“SI FA PRESTO A DIRE SOSTENIBILITÀ” HA PORTATO AL SALONE DEL LIBRO DI TORINO IL TEMA DELLA COMUNICAZIONE AMBIENTALE IN UN TEMPO SEGNATO DA DISINFORMAZIONE, INTELLIGENZA ARTIFICIALE E SOVRACCARICO INFORMATIVO. IL CONFRONTO PROMOSSO DA ASviS CON IL PATTO EUROPEO PER IL CLIMA HA MESSO AL CENTRO UNA QUESTIONE DECISIVA: COME RACCONTARE LA CRISI CLIMATICA IN MODO CREDIBILE, ACCESSIBILE E BASATO SUI FATTI
Perché oggi comunicare la sostenibilità è diventato così difficile?
Negli ultimi anni la sostenibilità è entrata stabilmente nel linguaggio pubblico. Compare nella politica, nella pubblicità, nelle strategie aziendali, nei social network e perfino nei prodotti di consumo quotidiano.
Eppure proprio questa diffusione massiccia ha prodotto un effetto paradossale: più si parla di sostenibilità, più il termine rischia di perdere precisione, profondità e credibilità.
È dentro questa contraddizione che si è inserito l’incontro “Si fa presto a dire sostenibilità”, promosso da ASviS – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile – nell’ambito del Salone Internazionale del Libro di Torino.
L’appuntamento, ospitato nei giorni scorsi al Caffè Letterario del Padiglione Oval, ha riunito giornalisti, divulgatori, esperti di comunicazione e rappresentanti del Patto Europeo per il Clima per riflettere sul rapporto sempre più complesso tra informazione ambientale, tecnologie digitali e qualità del dibattito pubblico.
Il tema non riguarda soltanto la correttezza delle informazioni. Riguarda anche il modo in cui le persone costruiscono la propria percezione della crisi climatica.
In un ecosistema dominato dalla velocità dei contenuti, dagli algoritmi e dalla polarizzazione dei social media, distinguere dati affidabili da narrazioni manipolatorie è diventato sempre più difficile. E proprio le questioni ambientali risultano tra le più esposte alla distorsione, al negazionismo climatico e alle semplificazioni superficiali.
Che ruolo hanno oggi intelligenza artificiale e disinformazione climatica?
Uno dei punti centrali dell’incontro ha riguardato la trasformazione dell’ecosistema informativo contemporaneo. L’intelligenza artificiale generativa, la produzione automatizzata di contenuti e la velocità della circolazione digitale stanno modificando radicalmente il rapporto tra cittadini e informazione.
Da una parte esistono opportunità enormi di diffusione della conoscenza. Dall’altra cresce il rischio di una moltiplicazione incontrollata di contenuti falsi, manipolati o costruiti per orientare emotivamente il dibattito.
Nel campo ambientale questo fenomeno assume una rilevanza particolare. Le crisi climatiche richiedono infatti decisioni collettive, consenso sociale e capacità di interpretare processi complessi. Quando però il discorso pubblico viene inquinato dalla disinformazione, diventa più difficile costruire consapevolezza e sostenere politiche di lungo periodo.
Non è un caso che il Patto Europeo per il Clima abbia scelto di investire molto sul tema della comunicazione e del cosiddetto “prebunking”, cioè la capacità di preparare i cittadini a riconoscere in anticipo le tecniche della manipolazione informativa prima ancora che i contenuti falsi diventino virali. È una strategia che prova a spostare il problema dalla semplice smentita alla costruzione di competenze critiche diffuse.
Il Patto Europeo per il Clima e la ampagna Climate Facts Matter
Tra le protagoniste dell’incontro torinese c’è stata Sara Roversi, ambasciatrice del Patto Europeo per il Clima, che ha portato al centro del confronto l’esperienza della campagna Climate Facts Matter e il lavoro svolto dagli ambasciatori europei sul territorio.
Il suo intervento ha insistito soprattutto sulla necessità di costruire una vera cultura climatica condivisa, capace di trasformare la conoscenza in partecipazione concreta.
Non soltanto informazione tecnica, quindi, ma anche educazione civica, coinvolgimento delle comunità e strumenti per aiutare cittadini e giovani a interpretare il cambiamento climatico senza sentirsi paralizzati dall’ansia o dalla confusione informativa.
Roversi ha parlato della necessità di formare una nuova generazione di “Climate Shapers”, persone capaci di dare forma al cambiamento attraverso competenze, partecipazione e responsabilità collettiva.
In questo senso il riferimento alla Venice Climate Week ha rappresentato un esempio concreto di come eventi culturali e territoriali possano contribuire a creare spazi di confronto più maturi sui temi ambientali.
Il Patto Europeo per il Clima sostiene infatti momenti pubblici di dialogo proprio con l’obiettivo di rafforzare il rapporto tra ricerca scientifica, istituzioni, media e società civile. Una rete che oggi appare fondamentale per contrastare la frammentazione del discorso ambientale e ricostruire fiducia nelle fonti affidabili.
Si fa presto a dire sostenibilità: chi ha partecipato al confronto sulla sostenibilità?
L’incontro ha riunito figure provenienti da mondi diversi, proprio per mettere in dialogo approcci differenti alla comunicazione contemporanea. Accanto a Sara Roversi sono intervenuti i giornalisti Massimo Cirri e Valentina Tomirotti, Stefania Farina, Head of Sustainability del Salone Internazionale del Libro di Torino, Marta Grelli, fondatrice di Travelin, Giulio Lo Iacono, segretario generale di ASviS, Mirella Marchese della Rete Nazionale per il Contrasto ai Discorsi e ai Fenomeni d’Odio e Ottavia Ortolani, Head of Communications and Advocacy di ASviS.
A moderare il confronto è stato Andrea Farinet, presidente della Fondazione Pubblicità Progresso e del Socialing Institute, oltre che professore di intelligenza artificiale e nuove piattaforme digitali. Una presenza significativa, perché il rapporto tra IA, algoritmi e sostenibilità informativa rappresenta ormai uno dei nodi più delicati della comunicazione pubblica contemporanea.

Si fa presto a dire sostenibilità: una sfida culturale oltre che ambientale
Il confronto torinese ha mostrato con chiarezza che la sostenibilità non può più essere considerata soltanto una questione tecnica o specialistica. È diventata una sfida culturale che coinvolge il modo in cui costruiamo consenso, interpretiamo i dati, prendiamo decisioni collettive e immaginiamo il futuro.
La crisi climatica richiede infatti non solo tecnologie e politiche pubbliche ma anche una società capace di leggere criticamente le informazioni e di distinguere la complessità reale dalle semplificazioni manipolatorie. In questo senso, comunicare bene l’ambiente non significa rendere i problemi più “attraenti”, ma renderli comprensibili senza tradirne la profondità.
Ed è probabilmente questo il significato più importante emerso dal confronto al Salone del Libro: la sostenibilità non si costruisce soltanto con le infrastrutture o con le norme, ma anche con la qualità delle parole, delle narrazioni e delle relazioni che tengono insieme una comunità informata.




