lunedì, Aprile 27, 2026

Inerti: Italia prima nel riciclo ma ultima nel riuso

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IN EUROPA IL RICICLO DEI RIFIUTI INERTI SUPERA IN MOLTI CASI IL 90%, MA SOLO POCHI PAESI TRASFORMANO DAVVERO GLI SCARTI IN NUOVE MATERIE PRIME. IL REPORT “QUATTRO A” DI FEBBRAIO 2026 MOSTRA UN PARADOSSO: L’ITALIA È PRIMA PER RECUPERO, MA ULTIMA PER SOSTITUZIONE EFFETTIVA. LA TRANSIZIONE VERSO UN’ECONOMIA CIRCOLARE NELLE COSTRUZIONI SI GIOCA ORA SULLA CAPACITÀ DI RIENTRO NEL MERCATO, NON SULLA SOLA RACCOLTA

Quando si osservano i dati europei sui rifiuti da costruzione e demolizione, anche detti rifiuti inerti, l’impressione iniziale è rassicurante.

Le percentuali di riciclo sono elevate, spesso superiori agli obiettivi comunitari, e in diversi casi sfiorano la totalità dei materiali prodotti. Tuttavia, dietro questa performance si nasconde una frattura strutturale che riguarda non tanto la fase di recupero, quanto quella decisiva della reimmissione nel ciclo produttivo.

Il Report Febbraio 2026 di Quattro A, società del Gruppo Seipa attiva nei comparti estrattivo, logistico e del riciclo degli inerti, mette in luce proprio questa contraddizione e invita a riconsiderare le metriche con cui valutiamo la reale efficacia dell’economia circolare nel settore edilizio.

Cosa dicono i numeri europei sul riciclo dei rifiuti inerti?

L’analisi comparativa elaborata da Quattro A, sulla base di dati Eurostat, ISPRA e studi nazionali, fotografa un’Europa che, almeno sulla carta, appare virtuosa.

Sopra la soglia del 90% si collocano Italia con il 98%, Paesi Bassi con il 95,2%, Belgio con il 94,1%, Lussemburgo con il 93,4%, Germania con il 91,3%, Ungheria con il 90,8% e Lituania con il 90,6%.

Si tratta di percentuali che non solo superano l’obiettivo europeo del 70%, fissato dalla Direttiva quadro sui rifiuti 2008/98/CE, ma che sembrano avvicinarsi a una gestione quasi integrale dei flussi di materiali.

Complessivamente, ben diciannove Stati membri oltrepassano il target comunitario, includendo Austria, Slovenia, Danimarca, Repubblica Ceca, Lettonia, Malta, Cipro, Estonia, Irlanda, Croazia, Francia e Polonia. Solo otto Paesi restano sotto la soglia del 70%, tra cui Spagna, Slovacchia, Portogallo, Bulgaria, Romania, Finlandia, Svezia e Grecia, con quest’ultima che si ferma al 47,6%.

La fotografia statistica, dunque, suggerisce un sistema europeo capace di intercettare e trattare la quasi totalità dei rifiuti da costruzione e demolizione, che rappresentano uno dei flussi più consistenti nell’ambito dei rifiuti speciali.

Tuttavia, la percentuale di riciclo non coincide automaticamente con la percentuale di sostituzione delle materie prime vergini. Ed è proprio qui che il quadro cambia radicalmente.

Perché il riciclo dei rifiuti inerti non equivale alla sostituzione?

Il concetto chiave introdotto dal Report è quello di sostituzione effettiva. Non basta recuperare un materiale, frantumarlo e classificarlo come riciclato.

Occorre che quell’aggregato torni realmente nel mercato e venga utilizzato al posto di sabbia, ghiaia o altri materiali estratti ex novo.

In termini economici e ambientali, la differenza è sostanziale, perché solo la sostituzione genera una riduzione della pressione sulle risorse naturali e una contrazione delle emissioni associate all’estrazione e al trasporto.

Solo cinque Paesi europei superano il 25% di sostituzione effettiva: Paesi Bassi con il 40%, Belgio con il 35%, Lussemburgo con il 30%, Danimarca con il 28% e Austria con il 25%. In questi contesti, il mercato degli aggregati riciclati è strutturato, sostenuto da normative tecniche, incentivi e una domanda stabile proveniente dal settore pubblico e privato. In altri termini, il riciclo si traduce in una vera filiera industriale delle materie prime seconde.

L’Italia, invece, rappresenta uno dei casi più emblematici del divario tra recupero e sostituzione. A fronte di un recovery rate del 98%, il tasso di sostituzione si ferma allo 0,4%. Il materiale viene correttamente avviato a riciclo, ma fatica a rientrare nel mercato come materia prima seconda, come spiegano gli analisti di Quattro A.

Questo dato impone una riflessione che va oltre la mera percentuale di raccolta e interroga l’intero sistema normativo, tecnico e commerciale che dovrebbe sostenere la domanda di aggregati riciclati.

Qual è il peso dei rifiuti inerti in Europa e in Italia?

Per comprendere la portata del problema, occorre inquadrare le dimensioni del fenomeno. In Europa il consumo annuo di materiali supera 1.094 milioni di tonnellate, mentre i rifiuti da costruzione e demolizione raggiungono 305 milioni di tonnellate.

Si tratta di un flusso imponente, che da solo incide in modo decisivo sul bilancio delle risorse e sulle emissioni climalteranti associate al settore delle costruzioni.

In Italia la produzione di rifiuti C&D è pari a 81,4 milioni di tonnellate l’anno, che rappresentano il 50,6% dei rifiuti speciali complessivi.

Ciò significa che oltre la metà dei rifiuti speciali nazionali proviene dal comparto edilizio. Il dato non sorprende se si considera la centralità del settore costruzioni nell’economia italiana, soprattutto negli ultimi anni segnati dagli incentivi fiscali e dalla riqualificazione energetica del patrimonio edilizio.

Eppure, nonostante questa massa critica, il sistema italiano non riesce a trasformare il recupero in sostituzione. Le ragioni sono molteplici e affondano in una combinazione di fattori normativi, tecnici e culturali.

Tasso di riciclo dei rifiuti inerti nei paesi europei

Quali ostacoli frenano il mercato delle materie prime seconde?

Una delle principali criticità riguarda l’applicazione del principio dell’End of Waste, che consente a un rifiuto di cessare tale qualifica quando soddisfa determinati criteri e può essere utilizzato come prodotto.

In Italia, la disciplina sull’End of Waste per gli inerti ha attraversato negli ultimi anni fasi di incertezza interpretativa e contenziosi, che hanno generato un clima di prudenza tra gli operatori.

L’assenza di standard tecnici uniformi e di capitolati che favoriscano esplicitamente l’uso di aggregati riciclati limita la domanda, soprattutto nei lavori pubblici.

Al contrario, nei Paesi Bassi e in Belgio, le amministrazioni pubbliche svolgono un ruolo trainante attraverso il Green Public Procurement, imponendo quote minime di materiali riciclati nei progetti infrastrutturali. Questo meccanismo crea una domanda stabile e rende competitivo il mercato delle materie prime seconde, trasformando il riciclo in una leva industriale.

In Italia, invece, il settore edilizio continua a preferire materiali vergini, spesso percepiti come più affidabili o più semplici da certificare. La filiera degli aggregati riciclati rimane frammentata e talvolta penalizzata da costi logistici e burocratici che ne riducono l’attrattività.

Divario tra tasso di riciclo e di utilizzo di materie seconde

Quali benefici ambientali deriverebbero da un aumento della sostituzione?

Secondo le stime del Report Quattro A, un incremento del tasso di sostituzione verso livelli di best practice consentirebbe di risparmiare oltre 20 milioni di tonnellate annue di materiali vergini e circa 4,6 milioni di tonnellate di CO2.

Si tratta di un potenziale significativo, che inciderebbe sia sulla tutela delle risorse naturali sia sugli obiettivi climatici europei.

Il settore delle costruzioni è responsabile di una quota rilevante delle emissioni complessive, considerando non solo la fase d’uso degli edifici ma anche l’estrazione e la lavorazione dei materiali.

In questo contesto, la sostituzione degli aggregati vergini con quelli riciclati rappresenta una misura concreta di mitigazione, coerente con il Green Deal europeo e con il nuovo Piano d’azione per l’economia circolare adottato dalla Commissione Europea.

Inoltre, la riduzione dell’estrazione comporta benefici indiretti, tra cui la minore occupazione di suolo, la riduzione del consumo di energia nei processi estrattivi e una minore pressione sugli ecosistemi.

La transizione dal recuperare al sostituire, come sottolineano gli specialisti di Quattro A, costituisce quindi il vero snodo strategico per accelerare l’economia circolare nelle costruzioni.

Come si inserisce questo divario nel quadro delle politiche europee?

L’Unione Europea ha progressivamente rafforzato il quadro normativo in materia di economia circolare, introducendo obiettivi vincolanti di riciclo e promuovendo l’uso efficiente delle risorse.

Tuttavia, la metrica prevalente resta ancora quella del tasso di recupero, che non distingue in modo sufficientemente chiaro tra semplice trattamento del rifiuto e reale sostituzione delle materie prime.

La revisione in corso della normativa sui rifiuti e le iniziative legate al Regolamento sui prodotti da costruzione potrebbero rappresentare un’occasione per integrare indicatori più sofisticati, capaci di misurare l’effettiva circolarità dei materiali.

In questo senso, il caso italiano evidenzia la necessità di politiche mirate non solo alla raccolta e al trattamento, ma anche alla creazione di mercati stabili e regolati per le materie prime seconde.

La sfida non è meramente tecnica, ma culturale ed economica. Occorre superare la logica lineare dell’estrazione, uso e smaltimento e adottare una visione sistemica che consideri l’intero ciclo di vita dei materiali.

Solo così il riciclo potrà trasformarsi in uno strumento di decarbonizzazione e di tutela delle risorse, anziché restare un dato statistico rassicurante ma incompleto.

Cosa succede in Italia?

La profonda discrepanza tra l’elevato tasso di riciclo e la scarsa quota di sostituzione effettiva nasce quindi da un insieme di fattori economici, normativi e strutturali che oggi frenano la piena realizzazione dell’economia circolare nel settore degli inerti.

Sebbene il nuovo DM 127/2024 sull’End of Waste per gli inerti introduca criteri tecnici e colleghi il riciclo ai Criteri Ambientali Minimi per gare pubbliche, l’effettiva implementazione e applicazione di questi strumenti appare ancora frammentaria e difficile da tradurre in vantaggi competitivi per le imprese.

Sul fronte economico, a differenza di altri mercati circolari dove esistono agevolazioni fiscali come la riduzione dell’IVA sui prodotti con contenuto riciclato o ipotesi di tassazione sulle materie prime vergini — strumenti pensati per riequilibrare i costi di produzione e consumo — in Italia tali leve non sono ancora sistematicamente adottate o sono in fase di proposta, il che riduce l’attrattività degli aggregati riciclati nei contratti privati e pubblici.

Come già detto, inoltre, senza standard consolidati e un sistema di certificazione ampiamente riconosciuto, molti utilizzatori — soprattutto nel settore del calcestruzzo strutturale — percepiscono gli aggregati riciclati come meno affidabili o più complessi da impiegare. Questo frena la domanda e lascia sotto-utilizzati i materiali che pure vengono avviati al trattamento.

Intanto gli operatori della logistica e del trattamento dei rifiuti inerti realizzano ricavi consistenti dall’attività di recupero senza ricadute positive per l’intera filiera.

Questa combinazione di incentivi insufficienti, standard non omogenei e barriere di mercato contribuisce a spiegare perché l’Italia – nonostante un tasso di riciclo tra i più alti d’Europa – sia ancora fanalino di coda nella vera economia circolare dei materiali da costruzione.

Quale direzione per l’Italia?

Per l’Italia, il divario con i Paesi leader nella sostituzione effettiva impone un ripensamento delle politiche industriali e ambientali. Servono standard tecnici chiari, incentivi economici e un maggiore coinvolgimento della committenza pubblica nel promuovere l’uso di aggregati riciclati.

Parallelamente, è necessario rafforzare la fiducia del mercato attraverso certificazioni, controlli e campagne informative che valorizzino la qualità dei materiali riciclati.

La transizione ecologica nel settore delle costruzioni non può limitarsi alla fase finale del ciclo dei rifiuti, ma deve incidere sulle scelte progettuali e sugli approvvigionamenti.

In definitiva, il Report Quattro A ci ricorda che l’economia circolare non si misura solo in tonnellate recuperate ma nella capacità di chiudere davvero il cerchio. E in questo passaggio, l’Europa mostra eccellenze e ritardi, mentre l’Italia, pur primeggiando nei numeri del riciclo, deve ancora compiere il salto decisivo verso una sostituzione strutturale delle materie prime vergini.

Numero verde ONA

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