen science non sostituisce i monitoraggi professionali, ma può moltiplicare la capacità di intercettare animali rari e mobili.

Il Golfo diventa così un laboratorio naturale nel quale studiare la vaccarella e sperimentare soluzioni di convivenza. La protezione dell’Area Marina di Miramare offre inoltre un contesto favorevole per seguire gli animali e valutare l’impatto delle diverse attività.

Quanto è minacciata la vaccarella di mare?

L’Aetomylaeus bovinus è classificata dall’Unione internazionale per la conservazione della natura tra le specie in pericolo critico nel Mediterraneo. Si tratta della categoria che precede l’estinzione in natura e indica un rischio estremamente elevato.

La specie possiede caratteristiche biologiche che rendono il recupero particolarmente lento. Come molti squali e razze, cresce gradualmente, raggiunge la maturità sessuale dopo diversi anni e produce un numero limitato di piccoli.

Questa strategia riproduttiva può funzionare in ecosistemi stabili, ma diventa un grave svantaggio quando la mortalità aumenta rapidamente. Una popolazione colpita dalle catture accidentali non riesce a sostituire gli adulti perduti con la stessa velocità di molte specie ossee.

La pesca rappresenta una delle principali minacce. La vaccarella può rimanere impigliata nelle reti da posta, finire nei palangari oppure essere catturata insieme con le specie bersaglio. Anche quando viene rilasciata, la sopravvivenza non è sempre garantita.

Alla pressione della pesca si aggiungono il degrado degli habitat costieri, l’inquinamento e la trasformazione dei fondali. Le aree poco profonde, utilizzate da molte razze per alimentarsi, coincidono spesso con le zone più intensamente sfruttate dall’uomo.

In questo quadro, un’aggregazione di oltre quaranta individui assume un valore eccezionale. Proteggere il sito significa salvaguardare una frazione rilevante della popolazione osservabile nell’Adriatico settentrionale.

Perché squali e razze sono così vulnerabili nel Mediterraneo?

Il Mediterraneo ospita circa ottanta specie di elasmobranchi, comprendendo squali e razze. Secondo il WWF, oltre il 60% delle specie valutate dall’International Union for Conservation of Nature (IUCN) risulta minacciato di estinzione.

Il dato colloca questo mare tra le regioni più pericolose al mondo per i pesci cartilaginei. La causa principale non è la pesca mirata alle grandi pinne, come spesso si immagina pensando ad altri oceani, ma l’insieme delle catture commerciali, accidentali e non dichiarate.

Molti squali vengono pescati insieme a tonni, pesci spada e altre specie pelagiche. Le razze finiscono invece frequentemente nelle reti utilizzate vicino al fondale.

Una parte delle catture non viene identificata correttamente. Specie diverse possono essere vendute con denominazioni generiche, rendendo difficile ricostruire la reale pressione esercitata sulle popolazioni.

Il Mediterraneo è inoltre un bacino quasi chiuso e intensamente utilizzato. Pesca, traffico navale, urbanizzazione costiera, turismo, inquinamento e riscaldamento delle acque agiscono contemporaneamente su ecosistemi già frammentati.

Quando una popolazione diminuisce in una regione così isolata, il recupero attraverso l’arrivo di individui dall’Atlantico può essere insufficiente. Gli stretti collegamenti con l’oceano non garantiscono un ricambio capace di compensare le perdite.

Che ruolo svolgono squali e razze negli ecosistemi?

Squali e razze non sono soltanto specie da proteggere perché rare. Svolgono funzioni ecologiche che influenzano la struttura delle comunità marine.

I grandi squali regolano le popolazioni delle loro prede e possono modificare il comportamento di altri animali. La loro presenza impedisce che determinate specie si concentrino eccessivamente in alcune zone, contribuendo all’equilibrio degli habitat.

Le razze che si alimentano sul fondale smuovono sedimenti, intercettano molluschi e crostacei e redistribuiscono nutrienti. Questa attività può creare piccoli spazi utilizzati da altri organismi e influenzare la composizione delle comunità bentoniche.

La vaccarella di mare, cercando prede nei fondali sabbiosi e fangosi, partecipa quindi ai processi che mantengono dinamico l’ecosistema costiero. La sua scomparsa eliminerebbe una funzione costruita in milioni di anni di evoluzione.

La perdita degli elasmobranchi può inoltre produrre effetti a cascata. Quando diminuiscono i predatori o i grandi consumatori, alcune popolazioni aumentano e alterano la disponibilità di risorse per altre specie.

Il recupero di squali e razze rappresenta quindi un investimento nella stabilità del mare, non una tutela isolata di animali carismatici.

I deterrenti possono ridurre anche le catture accidentali?

La sperimentazione di Trieste si collega a una linea di ricerca già applicata alla pesca. LIFE PROMETHEUS testa dispositivi magnetici ed elettrici su palangari e reti da posta, con l’obiettivo di ridurre la probabilità che squali e razze entrino in contatto con gli attrezzi.

I primi studi condotti in diversi contesti hanno fornito risultati promettenti, ma non uniformi. Alcune configurazioni possono diminuire sensibilmente la cattura di determinate specie, mentre altre risultano meno efficaci.

La risposta dipende dalla fisiologia dell’animale, dal tipo di fondale, dalla profondità e dall’attrezzo utilizzato. Anche il comportamento delle specie bersaglio deve essere considerato, perché il deterrente non dovrebbe ridurre eccessivamente le catture commerciali desiderate.

Un dispositivo efficace soltanto per gli squali ma troppo costoso o difficile da installare, difficilmente verrà adottato dai pescatori. La ricerca deve quindi valutare insieme rendimento ambientale, praticità e sostenibilità economica.

Il coinvolgimento degli operatori è decisivo. Le tecnologie funzionano davvero solo quando possono essere integrate nelle procedure quotidiane senza aumentare in modo sproporzionato tempi e costi.

Il progetto europeo cerca proprio questa sintesi, sperimentando le soluzioni in dodici aree mediterranee e adattandole ai diversi sistemi di pesca.

Come può cambiare la relazione tra pesca e conservazione?

Per molto tempo la conservazione marina è stata raccontata attraverso divieti e limitazioni. Questi strumenti restano necessari, soprattutto nelle aree più sensibili, ma non possono essere l’unica risposta.

Le comunità costiere devono poter riconoscere un vantaggio nella presenza di ecosistemi sani. Una popolazione di squali e razze in recupero può diventare una risorsa per il turismo responsabile, la ricerca e l’identità del territorio.

LIFE PROMETHEUS lavora anche su questo fronte, promuovendo attività di osservazione subacquea regolamentata e forme di ecoturismo nelle aree di aggregazione. Il progetto sviluppa inoltre codici di condotta per evitare disturbo, inseguimenti e comportamenti invasivi.

La convivenza non significa trasformare ogni specie in un’attrazione. Significa riconoscere che la biodiversità può generare valore quando viene osservata senza essere consumata o danneggiata.

Nel caso delle mitilicolture, una soluzione non letale può ridurre il conflitto e migliorare l’accettazione della presenza delle razze. Il successo del progetto dipenderà però dalla sua reale efficacia.

Se i deterrenti non diminuiranno i danni, sarà necessario modificare il sistema o cercare altri approcci. La sperimentazione scientifica serve anche a escludere le soluzioni che sembrano promettenti ma non funzionano nelle condizioni reali.

Perché il cambiamento climatico rende più urgente la tutela?

Il Mediterraneo si sta riscaldando rapidamente e questo cambiamento modifica distribuzione, riproduzione e disponibilità alimentare delle specie.

Squali e razze possono spostarsi verso acque più adatte, comparire in periodi diversi oppure concentrarsi in aree che offrono temperature e risorse favorevoli. Queste variazioni possono aumentare le interazioni con pesca, acquacoltura e turismo.

Il cambiamento climatico non agisce separatamente dalle altre pressioni. Una popolazione già ridotta dalle catture accidentali possiede meno individui e meno diversità genetica con cui affrontare nuovi stress.

Anche gli habitat costieri possono trasformarsi. Ondate di calore marine, perdita di ossigeno, eventi meteorologici estremi e modifiche delle comunità bentoniche incidono sulle prede disponibili.

In questo scenario, proteggere siti di aggregazione come il Golfo di Trieste diventa ancora più importante. Le aree utilizzate oggi potrebbero assumere un ruolo crescente come rifugi o zone di alimentazione.

La ricerca deve quindi essere continuativa. Dati raccolti per pochi anni non bastano a distinguere le variazioni naturali dagli effetti strutturali del riscaldamento.

Perché l’Italia ha bisogno di un Piano nazionale per gli elasmobranchi?

In occasione della Giornata Mondiale degli Squali, il WWF ha rilanciato la richiesta di un Piano d’Azione Nazionale per gli Elasmobranchi promosso dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e dal ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste.

L’Italia dispone di norme europee, divieti di cattura per alcune specie, aree protette e progetti di ricerca. Manca però una strategia nazionale capace di collegare monitoraggio, pesca, habitat critici, formazione e controllo del commercio.

Un piano dovrebbe individuare le specie prioritarie e le aree essenziali per riproduzione, crescita e alimentazione. Dovrebbe inoltre migliorare la raccolta dei dati sugli sbarchi e sulle catture accidentali.

Sarebbe necessario formare pescatori, operatori dei mercati e autorità di controllo per riconoscere correttamente le diverse specie. La somiglianza tra alcuni squali e razze può infatti favorire errori, sostituzioni e commercializzazione illegale.

Il piano potrebbe infine sostenere tecnologie come i deterrenti, definendo incentivi, protocolli sperimentali e criteri per l’adozione. Una soluzione efficace in un progetto europeo deve poter uscire dalla fase pilota e diventare accessibile agli operatori.

Secondo il Bilancio sociale 2025 del WWF Italia, era stato finalizzato un accordo con rappresentanti ministeriali per lo sviluppo di un piano nazionale. La richiesta avanzata nel luglio 2026 mostra tuttavia che il percorso non è ancora arrivato a una piena applicazione operativa.

Allevamento di mitili nel Golfo di Trieste – Foto di Saul Ciriaco per WWF

Che cosa può insegnare il caso di Miramare?

La sperimentazione nel Golfo di Trieste racconta un modo diverso di affrontare i conflitti ambientali. Non parte dall’idea che una delle due parti debba necessariamente arretrare, ma dalla ricerca di una soluzione verificabile.

I mitilicoltori hanno un problema concreto, perché la predazione può compromettere il prodotto e la stabilità economica delle aziende. La vaccarella non compie però un comportamento anomalo: utilizza una risorsa disponibile all’interno del proprio ambiente.

Il compito della ricerca è intervenire su questa sovrapposizione senza trasformare l’animale nel colpevole. I deterrenti magnetici potrebbero offrire una risposta, ma soltanto i risultati diranno se funzioneranno.

Il valore dell’esperimento sta anche nel metodo. Monitoraggio, collaborazione con gli operatori, tecnologie non letali e protezione dell’area vengono integrati in un unico percorso.

Se la prova avrà successo, potrà essere replicata in altre mitilicolture mediterranee interessate dalla presenza di grandi razze. Se produrrà risultati parziali, fornirà comunque dati utili per progettare sistemi migliori.

La convivenza tra uomo e fauna marina non nasce da una formula astratta. Richiede conoscenza delle specie, capacità di misurare gli impatti e disponibilità a modificare le attività.

Nel mare più sfruttato e minacciato d’Europa, ogni soluzione capace di ridurre i conflitti senza impoverire gli ecosistemi rappresenta un passo importante.

La sfida non è scegliere tra squali, razze e lavoro umano, ma creare condizioni nelle quali la biodiversità possa tornare a svolgere il proprio ruolo mentre le comunità costiere continuano a vivere del mare.

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