WEST NILE, DENGUE E CHIKUNGUNYA NON POSSONO PIÙ ESSERE CONSIDERATE SOLTANTO MALATTIE LONTANE O EMERGENZE OCCASIONALI. IN EUROPA LA DISTRIBUZIONE DELLE ZANZARE VETTRICI E LE STAGIONI DI TRASMISSIONE STANNO CAMBIANDO, MENTRE IN ITALIA NEL 2026 LA WEST NILE HA GIÀ INTERESSATO CENTINAIA DI PERSONE E SONO STATI IDENTIFICATI ANCHE CASI AUTOCTONI DI DENGUE. PER RINO RAPPUOLI, DIRETTORE SCIENTIFICO DELLA FONDAZIONE BIOTECNOPOLO DI SIENA, È IL SEGNALE CHE LA SICUREZZA SANITARIA DEVE DIVENTARE PERMANENTE: SORVEGLIANZA, RICERCA E PREVENZIONE DEVONO ESSERE PRONTE PRIMA DELL’EMERGENZA
Zanzare e West Nile, Rappuoli: “Lo scenario è cambiato, serve una difesa permanente”
La zanzara non è più soltanto il fastidio che accompagna le sere d’estate. In Europa è diventata sempre più chiaramente anche una questione di sanità pubblica, perché alcune specie possono trasmettere virus capaci di trovare condizioni favorevoli anche molto lontano dalle aree tropicali alle quali venivano tradizionalmente associati.
È il cambiamento richiamato da Rino Rappuoli, direttore scientifico della Fondazione Biotecnopolo di Siena, in occasione del World Mosquito Day, celebrato il 20 agosto.
«Lo scenario è cambiato e dobbiamo prenderne atto. West Nile e Chikungunya sono esempi molto concreti di malattie che ormai interessano anche il nostro Paese», ha affermato Rappuoli.
A distanza di poche settimane, i dati rafforzano il senso dell’allarme.
Al 3 settembre 2026 lo European Centre for Disease Prevention and Control registrava in Europa 1.086 casi umani di infezione da West Nile acquisiti localmente dall’inizio della stagione. L’Italia ne contava 516 ed era il Paese con la maggiore estensione geografica, con 62 aree interessate.
Anche la dengue ha mostrato segnali da osservare con attenzione. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, dal 1° gennaio al 30 agosto sono stati confermati in Italia 227 casi, dei quali tre autoctoni: due con esposizione in Puglia e uno in Toscana.
Non siamo davanti allo stesso scenario epidemiologico delle regioni tropicali. Ma non siamo neppure più nel mondo in cui dengue, chikungunya e altre arbovirosi potevano essere considerate esclusivamente malattie importate.

Perché la West Nile è ormai una presenza stabile in Italia?
La West Nile ha caratteristiche differenti da dengue e chikungunya.
Il virus viene mantenuto in natura soprattutto attraverso un ciclo che coinvolge uccelli e zanzare, in particolare specie del genere Culex. L’essere umano e il cavallo possono infettarsi attraverso la puntura di una zanzara infetta ma normalmente non contribuiscono a mantenere il ciclo di trasmissione.
La maggior parte delle infezioni umane non provoca sintomi. In una parte dei casi possono comparire febbre, malessere e altri disturbi, mentre una piccola quota sviluppa forme neuroinvasive più severe, come encefalite o meningite.
L’OMS ricorda che circa una persona infetta su 150 può sviluppare una malattia grave a carico del sistema nervoso centrale. Per l’uomo non esistono attualmente né un vaccino autorizzato né una terapia antivirale specifica.
Questa caratteristica rende particolarmente importante la prevenzione.
La West Nile non compare ogni estate come un fenomeno completamente nuovo. Il virus circola ormai stabilmente in diverse aree europee e viene seguito attraverso sistemi di sorveglianza che integrano dati umani, veterinari ed entomologici.
Nel 2026 l’estensione raggiunta in Italia dimostra però quanto la presenza possa assumere dimensioni significative durante una stagione favorevole.
È proprio questo passaggio, dalla sorpresa alla gestione strutturale, che sta cambiando l’approccio alle malattie trasmesse dalle zanzare.
Dengue e chikungunya possono davvero essere trasmesse in Italia?
Sì, quando si verificano contemporaneamente alcune condizioni.
Dengue e chikungunya non circolano normalmente in Italia con lo stesso ciclo della West Nile. Perché avvenga una trasmissione locale, il virus deve generalmente arrivare attraverso una persona infetta che ha contratto la malattia in un’area dove il virus sta circolando.
Se quella persona viene punta da una zanzara competente presente sul territorio, il vettore può infettarsi e, dopo un intervallo necessario alla replicazione del virus, trasmetterlo ad altre persone.
In Italia il vettore di maggiore interesse è l’Aedes albopictus, la comune zanzara tigre.
La specie è ormai ben radicata nel Paese e può trasmettere, in condizioni favorevoli, dengue e chikungunya. L’Italia ha già conosciuto in passato focolai autoctoni di chikungunya, nel 2007 e nel 2017.
Per il 2026, i dati ISS aggiornati al 1° settembre registrano 19 casi confermati di chikungunya fino al 31 luglio, tutti associati a viaggi all’estero e senza decessi. Per la dengue, invece, tre dei 227 casi confermati risultano autoctoni.
La presenza di un caso importato non significa automaticamente che il virus stia circolando localmente. Ma quando il vettore è già presente e attivo, ogni introduzione può rappresentare l’inizio potenziale di una catena di trasmissione.
Perché la geografia delle malattie trasmesse dalle zanzare sta cambiando?
Non esiste una causa unica. «La presenza dei vettori, la mobilità delle persone e le trasformazioni delle condizioni ambientali stanno modificando la geografia delle malattie infettive», ha spiegato Rappuoli.
È un punto confermato anche dalle istituzioni sanitarie internazionali.
L’OMS Europa osserva che le malattie trasmesse dalle zanzare, tradizionalmente associate soprattutto a climi caldi e umidi, vengono segnalate con crescente frequenza anche nelle regioni temperate.
Tra i fattori coinvolti indica temperature più elevate, umidità, precipitazioni e alluvioni legate al cambiamento climatico, insieme alla crescita degli spostamenti e degli scambi internazionali.
Il cambiamento climatico, tuttavia, non agisce come un interruttore che trasforma automaticamente una regione in area epidemica.
Modifica piuttosto alcune delle condizioni di fondo. Temperature favorevoli possono allungare il periodo di attività delle zanzare e accelerare alcuni processi biologici legati alla replicazione dei virus nei vettori. Inverni più miti possono inoltre favorire la sopravvivenza di determinate popolazioni.
Piogge, siccità, urbanizzazione e disponibilità di piccoli ristagni d’acqua interagiscono però in modi complessi.
Il rischio reale dipende quindi dalla combinazione tra clima, presenza del vettore, introduzione del patogeno, densità della popolazione e capacità dei servizi sanitari di individuare rapidamente i casi.
Che ruolo ha la zanzara tigre nel nuovo scenario europeo?
Aedes albopictus rappresenta uno dei casi più evidenti di espansione di un vettore invasivo. Originaria dell’Asia, si è adattata molto bene agli ambienti urbani e periurbani europei. Utilizza anche piccolissime raccolte d’acqua per deporre le uova: sottovasi, contenitori, tombini, secchi e altri ristagni possono diventare siti riproduttivi.
Il suo ruolo sanitario deriva dalla capacità di trasmettere diversi virus, tra cui dengue, chikungunya e Zika.
L’ECDC sottolinea che la specie è ormai stabilita in una parte consistente dell’Europa e che, secondo le proiezioni climatiche, molte aree europee diventeranno progressivamente più favorevoli alla sua presenza. Gran parte dell’Italia presenta già condizioni climatiche adatte.
Il fenomeno non riguarda quindi soltanto l’aumento numerico delle zanzare. Conta soprattutto la combinazione tra presenza stabile del vettore e possibilità che un virus venga introdotto.
Un viaggiatore che rientra da una zona con circolazione di dengue o chikungunya può non rappresentare alcun rischio di trasmissione locale in assenza di zanzare competenti. Se quelle zanzare sono invece diffuse e attive, lo scenario cambia.
Ecco perché mobilità globale e trasformazioni ambientali devono essere osservate insieme.
Il cambiamento climatico sta allungando la stagione delle zanzare?
In diverse aree europee, le evidenze indicano una progressiva estensione delle condizioni favorevoli.
Già nel 2025 l’ECDC aveva parlato di un “new normal” europeo, caratterizzato da stagioni di trasmissione delle malattie veicolate dalle zanzare più lunghe, diffuse e intense. Tra i fattori indicava temperature crescenti, estati prolungate, inverni più miti e cambiamenti nei regimi delle precipitazioni.
Anche l’OMS Europa segnala che il cambiamento climatico sta modificando la distribuzione dei vettori, citando espressamente l’espansione della zanzara tigre e delle malattie che può trasmettere.
Questo non significa che ogni estate debba necessariamente produrre un numero crescente di casi. La dinamica delle arbovirosi cambia di anno in anno e dipende da molti elementi. Ma una stagione favorevole più lunga aumenta la finestra temporale nella quale vettore e virus possono incontrarsi.
La West Nile mostra con particolare chiarezza questo meccanismo. In Europa la trasmissione umana avviene soprattutto tra la tarda primavera e l’autunno, raggiungendo generalmente il massimo tra luglio e settembre. Temperature più alte e stagioni estive prolungate possono aumentare il tempo a disposizione per il ciclo di trasmissione.
Il concetto di “stagione delle zanzare” diventa così meno rigido rispetto al passato.
Perché non tutte le malattie trasmesse dalle zanzare hanno lo stesso ciclo?
Raggruppare West Nile, dengue e chikungunya sotto l’etichetta generica di “malattie delle zanzare” può nascondere differenze epidemiologiche molto importanti.
Per la West Nile, il principale serbatoio naturale è costituito dagli uccelli. Le zanzare Culex trasmettono il virus tra gli animali e possono occasionalmente infettare l’uomo.
Dengue e chikungunya seguono invece dinamiche diverse e sono associate soprattutto a zanzare Aedes.
Questa distinzione determina anche le strategie di sorveglianza.
Per West Nile è particolarmente utile integrare le segnalazioni umane con la ricerca del virus nelle zanzare, negli uccelli e negli equidi. Per dengue e chikungunya è invece cruciale identificare rapidamente i casi importati o autoctoni nelle aree dove è presente Aedes albopictus.
L’Italia dispone per questo di un sistema di sorveglianza specifico sulle arbovirosi. L’Istituto Superiore di Sanità coordina la sorveglianza nazionale di dengue, chikungunya, Zika e altre infezioni, mentre per West Nile e Usutu collabora anche l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise insieme con il ministero della Salute. Si tratta di un modello pienamente coerente con l’approccio One Health.
Perché le malattie delle zanzare sono un problema One Health?
Perché il confine tra salute umana, animale e ambientale diventa particolarmente evidente proprio nelle malattie trasmesse da vettori.
Una zanzara dipende dalle condizioni ambientali nelle quali vive. Alcuni virus circolano negli animali selvatici. Gli esseri umani possono entrare nel ciclo come ospiti o contribuire, nel caso di altre arbovirosi, a introdurre il patogeno in nuovi territori.
Clima, biodiversità, urbanizzazione e mobilità internazionale finiscono così per incontrarsi nello stesso fenomeno epidemiologico.
La West Nile ne è un esempio particolarmente chiaro: il virus circola tra zanzare e uccelli, mentre uomini e cavalli rappresentano ospiti accidentali.
Non avrebbe quindi senso sorvegliare soltanto i ricoveri ospedalieri.
Individuare precocemente la presenza del virus nelle zanzare o negli animali può anticipare il segnale che arriverà successivamente alla sanità umana.
L’approccio One Health permette proprio questo: osservare contemporaneamente comparti differenti e trasformare i segnali ambientali e veterinari in strumenti di prevenzione sanitaria.
Che cosa significa costruire una “difesa permanente”?
È il cuore della proposta formulata da Rappuoli. «Non possiamo aspettare che il problema sia già arrivato», ha sottolineato il direttore scientifico del Biotecnopolo di Siena.
Una difesa permanente non significa mantenere il sistema sanitario costantemente in stato di emergenza.
Significa l’opposto: disporre di strutture, laboratori, persone e protocolli che lavorino anche quando l’emergenza non c’è ancora.
Rappuoli chiede in particolare «un centro dedicato a prepararci a questi eventi, una struttura permanente che tuteli la sicurezza sanitaria nazionale».
Il principio è quello della preparedness, la preparazione preventiva alle minacce sanitarie.
Un laboratorio capace di sequenziare rapidamente un nuovo virus non può essere creato nel momento in cui compare il primo focolaio. Lo stesso vale per reti epidemiologiche, banche dati, piattaforme vaccinali e competenze scientifiche.
L’esperienza delle emergenze degli ultimi anni ha mostrato quanto possa costare il tempo perso nelle prime fasi di una crisi.
Nel caso delle malattie trasmesse dalle zanzare, prepararsi significa anche disporre di informazioni aggiornate sulla distribuzione dei vettori prima che venga identificato un caso umano.
Perché la sorveglianza entomologica è così importante?
Contare le persone malate racconta ciò che è già accaduto. Studiare le zanzare può contribuire invece a capire ciò che potrebbe accadere.
La sorveglianza entomologica serve a stabilire quali specie sono presenti, dove sono diffuse, quanto sono abbondanti e, in alcuni casi, se trasportano determinati patogeni.
L’OMS raccomanda da tempo ai Paesi europei sistemi stabili di sorveglianza e controllo dei vettori, soprattutto per le zanzare invasive come Aedes albopictus e Aedes aegypti.
L’informazione diventa particolarmente utile quando viene incrociata con i dati clinici. Se viene diagnosticata una dengue importata in un territorio nel quale la zanzara tigre è attiva, le autorità possono valutare rapidamente il rischio di trasmissione secondaria e attivare le misure previste.
L’ECDC ha rafforzato proprio negli ultimi anni gli aggiornamenti periodici dedicati a dengue, chikungunya, Zika e West Nile, con l’obiettivo di offrire una visione più tempestiva dell’evoluzione stagionale. La sorveglianza diventa quindi una vera infrastruttura sanitaria.
Come può la ricerca rendere più rapida la risposta?
Il secondo pilastro indicato da Rappuoli è la capacità scientifica.
«Oggi possiamo studiare un patogeno con una velocità e una precisione che non avevamo in passato», ha spiegato. «Le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale possono accelerare ulteriormente questo processo».
Il sequenziamento genomico permette di identificare e caratterizzare rapidamente virus e altri patogeni. Il confronto delle sequenze può inoltre aiutare a ricostruire relazioni tra casi e possibili catene di trasmissione.
L’intelligenza artificiale può contribuire all’analisi di enormi quantità di informazioni epidemiologiche, climatiche, entomologiche e genomiche.
La tecnologia, tuttavia, non sostituisce la preparazione. È proprio il limite evidenziato da Rappuoli: strumenti avanzati diventano realmente utili soltanto se esistono già personale formato, infrastrutture e reti in grado di utilizzarli.
Comprare una tecnologia durante una crisi non equivale ad avere costruito una capacità di risposta.
Possiamo prepararci anche a una malattia che ancora non conosciamo?
È probabilmente la parte più ambiziosa della strategia proposta dal direttore scientifico del Biotecnopolo.
«Non possiamo sapere con certezza quale sarà la prossima minaccia, ma possiamo prepararci studiando le famiglie di patogeni che conosciamo e sviluppando piattaforme capaci di essere adattate rapidamente».
L’idea è non inseguire soltanto il singolo virus.
Studiare in anticipo intere famiglie virali può permettere di comprendere strutture, meccanismi di ingresso nelle cellule e possibili bersagli immunologici condivisi.
Parallelamente, piattaforme tecnologiche flessibili possono essere adattate più velocemente quando emerge una nuova minaccia.
La preparazione non elimina quindi l’incertezza.
Cerca di ridurre il tempo che separa l’identificazione di un nuovo problema dalla capacità di comprenderlo e costruire una risposta.
È una strategia che riguarda zanzare e arbovirus, ma si estende alle future emergenze infettive in generale.
Che cosa possono fare concretamente i cittadini contro le zanzare vettori?
La preparazione sanitaria non riguarda soltanto laboratori e centri di ricerca.
Una parte della prevenzione avviene negli spazi domestici e urbani, soprattutto per specie come Aedes albopictus, che utilizza piccoli contenitori artificiali per la riproduzione.
Eliminare o gestire correttamente i ristagni d’acqua riduce i luoghi nei quali le zanzare possono deporre le uova.
L’OMS Europa raccomanda inoltre, nelle zone interessate dalla circolazione di malattie trasmesse dalle zanzare, l’utilizzo di repellenti autorizzati e di indumenti che riducano la superficie cutanea esposta, oltre alla protezione degli ambienti con zanzariere quando necessario.
Queste misure non possono sostituire il controllo pubblico dei vettori.
Possono però diminuire sia la densità locale delle zanzare sia la probabilità di puntura.
La prevenzione efficace nasce quindi dalla sovrapposizione di più livelli: comportamento individuale, gestione degli spazi urbani, sorveglianza entomologica, diagnosi tempestiva e risposta sanitaria.
Dobbiamo aspettarci sempre più epidemie in Europa?
Il rischio sta aumentando, ma sarebbe scorretto trasformare questa tendenza nella previsione automatica di epidemie sempre più gravi ogni anno.
L’ECDC osserva che la trasmissione locale di dengue e chikungunya sta diventando più frequente in alcune zone europee dove i vettori competenti sono ormai presenti.
Le condizioni climatiche possono rendere una regione più ricettiva, ma perché si verifichi un focolaio devono concorrere diversi fattori.
Nel caso della dengue, per esempio, serve l’introduzione del virus attraverso una persona infetta durante il periodo di viremia, la presenza di zanzare competenti e condizioni sufficientemente favorevoli perché il patogeno completi il proprio ciclo nel vettore.
Nel 2026 l’Italia ha registrato tre casi autoctoni di dengue entro il 30 agosto, mentre tutti i casi di chikungunya disponibili nell’ultimo aggiornamento mensile risultavano ancora importati.
Il messaggio corretto non è quindi che l’Europa stia diventando improvvisamente tropicale.
È che il margine di sicurezza garantito in passato dal clima e dall’assenza di determinati vettori si sta riducendo.




