giovedì, Settembre 10, 2026

L’antimicrobico-resistenza è una “pandemia silenziosa”

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L’ANTIMICROBICO-RESISTENZA STA RIDUCENDO L’EFFICACIA DI FARMACI ESSENZIALI E RENDE PIÙ DIFFICILI DA TRATTARE INFEZIONI CHE PER DECENNI SONO STATE CONTROLLATE CON GLI ANTIBIOTICI. RINO RAPPUOLI, DIRETTORE SCIENTIFICO DELLA FONDAZIONE BIOTECNOPOLO DI SIENA, L’HA DEFINITA UNA “PANDEMIA SILENZIOSA”: PER CONTRASTARLA NON BASTA SCOPRIRE NUOVI FARMACI, MA SERVONO PREVENZIONE, VACCINI, DIAGNOSI RAPIDE, SORVEGLIANZA E UN APPROCCIO ONE HEALTH CHE CONSIDERI INSIEME SALUTE UMANA, ANIMALE E AMBIENTE.

Antimicrobico-resistenza, Rappuoli: una “pandemia silenziosa” che richiede più prevenzione

Per decenni abbiamo considerato gli antibiotici quasi come una certezza. Un’infezione batterica poteva essere diagnosticata e, nella maggior parte dei casi, controllata grazie a medicinali che hanno cambiato radicalmente la storia della medicina.

Oggi quella certezza non può più essere data per scontata. I batteri evolvono e possono acquisire caratteristiche che permettono loro di sopravvivere ai farmaci utilizzati per combatterli. Quando queste resistenze si diffondono, terapie fino a quel momento efficaci possono diventare meno affidabili o, nei casi più difficili, non funzionare più.

È questo il significato dell’allarme lanciato a Seul da Rino Rappuoli, direttore scientifico della Fondazione Biotecnopolo di Siena, intervenuto al 2nd Antimicrobial Resistance Symposium della Seoul National University.

«L’antimicrobico-resistenza è una pandemia silenziosa che avanza progressivamente e rischia di compromettere una delle più grandi conquiste della medicina moderna», ha affermato Rappuoli.

La definizione descrive efficacemente la dimensione del rischio, anche se l’AMR non è una pandemia nel senso epidemiologico attribuito a una singola malattia infettiva. È un processo globale e progressivo che attraversa ospedali, comunità, allevamenti e ambiente.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2021 la resistenza antimicrobica batterica è stata associata a oltre 4,7 milioni di decessi nel mondo. Nel 2023, circa un’infezione batterica confermata in laboratorio su sei risultava resistente agli antibiotici utilizzati per trattarla.

Foto di Testalize.me su Unsplash

Che cos’è l’antimicrobico-resistenza e perché non riguarda soltanto gli antibiotici?

L’antimicrobico-resistenza, indicata con la sigla AMR, si verifica quando microrganismi come batteri, virus, funghi e parassiti non rispondono più adeguatamente ai farmaci utilizzati per combatterli.

Gli antibiotici rappresentano la componente più conosciuta del problema, perché vengono utilizzati contro le infezioni batteriche. Esistono però anche resistenze agli antivirali, agli antifungini e agli antiparassitari.

Quando un microrganismo diventa resistente, dunque, non è il corpo della persona a “non rispondere più” al medicinale. È il patogeno ad aver acquisito caratteristiche biologiche che gli consentono di sopravvivere al trattamento.

Il fenomeno evolutivo può verificarsi naturalmente, ma l’uso scorretto o eccessivo degli antimicrobici accelera la selezione e la diffusione dei ceppi resistenti.

L’OMS individua proprio nell’uso improprio dei farmaci uno dei principali motori della crisi. Pesano anche una prevenzione insufficiente delle infezioni, l’accesso inadeguato alla diagnostica e ai vaccini e le difficoltà nello sviluppo di nuovi medicinali.

La resistenza diventa così un problema collettivo. Più i ceppi resistenti circolano, maggiore è il rischio che terapie normalmente efficaci perdano progressivamente la loro capacità di curare.

Perché perdere antibiotici efficaci metterebbe a rischio la medicina moderna?

Per capire la portata del problema bisogna ricordare che cosa ha significato la disponibilità degli antibiotici.

Prima della loro diffusione, una ferita infetta, una polmonite batterica o un’infezione dopo un intervento chirurgico potevano avere conseguenze molto gravi. Gli antibiotici non hanno soltanto permesso di curare queste malattie: hanno reso più sicura una parte consistente della medicina moderna.

«Gli antibiotici hanno trasformato la storia della medicina», ha ricordato Rappuoli. «Hanno reso più sicuri la chirurgia, i trapianti e molti trattamenti oncologici».

Un trapianto richiede terapie che riducono le difese immunitarie. La chemioterapia può rendere temporaneamente più vulnerabili alle infezioni. Anche un intervento chirurgico comporta un rischio infettivo.

Se i farmaci utilizzati per prevenire o curare queste complicanze perdono efficacia, procedure che non riguardano direttamente le malattie infettive diventano più rischiose.

È questa una delle ragioni per cui l’antimicrobico-resistenza viene considerata una minaccia sistemica. Non mette in discussione soltanto la capacità di curare una polmonite o un’infezione urinaria resistente, ma la sicurezza di molte altre prestazioni sanitarie.

Difendere gli antibiotici significa quindi proteggere una delle infrastrutture invisibili sulle quali poggia la medicina contemporanea.

Perché cercare sempre un nuovo antibiotico non basta?

Per molto tempo la risposta alla resistenza è stata soprattutto farmacologica: quando un batterio diventava resistente, occorreva trovare una nuova molecola capace di superarne le difese.

La ricerca di nuovi antibiotici resta indispensabile, ma questo inseguimento non può rappresentare l’intera strategia.

«Non possiamo pensare di affrontarla soltanto con la ricerca di un nuovo antibiotico ogni volta che emerge una resistenza», ha spiegato Rappuoli a Seul.

I batteri, infatti, continueranno a evolvere. Inoltre lo sviluppo di nuovi antibiotici è complesso e la disponibilità di molecole realmente innovative non cresce abbastanza rapidamente rispetto alle necessità globali. L’OMS segnala da tempo una pipeline di ricerca e sviluppo insufficiente.

Rappuoli propone quindi un cambio di prospettiva: intervenire prima che il problema clinico si manifesti pienamente.

«Abbiamo bisogno di nuovi farmaci, ma dobbiamo anche ridurre il numero delle infezioni, utilizzare in modo appropriato gli antibiotici disponibili e capire rapidamente dove e come si sviluppano le resistenze».

Il punto non è scegliere tra ricerca e prevenzione. È costruire un sistema nel quale nuovi medicinali, vaccini, diagnosi e sorveglianza agiscano in momenti diversi dello stesso processo.

Perché prevenire le infezioni riduce anche le resistenze?

Ogni infezione evitata può significare un trattamento antibiotico in meno.

«Se evitiamo un’infezione, evitiamo anche l’uso dell’antibiotico necessario per curarla», ha sintetizzato Rappuoli.

Negli ospedali prevenire significa innanzitutto limitare le infezioni correlate all’assistenza attraverso igiene delle mani, gestione corretta dei dispositivi medici, controllo dei focolai e identificazione tempestiva dei casi.

Fuori dalle strutture sanitarie entrano invece in gioco vaccinazioni, igiene, acqua sicura e corretta gestione degli alimenti.

A queste misure si affianca l’uso appropriato degli antibiotici. Non significa semplicemente prescriverne meno, ma utilizzarli quando servono, scegliendo farmaco, dose e durata adeguati.

La prevenzione interviene quindi a monte, mentre l’antimicrobial stewardship protegge l’efficacia dei medicinali quando è necessario utilizzarli.

Questo approccio permette anche di superare un messaggio fuorviante: gli antibiotici non sono il problema. Sono farmaci essenziali che devono essere preservati dall’impiego inutile o inappropriato.

Che ruolo possono avere vaccini e diagnosi rapide?

I vaccini possono contribuire alla lotta all’AMR (acronimo di Antimicrobial Resistance) senza agire direttamente sui meccanismi di resistenza.

Se una vaccinazione impedisce che l’infezione si sviluppi, diminuisce la necessità di trattarla. Può inoltre prevenire alcune infezioni virali che favoriscono complicazioni batteriche o inducono prescrizioni antibiotiche inappropriate.

L’OMS ha dedicato nel 2024 un rapporto specifico al contributo dei vaccini contro la resistenza antimicrobica, analizzando 44 vaccini diretti contro 24 patogeni, già disponibili o ancora in fase di sviluppo.

Le diagnosi rapide intervengono invece quando il paziente è già malato.

Capire velocemente se l’infezione sia batterica e identificare il microrganismo responsabile permette di evitare antibiotici inutili oppure di scegliere una terapia più mirata. Anche conoscere rapidamente il profilo di sensibilità del batterio può ridurre il ricorso a farmaci ad ampio spettro.

«Anticorpi monoclonali, vaccini, nuovi antibiotici, diagnosi rapide e sorveglianza non sono strade separate. Sono parti della stessa risposta», ha osservato Rappuoli.

La forza di questa strategia sta proprio nell’integrazione: evitare le infezioni quando possibile e trattarle in maniera più precisa quando si verificano.

Come possono genomica e intelligenza artificiale anticipare le resistenze?

La ricerca contemporanea dispone di strumenti che permettono di osservare l’evoluzione dei patogeni con una precisione impensabile fino a pochi anni fa.

La genomica consente di analizzare il patrimonio genetico dei microrganismi e individuare mutazioni associate alla resistenza. Il sequenziamento permette inoltre di confrontare i ceppi e può contribuire a ricostruire le catene di trasmissione durante un focolaio.

L’intelligenza artificiale apre un fronte differente. L’analisi di grandi quantità di dati biologici, clinici ed epidemiologici può aiutare a riconoscere correlazioni difficili da individuare manualmente. Gli algoritmi possono essere utilizzati anche nella ricerca di nuovi bersagli terapeutici e nella selezione preliminare di molecole promettenti.

«La ricerca oggi ci mette a disposizione strumenti che non avevamo in passato», ha spiegato Rappuoli. «Possiamo capire meglio come nasce una resistenza e possiamo cercare di anticiparla».

L’obiettivo è trasformare enormi quantità di informazioni in capacità predittiva, individuando più rapidamente dove sta emergendo una minaccia e come potrebbe evolvere.

Perché la sorveglianza è indispensabile?

La tecnologia può individuare una resistenza, ma per comprenderne la diffusione occorrono sistemi di sorveglianza estesi e continui.

Il rapporto globale WHO, ssia l’Organizzazzione Mondiale della Sanità, sulla resistenza antibiotica pubblicato nel 2025 ha analizzato oltre 23milioni di casi batteriologicamente confermati, provenienti da più di cento Paesi attraverso il sistema GLASS.

I dati mostrano anche forti differenze territoriali, legate al consumo di antibiotici, alla qualità dell’assistenza, all’accesso alla diagnostica e alla capacità dei sistemi sanitari di intercettare i casi.

In Italia operano sistemi specifici, tra cui AR-ISS e la sorveglianza delle batteriemie causate da enterobatteri resistenti ai carbapenemi, coordinate dall’Istituto Superiore di Sanità.

Sapere quali resistenze stanno aumentando e dove permette ai medici di orientare meglio le terapie. Allo stesso tempo, consente alle autorità sanitarie di concentrare gli interventi nei territori e nelle strutture dove il problema sta crescendo.

La sorveglianza trasforma quindi singoli risultati di laboratorio in una mappa epidemiologica utilizzabile per decidere.

Quanto pesa oggi l’antimicrobico-resistenza in Europa?

L’Europa dispone di sistemi di monitoraggio avanzati, ma il peso sanitario ed economico dell’AMR rimane elevato.

Secondo l’OMS Europa, nella Regione europea la resistenza antimicrobica è direttamente responsabile di circa 133mila morti ogni anno ed è associata indirettamente a circa 541mila decessi.

Per Unione Europea e Spazio Economico Europeo, il costo stimato raggiunge circa 11,7miliardi di euro all’anno considerando spesa sanitaria e perdita di produttività.

Il quadro, tuttavia, non è uniforme.

I dati ECDC indicano progressi per alcune combinazioni tra batteri e antibiotici. Nel 2024, per esempio, l’incidenza stimata delle infezioni del sangue da Staphylococcus aureus resistente alla meticillina nell’Unione europea risultava inferiore del 20,4% rispetto al 2019.

Altre resistenze continuano invece a rappresentare una sfida difficile.

Questo andamento dimostra che gli interventi possono funzionare, ma anche che la pressione deve essere mantenuta nel tempo. Il successo contro un determinato patogeno non impedisce infatti ad altri meccanismi di resistenza di emergere e diffondersi.

Perché l’Italia richiede un’attenzione particolare?

Il contrasto all’antibiotico-resistenza è da anni una priorità della programmazione sanitaria italiana.

Il Piano nazionale di contrasto all’antibiotico-resistenza 2022-2025 evidenziava livelli elevati sia di resistenza sia di consumo degli antibiotici, con differenze territoriali che rendevano necessario rafforzare sorveglianza e appropriatezza.

Il problema non può essere ridotto alle prescrizioni dei medici di famiglia.

Coinvolge ospedali, strutture assistenziali, medicina territoriale e settore veterinario. Richiede inoltre formazione dei professionisti, informazione dei cittadini e capacità diagnostica.

La strategia italiana ha quindi adottato una prospettiva One Health, nella quale salute umana, salute animale e ambiente vengono affrontati come componenti interdipendenti.

È un passaggio essenziale perché i microrganismi resistenti non rispettano i confini tra questi sistemi.

Possono circolare attraverso persone, animali, alimenti e matrici ambientali, rendendo insufficiente qualsiasi strategia concentrata esclusivamente sull’ospedale.

Perché l’antimicrobico-resistenza è anche una questione ambientale?

L’ambiente non è soltanto lo sfondo nel quale si diffondono le resistenze. Può partecipare alla loro circolazione.

Residui di antibiotici, batteri resistenti e geni di resistenza possono raggiungere acque e suoli attraverso reflui urbani e sanitari, attività zootecniche e processi produttivi.

Acque reflue, fanghi e altri comparti ambientali possono così diventare punti di incontro tra microrganismi differenti.

La presenza di residui antimicrobici può inoltre esercitare una pressione selettiva sulle comunità batteriche. Il processo è complesso e non significa che ogni traccia di antibiotico generi automaticamente nuovi ceppi resistenti, ma il ruolo dell’ambiente è ormai riconosciuto nelle strategie internazionali.

Per questo l’approccio One Health comprende anche una migliore gestione delle acque reflue e dei rifiuti sanitari e produttivi.

Il Global Action Plan on Antimicrobial Resistance 2026-2036, adottato dall’Assemblea mondiale della sanità nel maggio 2026, integra esplicitamente salute umana, animale, sistemi agroalimentari e ambiente. Tra gli obiettivi rientra anche la riduzione dell’inquinamento legato a microrganismi resistenti e residui antimicrobici.

La lotta all’AMR diventa così un esempio concreto di quanto tutela della salute e tutela degli ecosistemi possano essere inseparabili.

Perché nessun Paese può affrontare da solo i batteri resistenti?

«Un batterio resistente che emerge in una parte del mondo non è un problema locale», ha ricordato Rappuoli.

Persone, merci e alimenti attraversano continuamente i confini. Con loro possono muoversi anche microrganismi resistenti.

La globalizzazione rende quindi indispensabile condividere rapidamente informazioni epidemiologiche e risultati di laboratorio. Se una nuova resistenza emerge in un territorio, riconoscerla tempestivamente permette agli altri sistemi sanitari di cercarla e prepararsi.

Il confronto scientifico di Seul assume valore proprio in questa prospettiva.

Ricercatori di Paesi diversi possono mettere in comune informazioni sui meccanismi di resistenza, sui nuovi strumenti terapeutici e sui sistemi di sorveglianza, costruendo reti che restano operative anche quando non esiste ancora un’emergenza.

“Queste reti non si costruiscono quando la crisi è già arrivata”, ha sottolineato Rappuoli. “L’esperienza ci ha insegnato che prepararsi costa molto meno, in termini umani ed economici, che rincorrere un’emergenza quando è già esplosa”.

La cooperazione scientifica diventa così una forma di prevenzione.

Quale strategia globale è stata adottata nel 2026?

Nel maggio 2026 l’Assemblea mondiale della sanità ha approvato il nuovo Global Action Plan on Antimicrobial Resistance 2026-2036, aggiornando la risposta internazionale alla crisi.

Tra gli obiettivi globali figura la riduzione del 10% entro il 2030 dei decessi associati alla resistenza antimicrobica batterica rispetto alla situazione di riferimento, in linea con gli impegni assunti dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2024.

Il piano punta anche a migliorare l’accesso ad antibiotici, vaccini e strumenti diagnostici, rafforzare la prevenzione delle infezioni e promuovere un uso più responsabile degli antimicrobici.

La prospettiva è ormai chiaramente One Health.

La resistenza viene affrontata lungo l’intero percorso che collega persone, animali, sistemi alimentari e ambiente. Questo significa che politiche sanitarie, veterinarie, agricole e ambientali devono essere coordinate invece di procedere separatamente.

È un cambio di scala necessario per un fenomeno che non nasce e non si diffonde in un solo settore.

Perché la vera sfida è arrivare prima dei batteri?

È questo il punto sul quale converge il messaggio portato da Rappuoli a Seul.

«Questo è il vero cambiamento che dobbiamo perseguire: passare da una risposta che arriva dopo il problema a una capacità di prevederlo e prevenirlo. I batteri continueranno a evolvere. La scienza deve riuscire a essere più veloce».

Essere più veloci non significa soltanto sviluppare rapidamente il prossimo antibiotico.

Vuol dire riconoscere una nuova resistenza mentre sta emergendo, capire come si trasmette e intervenire prima che diventi diffusa. Significa inoltre diminuire a monte le occasioni nelle quali i batteri vengono sottoposti inutilmente alla pressione degli antimicrobici.

La ricerca dispone oggi di strumenti potenti: genomica, intelligenza artificiale, nuovi farmaci, vaccini, anticorpi monoclonali e diagnostica avanzata. Ma la loro efficacia dipende dalla capacità di inserirli in reti sanitarie e scientifiche preparate.

La conquista da difendere, del resto, non è un singolo antibiotico.

È la possibilità di continuare a curare infezioni che per gran parte del Novecento abbiamo progressivamente imparato a controllare, rendendo possibili interventi chirurgici complessi, trapianti e terapie oncologiche.

L’antimicrobico-resistenza ricorda che questa conquista non è irreversibile.

La “pandemia silenziosa” descritta da Rappuoli avanza senza il confine netto di una nuova epidemia e senza un unico patogeno da fermare. Proprio per questo richiede una risposta costruita prima dell’emergenza: prevenire le infezioni, sorvegliare le resistenze, proteggere l’efficacia dei farmaci e utilizzare la ricerca per anticipare l’evoluzione dei microrganismi.

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