UNO STUDIO PUBBLICATO NEL 2026 HA MOSTRATO CHE I RESTI CREMATI DEGLI ANTICHI ROMANI NON SONO SOLO TRACCE FUNERARIE MA UN VERO ARCHIVIO BIOLOGICO E CULTURALE: DALLA NECROPOLI DI LA CONA, A TERAMO, EMERGONO DATI PRECISI SU RITI, STRUTTURA SOCIALE E BIOLOGIA DELLE POPOLAZIONI TRA I SECOLI I A.C. E I D.C.
Cosa raccontano i resti delle cremazioni romane?
Per lungo tempo i resti umani cremati sono stati considerati poco utili per la ricerca archeologica, quasi un limite più che una risorsa. Frammenti difficili da interpretare, ossa spezzate e alterate dal fuoco, contesti apparentemente poveri di informazioni.
Negli ultimi anni, però, questo approccio è cambiato radicalmente. La bioarcheologia contemporanea ha dimostrato che proprio quei frammenti, se analizzati con strumenti adeguati, possono restituire una quantità sorprendente di dati.
È su questa prospettiva che si è inserito lo studio pubblicato su PLoS ONE, dedicato alla necropoli romano-imperiale di La Cona, uno dei contesti più rilevanti dell’Italia centro-adriatica.
Dove si trova La Cona e perché è importante?
La necropoli di La Cona si trova nei pressi di Teramo e rappresenta un sito archeologico fondamentale per comprendere le pratiche funerarie tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.
In quest’area, utilizzata per sepolture a cremazione, si è conservata una documentazione stratificata che permette di osservare non solo i rituali ma anche le trasformazioni sociali e culturali di una comunità romana in un momento di grande cambiamento storico.
Lo studio è stato coordinato dall’Università di Padova, con la collaborazione della Sapienza Università di Roma, dell’Università di Bologna e di istituzioni internazionali.
I rituali funerari: nulla era lasciato al caso
Uno degli aspetti più sorprendenti emersi dalla ricerca riguarda la struttura dei rituali funerari. La cremazione non era un atto semplice o casuale ma un processo articolato, composto da fasi precise.
Dopo il rogo, le ossa venivano raccolte secondo criteri selettivi. I ricercatori hanno individuato una presenza ricorrente di frammenti di cranio e ossa lunghe, segno di una pratica riconducibile all’ossilegium, cioè la raccolta rituale dei resti.
Come ha spiegato Melania Gigante, bioarcheologa dell’Università di Padova, non si trattava di un semplice smaltimento del corpo, ma di una sequenza simbolica in cui selezione, manipolazione e deposizione contribuivano a costruire l’identità del defunto anche dopo la morte.
In molte sepolture sono stati trovati anche resti animali combusti, come ossa di ovicaprini, suini, galli e persino molluschi. Questi elementi indicano la presenza di offerte rituali, parte integrante del cerimoniale funerario.
Che cosa rivelano le ossa sul piano biologico?
Se il livello rituale racconta la cultura, quello biologico restituisce informazioni ancora più profonde. Lo studio ha analizzato resti di adulti, adolescenti e infanti, mostrando che anche in contesti crematori è possibile ricostruire la composizione di una popolazione.
Grazie a tecniche avanzate, i ricercatori sono riusciti a stimare l’età della morte e a distinguere tra resti umani e animali, anche quando la frammentazione rendeva difficile l’analisi tradizionale. Questo approccio permette di restituire leggibilità biologica a reperti che per lungo tempo erano stati considerati quasi inutilizzabili.
Dal macroscopico al microscopico: leggere l’osso dopo il fuoco
L’elemento più innovativo dello studio riguarda l’analisi microscopica delle ossa. I ricercatori hanno dimostrato che, nonostante la combustione, la microstruttura ossea può conservarsi in modo sorprendente.
Nel laboratorio BIOANTH della Sapienza, diretto da Alessia Nava, sono state analizzate le strutture interne dell’osso, come il sistema di Havers, che costituisce l’unità fondamentale dell’osso compatto.
Attraverso parametri quantitativi come la densità degli osteoni, è stato possibile osservare i processi di crescita, maturazione e invecchiamento degli individui. In alcuni casi, questi dati hanno permesso di stimare l’età alla morte anche quando non erano presenti indicatori macroscopici evidenti.
Il risultato è significativo. Anche dopo il passaggio attraverso il fuoco, l’osso conserva tracce della propria storia biologica.
Un archivio che unisce cultura e biologia
Proprio questa capacità di integrare dati culturali e biologici rende le cremazioni un vero e proprio archivio. Non si tratta solo di capire come i Romani trattavano i morti, ma anche di ricostruire come vivevano, crescevano e si trasformavano nel tempo.
La bioarcheologia, in questo senso, diventa uno strumento per leggere la storia umana attraverso il corpo, collegando rituali, ambiente e biologia.
Lo studio di La Cona non rappresenta un caso isolato ma si inserisce in una linea di ricerca già avviata negli anni precedenti. Un esempio significativo è quello della celebre Tomba della Coppa di Nestore, uno dei contesti più importanti dell’archeologia mediterranea.
In quel caso, l’analisi istologica dei resti cremati aveva permesso di rivedere interpretazioni consolidate, dimostrando che il defunto non era un bambino, come si era a lungo ipotizzato.
Questo precedente ha mostrato come lo studio microscopico possa cambiare in modo radicale la lettura di contesti storici anche molto noti.
Che cosa cambia per la ricerca archeologica?
Il lavoro su La Cona ha confermato che l’approccio integrato, che unisce analisi macroscopica e microscopica, può essere applicato a contesti diversi per cronologia e conservazione.
Questo apre prospettive molto ampie. Le cremazioni, da elemento marginale, diventano una fonte centrale per la ricostruzione delle società antiche. Come ha concluso Melania Gigante, non si tratta più solo di interpretare reperti, ma di leggere sistemi complessi in cui corpo, rito e identità si intrecciano.
Alla fine, ciò che emerge da questa ricerca è un cambiamento di sguardo. I resti cremati non sono più frammenti muti, ma tracce dense di significato. Raccontano rituali, relazioni sociali, pratiche culturali, ma anche processi biologici profondi. Offrono una visione integrata della vita e della morte nelle società antiche.
E, soprattutto, mostrano come anche ciò che sembra distrutto dal fuoco possa continuare a conservare memoria, trasformandosi in un archivio capace di attraversare i secoli.

Resti funerari: indizi anche del rapporto con l’ambiente e il paesaggio
Questa ricerca, apparentemente lontana dalle questioni ambientali contemporanee, in realtà si inserisce in una riflessione più ampia sul rapporto tra esseri umani e l’ambiente nel lungo periodo.
I rituali funerari, le pratiche di combustione, la scelta dei materiali e persino la presenza di resti animali nelle sepolture raccontano infatti un uso preciso delle risorse naturali e una relazione culturale con il paesaggio.
Studiare questi elementi significa comprendere come le società antiche gestivano materia, energia e simboli, offrendo uno sguardo utile anche per interpretare le trasformazioni attuali.
In questo senso, la bioarcheologia non è solo uno strumento per leggere il passato ma diventa una chiave per riflettere sulla sostenibilità, sull’impatto delle attività umane e sulla continuità delle interazioni tra uomo e ambiente nel tempo.




