UN VIAGGIO A CAVALLO ATTRAVERSO DODICI PARCHI NATURALI ITALIANI, DAL PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO, LAZIO E MOLISE AL GRAN PARADISO, PER RACCONTARE UN SECOLO DI CONSERVAZIONE DELLA NATURA. È L’IMPRESA DI PAOLA GIACOMINI, CHE INSIEME AI CAVALLI MONGOLI CUSTODE E TCIGHEEREE HA ATTRAVERSATO APPENNINI E ALPI SEGUENDO UN ITINERARIO INEDITO. IL VIAGGIO È DIVENTATO UN LIBRO CHE RACCONTA L’ITALIA MENO CONOSCIUTA, TRA BIODIVERSITÀ, COMUNITÀ RURALI E DIFFICILI EQUILIBRI TRA UOMO E NATURA
Nello scrigno di questo pianeta c’è il tesoro che lo può salvare, sta a chi cammina per le sue strade la scelta di calpestarlo o conservarlo
Ci sono luoghi che conosciamo soprattutto attraverso le fotografie: montagne innevate, foreste attraversate dalla luce, animali selvatici che compaiono tra gli alberi. Dietro questi paesaggi, tuttavia, si nascondono storie complesse, fatte di comunità, attività agricole, scelte politiche e difficili equilibri tra presenza umana e conservazione della natura. È questa l’Italia che Paola Giacomini ha scelto di attraversare a cavallo, seguendo un percorso che unisce idealmente i due parchi nazionali più antichi del Paese.
Il Parco Nazionale del Gran Paradiso e il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise sono nati nel 1922, segnando l’inizio della storia delle aree protette italiane. Nel centenario della loro fondazione, Giacomini ha deciso di collegarli attraverso un viaggio lento, risalendo la dorsale appenninica fino alle Alpi e al Colle del Nivolet. Ad accompagnarla sono Custode e Tcigheeree, due cavalli mongoli con i quali aveva già condiviso una straordinaria traversata dall’Asia orientale all’Europa.
Il percorso attraversa dodici parchi naturali, alternando montagne, foreste, vallate e territori rurali. Ma il significato dell’impresa non si esaurisce nella distanza percorsa. Il cammino diventa un’occasione per interrogarsi sulla tutela ambientale, osservando le relazioni tra i paesaggi protetti e le persone che continuano ad abitarli. Il libro nato da questa esperienza conduce così il lettore oltre l’immagine da cartolina, verso un’Italia nella quale la conservazione è una storia quotidiana di convivenze, trasformazioni e conflitti.
Chi è Paola Giacomini, la viaggiatrice che attraversa l’Italia a cavallo?
Nata a Torino nel 1979, Paola Giacomini è laureata in agraria e ha costruito il proprio rapporto con la natura attraverso numerose esperienze di viaggio. Si definisce una specialista della vita all’aria aperta, capace di accendere un fuoco in qualsiasi luogo e con qualsiasi tempo. Una competenza che racconta bene il carattere delle sue imprese, spesso lontane dai percorsi turistici convenzionali.
Negli anni ha viaggiato dal Piemonte a Santiago de Compostela, attraversato l’arco alpino e seguito itinerari sulle tracce dei lupi. Alcune di queste esperienze sono confluite nei libri Campo di stelle, pubblicato nel 2016, e Sentieri da lupi, uscito nel 2017. Tra le avventure più particolari figura inoltre il viaggio dalla Mongolia all’Italia, compiuto insieme ai cavalli Custode e Tcigheeree, passando anche per Cracovia.
La scelta del cavallo modifica profondamente il modo di attraversare un territorio. Le distanze vengono misurate in giornate di cammino, mentre le soste devono rispettare le necessità degli animali. Anche l’organizzazione del percorso richiede attenzione alla disponibilità di acqua, alle condizioni del terreno e alle possibilità di riparo. Questo ritmo permette di osservare i cambiamenti del paesaggio e favorisce incontri che uno spostamento veloce difficilmente consentirebbe. Il viaggio diventa così un’esperienza condivisa, nella quale la relazione con gli animali conta quanto la destinazione.

Perché Paola Giacomini ha collegato il Gran Paradiso e il Parco d’Abruzzo?
Il viaggio nasce dall’anniversario dei due parchi nazionali istituiti nel 1922, quando l’Italia iniziò a riconoscere formalmente la necessità di proteggere territori di particolare valore naturalistico. Il Parco Nazionale del Gran Paradiso fu istituito il 3 dicembre di quell’anno, mentre il Parco Nazionale d’Abruzzo nacque attraverso un percorso avviato nel 1922 e completato con il riconoscimento statale nel 1923.
I due parchi rappresentano esperienze fondamentali nella storia della conservazione italiana, pur custodendo ambienti e tradizioni differenti. Il Gran Paradiso è strettamente legato alla protezione dello stambecco alpino, una specie che rischiava di scomparire a causa della caccia. La sua storia affonda le radici nella riserva reale istituita nell’Ottocento, dalla quale derivò una parte importante del territorio successivamente protetto.
Il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise è invece uno dei simboli della conservazione dell’orso bruno marsicano e del camoscio appenninico. Qui la presenza delle comunità locali si intreccia da secoli con quella della fauna selvatica, dando origine a un rapporto non sempre semplice.
Collegare questi luoghi significa quindi attraversare anche un secolo di cambiamenti nel modo di concepire la tutela della natura. L’itinerario di Giacomini permette di osservare quanto la conservazione dipenda da territori abitati, attività economiche e relazioni che continuano a evolversi.
Quali sono i dodici parchi attraversati durante il viaggio a cavallo?
L’itinerario di Paola Giacomini segue una direttrice che collega l’Italia centrale alle Alpi occidentali, attraversando dodici aree protette. Il percorso comprende parchi nazionali e regionali, ciascuno caratterizzato da paesaggi, ecosistemi e tradizioni differenti.
La traversata interessa il Parco Naturale Regionale Sirente Velino, il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, quello della Maiella e il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Prosegue quindi attraverso il Parco Nazionale dei Monti Sibillini e il Parco Regionale del Monte Cucco, raggiungendo le Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna.
Risalendo l’Appennino, Paola attraversa anche il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano. Il viaggio continua nel Parco Lombardo della Valle del Ticino e nel Parco Naturale della Valle del Ticino, in Piemonte. Le ultime tappe interessano il Parco Nazionale della Val Grande e infine il Gran Paradiso, dove il percorso raggiunge il Colle del Nivolet.
Questa successione di territori permette di incontrare ambienti molto diversi, dalle montagne dell’Appennino centrale alle grandi foreste dell’Italia settentrionale, fino ai paesaggi alpini. Non si tratta di un itinerario escursionistico convenzionale, ma di una traversata costruita attorno alla possibilità di viaggiare con due cavalli.
Il collegamento assume anche un significato ecologico. I parchi non sono isole separate dal territorio circostante, ma parti di sistemi naturali più ampi, nei quali la continuità degli habitat può essere fondamentale per la biodiversità.
Che cosa raccontano i parchi dell’Appennino sulla conservazione della natura?
La prima parte della traversata attraversa alcuni dei territori montani più rappresentativi dell’Italia centrale. Sirente Velino, Abruzzo, Maiella e Gran Sasso custodiscono ambienti nei quali la presenza umana e quella degli animali selvatici si sono intrecciate per secoli.
Questi paesaggi sono il risultato di processi naturali ma anche di attività tradizionali come il pascolo, la gestione dei boschi e l’agricoltura montana. Praterie, radure e antichi sentieri raccontano quindi una storia nella quale natura e cultura non possono essere considerate dimensioni completamente separate.
La presenza di grandi mammiferi rappresenta uno degli elementi più riconoscibili dei parchi appenninici. L’orso bruno marsicano, il lupo e il camoscio appenninico hanno contribuito a rendere questi territori centrali nel dibattito sulla conservazione della fauna italiana. La loro tutela richiede però interventi differenti, perché le esigenze ecologiche e le minacce variano da una specie all’altra.
Attraversare queste montagne a cavallo significa incontrare anche le tracce delle attività che continuano a caratterizzarle. Allevamenti, piccoli centri abitati e infrastrutture raccontano la vita quotidiana delle comunità locali, mostrando quanto la conservazione sia legata alla gestione del territorio.
La natura protetta emerge così come un sistema dinamico, nel quale la tutela delle specie deve confrontarsi con le necessità delle persone. È una prospettiva che permette di superare l’immagine del parco come spazio completamente separato dalla presenza umana, restituendogli la complessità di un territorio vivo.
Perché i parchi naturali non sono soltanto paesaggi da cartolina?
Le aree protette vengono spesso raccontate attraverso fotografie di animali selvatici, boschi e panorami montani. Queste immagini contribuiscono a far conoscere il patrimonio naturale, ma possono nascondere le difficoltà quotidiane legate alla sua conservazione.
Un parco nazionale è un territorio nel quale convivono esigenze differenti. La tutela della biodiversità deve confrontarsi con attività economiche, infrastrutture, turismo, proprietà private e tradizioni locali. In alcuni contesti, la presenza dei grandi carnivori può generare conflitti con l’allevamento, mentre la frequentazione turistica esercita pressioni sugli habitat più delicati.
Anche l’abbandono delle attività agricole tradizionali può modificare il paesaggio, influenzando gli ambienti aperti e le specie che li frequentano. La gestione di queste situazioni richiede conoscenze scientifiche, strumenti normativi e una collaborazione costante tra enti di tutela, amministrazioni e comunità locali.
Il viaggio di Paola Giacomini si inserisce proprio in questa dimensione, perché propone di osservare i parchi attraverso i territori e le persone che li abitano. La conservazione non viene presentata come una condizione raggiunta una volta per tutte con l’istituzione di un’area protetta. È piuttosto un equilibrio da costruire e mantenere, nel quale le scelte del presente influenzano il futuro degli ecosistemi.
Questa consapevolezza diventa particolarmente importante in un periodo segnato dai cambiamenti climatici, dalle trasformazioni demografiche e dalle nuove pressioni sulle risorse naturali.
Chi sono Custode e Tcigheeree, i cavalli mongoli compagni di viaggio?
Custode e Tcigheeree sono i due cavalli mongoli che accompagnano Paola Giacomini nella traversata italiana. Il loro rapporto con la viaggiatrice si è consolidato durante una precedente avventura, quando hanno affrontato insieme un lungo percorso dalla Mongolia fino all’Europa.
La presenza dei due animali rappresenta un elemento centrale del racconto. Il viaggio non viene affrontato come un’impresa individuale, ma come un’esperienza condivisa nella quale le esigenze dei cavalli influenzano ogni decisione.
Il cavallo mongolo è storicamente associato alla vita delle popolazioni nomadi dell’Asia centrale, dove ha svolto un ruolo fondamentale negli spostamenti e nell’allevamento. È generalmente conosciuto per la rusticità e la capacità di adattarsi a condizioni ambientali difficili, caratteristiche legate alla sua lunga storia.
Questo non significa che possa affrontare qualsiasi situazione senza cure. Anche un animale abituato alla vita all’aperto necessita di alimentazione adeguata, acqua, riposo e attenzione alle condizioni fisiche, soprattutto durante viaggi prolungati.
Nel racconto di Giacomini, Custode e Tcigheeree non sono semplici mezzi di trasporto. La loro presenza introduce una dimensione relazionale, nella quale il cammino richiede ascolto, adattamento e responsabilità. Attraversare territori naturali insieme a due animali significa infatti percepire diversamente le difficoltà del percorso, perché ogni scelta deve considerare il benessere dell’intero gruppo.
Che cosa rappresenta la borraccia d’acqua raccolta lungo il cammino?
Uno degli elementi più suggestivi del viaggio è la borraccia nella quale Paola Giacomini raccoglie piccole quantità d’acqua incontrate lungo il percorso. Torrenti, sorgenti e altri luoghi diventano così parte di un gesto simbolico che accompagna la traversata dall’Appennino alle Alpi.
Al termine del viaggio, l’acqua viene lasciata evaporare, con l’idea poetica che possa un giorno tornare sulle montagne sotto forma di neve. Il gesto richiama il ciclo naturale dell’acqua, attraverso il quale evaporazione, condensazione e precipitazioni collegano continuamente atmosfera, suolo, fiumi, laghi e mari.
L’acqua che evapora entra nell’atmosfera sotto forma di vapore e può successivamente condensare, contribuendo alla formazione delle nubi. Le precipitazioni la restituiscono poi alla superficie terrestre, dove una parte scorre nei corsi d’acqua, un’altra si infiltra nel terreno e una parte torna nell’atmosfera.
Naturalmente, non è possibile stabilire dove ricadranno le singole molecole d’acqua evaporate dalla borraccia. Il loro percorso dipende dai movimenti atmosferici e dai processi meteorologici che regolano il ciclo idrologico.
Il valore del gesto non risiede quindi nella possibilità di seguire fisicamente quelle gocce, ma nel rendere visibile un legame che normalmente sfugge alla percezione. Attraverso l’acqua, luoghi molto distanti partecipano a un sistema naturale comune, nel quale le trasformazioni ambientali possono produrre conseguenze oltre i confini geografici.
Perché la connessione tra i parchi è importante per la biodiversità?
Il percorso che collega dodici aree protette richiama un tema centrale dell’ecologia della conservazione: la connettività degli habitat. Gli animali e le piante non seguono i confini amministrativi dei parchi, ma dipendono dalla presenza di ambienti adatti e dalla possibilità di spostarsi o diffondersi.
Per alcune specie, la continuità tra habitat differenti favorisce gli spostamenti, la ricerca di risorse e gli scambi genetici tra popolazioni. La frammentazione causata da infrastrutture, urbanizzazione e trasformazioni del paesaggio può invece ostacolare questi processi.
I corridoi ecologici e le reti di habitat rappresentano strumenti utilizzati nella pianificazione della conservazione per migliorare i collegamenti tra aree naturali. La loro efficacia dipende dalle esigenze delle specie considerate, perché un ambiente che facilita il movimento di un animale può non essere adatto a un altro.
Il viaggio di Paola Giacomini non costituisce una verifica scientifica della connettività ecologica dei territori attraversati. Offre però un’immagine concreta della continuità geografica e paesaggistica che può esistere tra aree protette anche molto lontane.
La traversata permette di osservare come boschi, praterie, corsi d’acqua e ambienti agricoli si succedano lungo la penisola, formando un mosaico di ecosistemi. La biodiversità dipende anche dalla qualità degli spazi esterni ai confini dei parchi, che possono favorire oppure ostacolare gli spostamenti delle specie.
La conservazione efficace richiede quindi uno sguardo territoriale più ampio, capace di considerare le aree protette come elementi di una rete.
Che cosa cambia attraversando l’Italia a cavallo invece che in automobile?
Il viaggio a cavallo impone un ritmo che modifica la percezione dello spazio. Le distanze non vengono misurate soltanto in chilometri, ma attraverso il tempo necessario per percorrerle, le caratteristiche del terreno e le esigenze degli animali.
Un itinerario che in automobile richiederebbe poche ore può trasformarsi in diversi giorni di cammino. Durante questo tempo il paesaggio cambia gradualmente, permettendo di osservare dettagli che uno spostamento veloce tende a nascondere.
Le transizioni tra boschi, pascoli e centri abitati assumono un significato diverso, perché vengono attraversate direttamente, senza la separazione fisica dell’abitacolo. Il viaggio lento favorisce anche gli incontri con le persone che vivono nei territori, permettendo di conoscere attività e problemi raramente presenti nelle descrizioni turistiche.
Questa modalità di spostamento non è automaticamente priva di impatti ambientali. La presenza dei cavalli richiede una gestione attenta dei percorsi, delle soste e delle esigenze alimentari, soprattutto all’interno di aree protette. La scelta dell’itinerario deve quindi rispettare i regolamenti degli enti gestori e le caratteristiche degli ambienti attraversati.
Nel racconto di Giacomini, tuttavia, il cavallo rappresenta soprattutto uno strumento di relazione con il territorio. La lentezza permette di riconoscere il paesaggio come uno spazio abitato e vissuto, non soltanto come una successione di luoghi da raggiungere.
Quale ruolo hanno le comunità locali nella conservazione dei parchi nazionali?
La storia dei parchi italiani è strettamente collegata a quella delle comunità che vivono nei territori protetti. Agricoltori, allevatori, operatori turistici e residenti partecipano quotidianamente alla trasformazione e alla gestione del paesaggio.
In molte aree montane, attività tradizionali come il pascolo e la gestione dei boschi hanno contribuito a creare ambienti seminaturali ricchi di biodiversità. La conservazione di questi paesaggi può richiedere il mantenimento di alcune pratiche, purché compatibili con gli obiettivi di tutela.
Allo stesso tempo, le attività economiche possono generare pressioni sugli ecosistemi, rendendo necessarie regole e strumenti di gestione condivisi. La convivenza con la fauna selvatica rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa complessità.
La presenza di grandi carnivori può avere un importante valore ecologico ma richiede misure di prevenzione dei danni e strumenti di sostegno alle attività maggiormente esposte. Anche il turismo contribuisce all’economia locale, purché venga organizzato senza compromettere gli habitat sensibili o aumentare eccessivamente il disturbo alla fauna.
Il viaggio attraverso i parchi permette di incontrare queste diverse dimensioni, mostrando che la conservazione non dipende soltanto dall’esistenza di un vincolo giuridico. La partecipazione delle comunità locali può favorire strategie più efficaci, integrando conoscenze scientifiche, esigenze economiche ed esperienza diretta del territorio.
Che cosa racconta il viaggio sul futuro dei parchi nazionali italiani?
A oltre un secolo dall’istituzione del Gran Paradiso e del Parco d’Abruzzo, le aree protette italiane affrontano sfide profondamente differenti rispetto al Novecento. La tutela delle specie minacciate rimane fondamentale, ma oggi la conservazione deve confrontarsi anche con i cambiamenti climatici, la frammentazione degli habitat e le trasformazioni sociali delle aree rurali.
L’aumento delle temperature modifica le condizioni ambientali, soprattutto negli ecosistemi montani, dove molte specie sono adattate a intervalli climatici relativamente specifici. La riduzione dell’innevamento e le variazioni nella disponibilità d’acqua possono influenzare habitat, vegetazione e attività umane, rendendo necessarie strategie di gestione flessibili.
Anche lo spopolamento di alcune aree interne rappresenta una questione importante, perché modifica il rapporto tra comunità e territorio. L’abbandono di attività agricole tradizionali può influenzare la gestione di paesaggi storicamente modellati dalla presenza umana, mentre nuove forme di frequentazione turistica introducono opportunità e pressioni differenti.
Il viaggio di Paola Giacomini attraversa questa complessità senza limitarsi alla celebrazione dei paesaggi protetti. Il racconto invita a considerare la conservazione come una responsabilità collettiva, nella quale le scelte compiute dentro e fuori i parchi contribuiscono al futuro degli ecosistemi.
Il collegamento tra i due parchi centenari diventa così un modo per osservare il percorso compiuto dalla tutela ambientale italiana e interrogarsi sulle trasformazioni ancora necessarie.
Perché il viaggio di Paola Giacomini è un invito a conservare la natura?
Il percorso tra il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e il Gran Paradiso unisce luoghi, persone e ambienti differenti attraverso un’esperienza costruita sulla lentezza. La presenza di Custode e Tcigheeree, la raccolta simbolica delle acque e l’attraversamento di dodici aree protette trasformano la traversata in un racconto che supera l’impresa personale.
Il viaggio invita a riconoscere che la bellezza dei paesaggi non è separata dalle condizioni che permettono loro di esistere. La presenza della fauna selvatica, la salute dei boschi, la continuità degli habitat e la vita delle comunità locali dipendono da equilibri che richiedono conoscenza e attenzione.
La conservazione emerge quindi come una responsabilità che riguarda tanto le istituzioni quanto le persone che frequentano e abitano i territori. È questo il significato della riflessione che accompagna il racconto di Giacomini:
Il centenario dei primi parchi nazionali italiani diventa così un’occasione per guardare al futuro della tutela ambientale. Proteggere un territorio significa anche comprenderne la storia, le relazioni e le trasformazioni.
Il viaggio a cavallo restituisce un’immagine dell’Italia lontana dalle rappresentazioni più convenzionali, nella quale la natura non è soltanto uno scenario da ammirare. È un sistema vivente del quale anche gli esseri umani fanno parte, con la possibilità di contribuire alla sua conservazione attraverso le proprie scelte.




