giovedì, Aprile 30, 2026

Marevivo e Jeremy Rifkin: la proposta di un Blue deal

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IL PIANETA È SOPRATTUTTO ACQUA, EPPURE GLI OCEANI RESTANO TRA GLI ECOSISTEMI PIÙ TRASCURATI NELLE POLITICHE GLOBALI. DA QUESTA CONSAPEVOLEZZA NASCE L’APPELLO LANCIATO A ROMA DALLA FONDAZIONE MAREVIVO INSIEME CON L’ECONOMISTA JEREMY RIFKIN: PROTEGGERE ALMENO IL 30% DI TERRE E MARI ENTRO IL 2030 E AVVIARE UN “BLUE DEAL” PER IL FUTURO DEL PIANETA ACQUA

Perché il mare torna al centro del dibattito globale?

Nel cuore di Roma, nella sede galleggiante di Marevivo sul Tevere, si è svolto un incontro che ha riunito scienza, economia e attivismo ambientale attorno a un tema sempre più urgente: il futuro degli oceani.

L’occasione è stata la presentazione del libro “Pianeta acqua” dell’economista statunitense Jeremy Rifkin, figura di riferimento nel dibattito internazionale sulle trasformazioni economiche e ambientali.

L’incontro ha rappresentato molto più di una semplice presentazione editoriale. È stato piuttosto un momento di convergenza tra visioni che riconoscono nel mare e nell’acqua il vero motore della vita sulla Terra.

Una prospettiva che Rifkin definisce “idrocentrica”, capace di ribaltare il paradigma economico dominante e riportare l’acqua al centro delle politiche globali.

Blue deal: che cosa significa pensare la Terra come “Pianeta Acqua”?

Secondo Rifkin, l’umanità sta entrando in una nuova fase storica in cui diventa inevitabile riconoscere che il pianeta non è semplicemente un territorio da sfruttare, ma un sistema complesso dominato dall’acqua.

Gli oceani coprono infatti circa il 71% della superficie terrestre, ospitano oltre il 95% della biosfera e producono più della metà dell’ossigeno presente nell’atmosfera. Sono, in altre parole, il grande regolatore biologico e climatico della Terra.

Nonostante questa centralità, il mare resta spesso invisibile nel dibattito politico: l’attenzione pubblica tende a concentrarsi sulle crisi terrestri – dalla deforestazione alla desertificazione – mentre gli ecosistemi marini continuano a subire pressioni crescenti.

Inquinamento marino da plastica, pesca eccessiva, acidificazione degli oceani e cambiamento climatico stanno compromettendo la capacità di rigenerazione degli ecosistemi marini.

Che cos’è l’obiettivo 30×30?

Al centro dell’incontro è stato ribadito uno degli obiettivi più ambiziosi della governance ambientale internazionale: il cosiddetto 30×30, previsto dal Global Biodiversity Framework adottato durante la Conferenza ONU sulla biodiversità.

Il principio è semplice: proteggere almeno il 30% delle terre emerse, delle acque interne e dei mari entro il 2030. Per quanto riguarda gli oceani, almeno il 10% delle aree marine dovrebbe essere sottoposto a tutela integrale o altamente protetta, le cosiddette zone no-take, dove ogni attività estrattiva è vietata.

Queste aree rappresentano veri e propri santuari ecologici che permettono agli ecosistemi di rigenerarsi e alle popolazioni ittiche di ricostituirsi.

Blue deal: quanto sono protetti oggi gli oceani?

I numeri mostrano quanto la strada sia ancora lunga. Attualmente solo l’8,4% degli oceani è sottoposto a qualche forma di protezione. Ancora più ridotta è la quota realmente tutelata in modo rigoroso, che si colloca tra il 2,8% e il 3,2%.

Nel Mediterraneo la situazione non è molto diversa. Le aree marine protette coprono tra il 6% e il 9% delle acque, ma solo una parte limitata garantisce livelli di tutela realmente efficaci.

L’Italia dispone di una rete di 30 Aree Marine Protette e due parchi sommersi, una delle più estese nel Mediterraneo. Tuttavia, permangono criticità legate alla gestione, alla copertura degli habitat e alle risorse economiche disponibili per la conservazione.

Blue deal: perché le aree marine protette sono così importanti?

Le aree marine protette sono spesso definite infrastrutture ecologiche. Non sono soltanto spazi di conservazione, ma veri laboratori naturali dove gli ecosistemi possono rigenerarsi.

In questi ambienti, la biodiversità aumenta, le popolazioni di pesci si riproducono più facilmente e gli habitat marini recuperano equilibrio. I benefici non restano confinati all’interno delle aree protette, ma si estendono anche alle zone circostanti, sostenendo attività economiche come la pesca sostenibile e il turismo naturalistico.

Secondo Rosalba Giugni, presidente di Marevivo, proteggere il mare significa investire nel futuro economico e sociale delle comunità costiere.

Blue deal: perché il mare rischia di diventare invisibile nella politica internazionale?

Durante l’incontro, Giugni ha sottolineato un paradosso sempre più evidente: nei periodi di crisi geopolitica e conflitti armati, l’ambiente tende a scivolare in fondo all’agenda politica. In un contesto internazionale segnato da instabilità e tensioni, la tutela degli ecosistemi marini rischia di essere percepita come una priorità secondaria. Eppure, ha ricordato Giugni, il mare non è uno spazio vuoto dove ciò che accade ha conseguenze minori.

Il mare regola il clima, produce ossigeno e sostiene sistemi economici fondamentali come la pesca e il turismo. Ignorarlo significa compromettere le basi ecologiche della vita umana.

Che cos’è il “Blue Deal” proposto da Rifkin?

Nel suo intervento, Jeremy Rifkin ha rilanciato un’idea che sta guadagnando spazio nel dibattito internazionale: affiancare al Green Deal europeo un “Blue Deal”.

Se il Green Deal riguarda la transizione energetica e climatica, il Blue Deal dovrebbe concentrarsi sulla gestione sostenibile delle risorse idriche e marine.

Secondo Rifkin, questo cambiamento richiede una vera rivoluzione culturale. Significa smettere di considerare l’acqua come una semplice merce e riconoscerla come la base biologica della vita sul pianeta. In questa prospettiva, l’acqua diventa il principio guida di un nuovo modello economico capace di integrare innovazione tecnologica, responsabilità sociale e tutela degli ecosistemi.

Blue deal: quale ruolo possono avere le organizzazioni ambientaliste?

Organizzazioni come Marevivo svolgono un ruolo fondamentale nel mantenere alta l’attenzione pubblica sullo stato degli oceani. Da decenni la fondazione promuove campagne contro l’inquinamento marino, iniziative di educazione ambientale e progetti di conservazione della biodiversità.

L’incontro romano ha rappresentato anche un momento simbolico di riconoscimento per Rifkin, che è stato insignito del titolo di “Cavaliere del Mare”, un’onorificenza conferita dalla fondazione a personalità impegnate nella difesa degli ecosistemi marini.

Perché parlare oggi di “Pianeta Acqua”?

La definizione utilizzata da Rifkin – Pianeta Acqua – non è soltanto un’immagine evocativa. È una chiave di lettura che invita a ripensare il rapporto tra umanità e ambiente.

Se il pianeta è dominato dall’acqua, allora la salute degli oceani diventa la condizione di base per la stabilità climatica, la sicurezza alimentare e la sopravvivenza degli ecosistemi terrestri.

In questa prospettiva, proteggere il mare non significa soltanto conservare la biodiversità marina. Significa difendere il sistema ecologico che rende possibile la vita sulla Terra. E proprio da questa consapevolezza, secondo Rifkin e Marevivo, dovrebbe partire la prossima grande trasformazione economica e culturale del XXI secolo.

Numero verde ONA

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