LA TRANSIZIONE ENERGETICA STA RIMODELLANDO IL MERCATO DEL LAVORO IN EUROPA: IN ITALIA, TRA CRISI GEOPOLITICHE, DEGLOBALIZZAZIONE E OBIETTIVI CLIMATICI, LE PROFESSIONI LEGATE ALLA GREEN ECONOMY CRESCONO MA RESTANO CRITICITÀ SU FORMAZIONE, TEMPI E DISUGUAGLIANZE TERRITORIALI
Negli ultimi anni, il tema dell’energia è tornato a occupare una posizione centrale nel dibattito politico, economico e industriale. Non solo per ragioni ambientali ma per una convergenza di fattori che hanno reso evidente quanto la sicurezza energetica sia ormai inseparabile dalla sicurezza economica e sociale.
I conflitti internazionali, a partire dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, hanno messo in luce la fragilità strutturale di un modello energetico basato su forti dipendenze esterne.
A questo si è aggiunta la crisi in Medio Oriente, che ha ulteriormente destabilizzato mercati già sotto pressione, e una fase di ripiegamento protezionistico che sta ridisegnando gli equilibri della globalizzazione.
In questo scenario, la transizione energetica ha smesso di essere percepita come una scelta opzionale o ideologica. È diventata una leva strategica per ridurre vulnerabilità geopolitiche, contenere la volatilità dei prezzi e rafforzare l’autonomia industriale dei Paesi europei. Ed è proprio lungo questa traiettoria che si colloca il profondo cambiamento in atto nel mondo del lavoro.
Renovis, società italiana attiva nel settore dell’energia e della riqualificazione energetica, specializzata nello sviluppo di soluzioni integrate per l’efficienza degli edifici e la transizione verso modelli energetici più sostenibili ha realizzato, a firma di Alessandro Brizzi, una summa sul tema. Renovis si colloca infatti come interlocutore tra industria, finanza e territori, promuovendo un approccio che lega sostenibilità ambientale, sicurezza energetica e sviluppo economico.
Energia, crisi globale e nuova consapevolezza europea
La crisi del gas russo ha rappresentato uno spartiacque per l’Europa. In pochi mesi, è emersa con chiarezza la dipendenza di interi sistemi produttivi da forniture energetiche concentrate e politicamente instabili. La risposta delle istituzioni europee è stata rapida sul piano strategico, anche se complessa nell’attuazione. Accanto agli obiettivi climatici già fissati, si è fatta strada una nuova consapevolezza: accelerare sulle fonti rinnovabili significa anche ridurre l’esposizione a shock esterni.
La transizione energetica, in questo senso, non riguarda più soltanto la riduzione delle emissioni di gas serra. È diventata uno strumento di politica industriale e di sicurezza. Un cambio di paradigma che ha effetti diretti sulla struttura delle filiere produttive, sugli investimenti e, soprattutto, sulle competenze richieste al mercato del lavoro.
Le direttive europee a favore della transizione energetica
A livello politico e normativo, l’Unione Europea ha reagito alla situazione energetica rafforzando il proprio impegno verso la transizione energetica e la riconversione industriale attraverso una serie di direttive mirate. Da un lato, il Green Deal Europeo varato nel 2019 ha posto le basi di una strategia comune per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, fissando traguardi intermedi in materia di riduzione delle emissioni, efficienza energetica e sviluppo delle rinnovabili.
Dall’altro, il piano REPowerEU, lanciato dalla Commissione nel 2022 in risposta alla crisi del gas, ha accelerato gli investimenti per diversificare le fonti di approvvigionamento e promuovere, nel lungo periodo, l’indipendenza energetica del continente. Inoltre, accanto agli obiettivi di decarbonizzazione, si è puntato a rafforzare il capitale umano e sociale, stimolando la nascita di nuove figure professionali e lo sviluppo di competenze specifiche capaci di guidare la trasformazione industriale in chiave sostenibile.
L’Italia tra segnali positivi e ritardi strutturali
Nel contesto europeo, l’Italia si muove lungo una linea ambivalente. Da un lato, il Paese vanta una posizione di rilievo in settori come l’economia circolare, il riciclo dei materiali e alcune nicchie tecnologiche legate all’efficienza energetica. Dall’altro, continua a scontare ritardi nello sviluppo delle fonti rinnovabili, soprattutto in termini di capacità installata e velocità autorizzativa.
I dati più recenti mostrano comunque segnali incoraggianti: le fonti rinnovabili hanno coperto oltre un terzo della domanda elettrica nazionale e, nel primo semestre del 2024, la produzione da fonti pulite ha superato per la prima volta quella da fonti fossili. Un risultato significativo, che tuttavia non basta a garantire stabilità dei prezzi e indipendenza energetica nel medio periodo.
Questo quadro di transizione incompleta ha ricadute dirette sul mondo del lavoro. La domanda di competenze verdi cresce rapidamente, ma il sistema produttivo e formativo fatica a tenere il passo.
La crescita dei green jobs nel mercato del lavoro
Il mercato del lavoro italiano sta già riflettendo il cambiamento in corso. Secondo i dati più recenti, oltre il 13 per cento degli occupati è oggi impiegato in attività riconducibili alla green economy. Nel solo 2023, quasi due milioni di nuovi contratti hanno riguardato professioni con competenze ambientali, rappresentando più di un terzo delle nuove attivazioni complessive.
Questa crescita non riguarda un solo settore, ma attraversa l’intero sistema economico. Le competenze green sono richieste non soltanto nelle attività direttamente legate alle rinnovabili, ma anche nella logistica, nella progettazione industriale, nella gestione dei processi produttivi e nei servizi avanzati. In molti casi, non si tratta di professioni completamente nuove, ma di ruoli esistenti che vengono profondamente trasformati dalla necessità di ridurre consumi, emissioni e sprechi.
Secondo il quindicesimo Rapporto GreenItaly realizzato dalla Fondazione Symbola assieme al contributo di Unioncamere e del Centro Studi Tagliacarne, alla fine del 2022 il 13,4% degli occupati in Italia era già impiegato in ruoli legati alla green economy, e nel 2023 il numero di nuovi contratti per queste figure ha raggiunto quasi la cifra di due milioni, rappresentando il 34,8% del totale.
Dove si concentrano le nuove opportunità
Dal punto di vista territoriale, la distribuzione dei green jobs riflette le storiche disuguaglianze del Paese. Il Nord Italia continua a concentrare la maggior parte delle attivazioni, con la Lombardia in testa per numero di nuovi contratti legati alla sostenibilità. Veneto, Emilia-Romagna e Lazio seguono a breve distanza, confermando il ruolo trainante dei territori più industrializzati e meglio connessi alle filiere innovative.
Il Centro Italia mostra una dinamica positiva, con tassi di crescita superiori alla media nazionale, ma resta indietro in termini assoluti. Il Mezzogiorno, nonostante un enorme potenziale in termini di risorse rinnovabili, continua a scontare carenze infrastrutturali, ritardi amministrativi e una minore capacità di attrarre investimenti.
Questa distribuzione disomogenea pone un tema cruciale: la transizione energetica rischia di accentuare le disuguaglianze territoriali se non viene accompagnata da politiche mirate di sviluppo e formazione.
I settori che stanno cambiando di più: quali sono?
Il settore delle energie rinnovabili è quello in cui il cambiamento è più evidente. Cresce la richiesta di tecnici specializzati nell’installazione e nella manutenzione di impianti fotovoltaici, eolici e geotermici, ma anche di figure in grado di progettare sistemi integrati, gestire reti intelligenti e ottimizzare l’accumulo energetico.
Anche l’agricoltura sta attraversando una trasformazione profonda. Accanto alla diffusione di pratiche biologiche e rigenerative, emergono modelli ibridi come l’agrivoltaico, che combinano produzione agricola ed energetica. Tecnologie digitali, sensori e droni stanno cambiando il modo di monitorare le colture e gestire l’uso dell’acqua, richiedendo competenze sempre più interdisciplinari.
L’edilizia rappresenta un altro snodo cruciale. La spinta verso l’efficienza energetica degli edifici ha aumentato la domanda di tecnici esperti in bioarchitettura, materiali sostenibili e certificazioni ambientali. Parallelamente, la gestione dei rifiuti evolve verso modelli di economia circolare, con nuove figure dedicate al riciclo avanzato, al riuso e alla progettazione di prodotti a basso impatto.
Il nodo della formazione e delle competenze
Nonostante la crescita della domanda, uno dei principali ostacoli alla piena affermazione dei green jobs resta la carenza di competenze adeguate. Le stime indicano che entro il 2027 quasi quattro milioni di lavoratori dovranno possedere competenze green di livello almeno intermedio o avanzato. Un fabbisogno che il sistema formativo attuale fatica a soddisfare.
Gli istituti tecnici superiori e alcune università stanno ampliando l’offerta di corsi legati alla sostenibilità, ma il divario tra domanda e offerta rimane significativo. Molte imprese segnalano difficoltà nel reperire profili adeguati, rallentando progetti di riconversione già finanziati.
In questo contesto, gli investimenti in formazione e aggiornamento professionale diventano un fattore determinante. Strumenti come il PNRR e i fondi europei per la transizione ecologica rappresentano un’opportunità, ma richiedono una governance efficace e una visione di lungo periodo.

Le professioni green più richieste tra laureati e profili ad alta qualificazione
Tra i laureati, la domanda di professioni green si concentra soprattutto su profili in grado di coniugare competenze tecnico-scientifiche, capacità di analisi dei dati e conoscenza dei quadri normativi ambientali.
Cresce in modo significativo la richiesta di ingegneri energetici, ingegneri ambientali e ingegneri elettrici specializzati in rinnovabili, accumulo e reti intelligenti.
Accanto a queste figure, risultano sempre più centrali i sustainability manager, chiamati a integrare criteri ambientali, sociali e di governance nei processi decisionali delle imprese, e gli esperti di valutazione del ciclo di vita dei prodotti, fondamentali per misurare e ridurre l’impatto ambientale lungo le filiere.
Aumenta inoltre la domanda di laureati in scienze ambientali, chimica verde e fisica dei materiali, soprattutto nei settori legati all’innovazione tecnologica, alla ricerca applicata e allo sviluppo di soluzioni per l’efficienza energetica e la decarbonizzazione industriale.
Non meno rilevanti sono i profili giuridici ed economici con competenze ambientali, come esperti di diritto dell’energia, finanza sostenibile e rendicontazione ESG, sempre più richiesti da aziende e istituzioni.
Tecnici specializzati e professioni carenti
Se tra i laureati la crescita dell’offerta è lenta ma progressiva, la carenza più critica riguarda i profili tecnici intermedi, indispensabili per rendere operativa la transizione energetica.
Mancano installatori e manutentori di impianti fotovoltaici ed eolici, tecnici per la gestione dei sistemi di accumulo, operatori specializzati nella riqualificazione energetica degli edifici e figure capaci di intervenire su pompe di calore, sistemi di climatizzazione efficienti e reti elettriche evolute.
Anche nel settore dell’economia circolare si registra una forte carenza di tecnici per il riciclo avanzato, la gestione dei rifiuti complessi e il recupero di materiali critici.
Questa scarsità non dipende solo dal numero di lavoratori disponibili, ma dalla mancanza di percorsi formativi adeguati e aggiornati, in grado di rispondere rapidamente alle esigenze delle imprese. È proprio su questi profili, spesso meno visibili ma decisivi, che si gioca una parte fondamentale della riuscita della transizione ecologica: senza tecnici qualificati, anche gli investimenti e le strategie più ambiziose rischiano di restare sulla carta.
Green jobs come risposta a più crisi
Le professioni green non rappresentano soltanto una risposta alla crisi climatica. In un Paese come l’Italia, segnato da declino demografico, rischi di deindustrializzazione e forti divari territoriali, la transizione energetica può diventare un motore di rigenerazione economica e sociale.
Investire in competenze ambientali significa creare lavoro qualificato, rafforzare filiere locali e ridurre la dipendenza da modelli produttivi fragili. Ma significa anche ripensare il rapporto tra sviluppo, risorse naturali e benessere collettivo.
La sfida, oggi, non è stabilire se la transizione energetica avverrà, ma come e a quale velocità. Dalla capacità di governare questo processo dipenderà non solo il futuro ambientale del Paese, ma anche la qualità del lavoro e la tenuta del suo sistema economico nei prossimi decenni.




