Lorenzo Motta, la MM e la Sindrome dei Balcani

lorenzo motta - nave scirocco Lorenzo Motta - di guardia a bordo dello Scirocco

I nostri marinai vittime dell’uranio impoverito e di vaccini letali

Ce ne parla l’ex marinaio Lorenzo Motta: la malattia e gli scheletri nell’armadio dei comandi.

In seguito alla testimonianza del generale Roberto Vannacci, comandante del contingente italiano a Baghdad e numero due della coalizione anti-ISIS, i riflettori sono puntati sulle terribili tragedie e i tumori che hanno portato alla morte e alla malattia moltissimi militari.
Il generale Vannacci ha dichiarato “l’uso su larga scala di uranio impoverito in Iraq… dalle 300 alle 450 tonnellate, quantità 30 volte superiore a quella impiegata nei Balcani”, accusando di falsa testimonianza l’ammiraglio Cavo Dragone.

L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, Capo di stato maggiore della Marina Militare, tra il 2017 e il 2018 è stato responsabile del COI (Comando Operativo Interforze) in Iraq. Dragone aveva affermato davanti alla Commissione parlamentare che l’uranio impoverito non avrebbe provocato alcun problema ai soldati durante le missioni e le esercitazioni militari.

I militari colpiti dalla Sindrome del Golfo e poi dalla Sindrome dei Balcani, secondo i dati dell’Osservatorio Militare, sono 7.693 e quelli che hanno perso la vita 372.
L’uranio impoverito era presente nelle munizioni e nelle bombe largamente usate dagli americani nei teatri di guerra. I proiettili di uranio impoverito, quando colpivano l’obiettivo, sviluppavano una temperatura superiore ai 3mila gradi e lo riducevano allo stato di aerosol rilasciando nell’aria nanoparticelle di metalli pesanti.

Le verità nascoste

Oggi sappiamo con certezza che molte, troppe verità erano celate. Grazie a uomini come il generale Vannacci e a chi ha vissuto la malattia o perso i loro cari, gli scheletri nell’armadio riemergono come cadaveri sulla riva dopo la tempesta. Non solo.
Secondo il ministero della Difesa, “… la forma in questione (del linfoma) non può attribuirsi allo stesso, pur considerando tutti i suoi aspetti descritti agli atti…”.
E di fatti nega i diritti ai militari della Marina che hanno svolto missioni all’estero.

Come Lorenzo Motta, affetto da linfoma di Hodgkin, che oggi ci racconta la sua vicenda. La stessa di molti altri colleghi della Marina Militare italiana.

Nave Scirocco in formazione
Nave Scirocco in formazione

La nave Scirocco (fregata anti sommergibili lancia missili – ndr) sulla quale è stato imbarcato Motta ha svolto missioni di antipirateria, antiterrorismo e umanitarie – ci racconta Lorenzo -. Ha navigato lungo il Mediterraneo, il Canale di Suez, lo stretto di Gibilterra, la Tunisia, la Grecia, la Turchia, Oman, Bahrain, a Gibuti, ai confini con la Somalia.

«Iniziai la mia attività che per i successivi tre anni su questa nave non fu altro che vedere acqua, terre estere, mare e degrado. Nei posti bombardati nella prima e nella seconda guerra del Golfo, di bellezza ce n’era ben poca. Noi militari, in questo contesto, cercammo di affidarci l’uno all’altro come una famiglia».

Le vaccinazioni effettuate non secondo la norma

Uomini, partiti con un sogno, inconsapevolmente si ritrovano a essere manovrati come pedine in una scacchiera mortale.

«Non riesci a immaginare che qualcuno possa farti del male o per ignoranza o perché lo sta facendo davvero. Ad esempio – continua Motta – si pensi a come deve essere fatta la vaccinazione contro il tifo. Secondo la norma, questa deve essere somministrata 30 giorni prima che il personale militare possa essere esposto nel territorio dove c’è il rischio di prendere questa malattia.
La somministrazione del vaccino avviene attraverso tre pillole che devono essere assunte a giorni alterni per tre giorni. Quindi, in questo caso, per sei giorni.
Ma non è successo.
Non hanno rispettato i 30 giorni. Addirittura, ci venivano somministrate le pillole tre giorni prima di sbarcare all’estero. E non è tutto. Nel braccio destro ci facevano il vaccino contro la febbre gialla, a sinistra ne somministravano un altro. Dopo il trattamento vaccinale che ci hanno fatto, assolutamente non in regola, avevo, di sicuro, una deficienza immunitaria».

Purtroppo, Lorenzo Motta non è stato l’unico a vivere questa vicenda ma anche molti suoi colleghi. Ricorda che dopo le vaccinazioni, molti, durante la notte, stavano malissimo. Alcuni avevano la febbre, altri le gambe gonfie, occhi gonfi, vomitavano. Altri avevano crisi epilettiche. A causa di una somministrazione errata il loro sistema immunitario non rispondeva adeguatamente.

Una volta in missione, quindi, Motta e compagni si trovarono a esplorare territori esposti ad agenti tossici, a causa dei bombardamenti americani con munizionamento all’uranio impoverito.

Il libretto vaccinale scomparso

«Il consulente tecnico d’ufficio – chiarisce Motta -, nominato dal Tar Lazio, durante le indagini peritali ha chiesto espressamente al ministero della Difesa di riprodurre o recuperarlo ai fini della causa. Dopo due anni non riescono né a trovare il libretto né tantomeno a riprodurlo».

La causa della malattia di Motta

Dopo decine di missioni all’estero, proprio nel momento in cui avrebbe potuto godersi la vita perché aveva tutto quello che desiderava, Lorenzo si ammalò improvvisamente.
Era il 2005 quando scoprì di essere affetto da una terribile patologia: il linfoma di Hodgkin.
Non solo.
La scoperta più straziante fu sapere che aveva contratto questo linfoma a causa delle nanoparticelle di metalli pesanti che aveva respirato durante le missioni sui teatri di guerra e le esercitazioni. Missioni di cui andava fiero.

«In diverse circostanze soprattutto a Manama in Bahrain e a Gibuti ai confini con la Somalia facevamo delle Campagne umanitarie. Assistevamo soprattutto i bambini del posto che non stavano bene, in un centro ecclesiastico italiano».

Lorenzo Motta
Per Lorenzo Motta è stato un grande onore servire la Marina Militare

Per lui era un grande onore. Sentiva un forte bisogno di aiutare gli altri. Vedere la devastazione, osservare la vita di quei bambini ti apre gli occhi. Ti fa capire che c’è un altro mondo oltre i confini e che, troppo spesso, ci rifiutiamo di guardare.
La Marina Militare era il suo sogno, la sua vita. E anche aiutare gli altri faceva parte di quel mondo, che si fondeva tra l’azzurro del cielo e quello del mare.
Ma quel sogno di un giovane ventenne iniziò a sfumare con le prime avvisaglie della malattia. Proprio mentre era all’estero, durante le missioni.

«In diverse circostanze ci siamo accorti che Forze della coalizione indossavano una tuta speciale, bombole di ossigeno e maschera che copriva naso e bocca.  Noi non capivamo. Pensavamo che fosse assurdo con le temperature che ci sono in Africa e in Somalia. Li prendevamo per imbecilli. Noi andavamo in pantaloncini e canottiera.
Ma eravamo noi gli stupidi! Non sapevamo nulla delle protezioni. Nessuno ci ha mai parlato della pericolosità delle nanoparticelle di metalli pesanti e di uranio impoverito».

La verità sulle esercitazioni militari all’estero

Oltre alle continue missioni all’estero, comprese le campagne umanitarie, i marinai svolgevano anche addestramenti insieme con truppe di altre nazionalità.
Una di queste esercitazioni era testare il sistema d’armi delle unità navali. La flottiglia era composta da sei, sette, otto navi di ogni nazionalità.
«Ricordo che l’esercitazione – si chiamava Silph trials – non era altro che una simulazione di guerra.  Gli attacchi aerei erano finti ma gli aerei passavano ugualmente e tutto quello che era munizionamento veniva sparato realmente. Missili, siluri, cannone 127/54 di prora, cannoni 40/70 sinistra e di dritta. Potevo vedere tutte queste navi che facevano fuoco e si alzava un enorme polverone in aria. Io, che ero ha detto alle comunicazioni, stavo nella parte alta della nave e respiravo tranquillamente questa polvere non sapendo che mi avrebbe portato a questo terribile male».

La scoperta della malattia e la paura

Nel 2005, finita tutta l’attività all’estero, Motta tornò a La Spezia. Aveva accumulato moltissime ore di straordinario. Così, su consiglio del comandante, decise di andare a casa e riposare.
Una mattina, però, mentre si faceva la barba notò un rigonfiamento nella parte destra del collo.
Inizialmente i medici pensarono a un ascesso dentale, poi a una malattia causata da un animale esotico. Il 25 novembre dello stesso anno Lorenzo decise di sottoporsi a un’operazione alla base del collo. Al policlinico di Palermo gli asportarono un campione bioptico per un esame istologico.

«Hanno asportato questi campioni bioptici il 13 dicembre del 2005. Andai a prendere i risultati dell’istologico e mi diagnosticarono un linfoma di Hodgkin laterocervicale sovraclaveare destro. Mi ricoverarono d’urgenza per capire a che stadio era.
Mi sottoposero immediatamente al prelievo del midollo osseo, un esame molto doloroso. La stadiazione è risultata 2 A (una via di mezzo tra i diversi stadi). A quel punto mi vennero assegnati otto cicli di chemioterapia e 35 sedute di radioterapia per debellare il male. Facevo un ciclo di chemioterapia ogni 15 giorni. La prima settimana è stata devastante. Poi all’ottavo giorno stavo un po’ meglio».

Ma la cosa che fa più male è il silenzio

Lorenzo era sconfortato. A soli vent’anni si era trovato ad affrontare una terribile malattia senza la vicinanza dei suoi superiori.
«La cosa che mi ha fatto veramente molto male è stata non ricevere neanche una telefonata dal mio comando. Nessuno dei miei colleghi sapeva nulla. Quando ci siamo risentiti, dopo essermi ammalato, mi dissero di non sapere ancora niente a proposito. E mi hanno contattato immediatamente dopo aver letto sui giornali quello che mi era successo. Come se i vertici della Marina avessero tenuto nascosto tutto».

La lieta notizia imprevista nel momento peggiore

Proprio mentre Lorenzo si sottopose alla chemio arrivò una lieta notizia che, però, in quel momento destò paura e stupore nella giovane coppia.
Il dottore gli disse che non avrebbe potuto avere figli perché la chemioterapia uccideva gli spermatozoi.
Ma sua moglie era già incinta in quel periodo. Fu un miracolo. Chiesero al medico se il bambino avrebbe avuto problemi a causa della chemio. Il medico rispose che non sarebbe successo.

E decisero, insieme, di portare avanti la gravidanza. Un figlio in quel momento terribile agli occhi di Lorenzo sembrò un dono. La sua fede, la speranza e l’amore aiutarono la giovane coppia a superare la paura. E la bambina nacque sana.
Il momento non era certo il più adatto per affrontare questa nuova sfida sia dal punto di vista economico sia per la malattia di Lorenzo. Ma lui era testardo.

Sapeva che quella era la cosa giusta e sapeva che l’amore va oltre ogni regola, può essere imprevisto, folle e inaspettato. Ma sarebbe stato altrettanto folle rinunciare a una gioia che avrebbe portato speranza nella sua vita.

Ben presto arrivò anche il male psicologico

Un giorno, mentre faceva terapia, suonarono i carabinieri a casa. Dissero che dovevano notificargli una lettera. Su questa c’era scritto che le sue competenze stipendiali dal mese successivo si sarebbero ridotte del 50%.
Se la malattia si fosse protratta per ulteriori tre mesi si sarebbero ridotti a zero.
Furono sfrattati di casa. Il dolore psicologico e la frustrazione lo portarono a chiedere aiuto.

«Sono dovuto andare in cura al Centro di Igiene Mentale perché non riuscivo più a vivere. A volte pensavo realmente di suicidarmi perché la mia vita non aveva un senso. Senza soldi, senza stipendio, una moglie incinta, sfrattato da casa e per vivere andavo a lavare i piatti in un ristorante. Mi ritrovai senza nulla dopo aver avuto tutto». 

La perdita del lavoro e la causa di servizio

Nel 2005 quando Lorenzo si ammalò fece la domanda di causa di servizio. Fino al 2006 rimase a casa in malattia.
Il 15 ottobre del 2006 nacque sua figlia e il giorno dopo la scuola Militare di Taranto gli chiese di rientrare per seguire un corso.
Lo sottoposero a moltissime visite, all’Ospedale Militare di Taranto. Gli dissero che la patologia era in remissione. Gli diedero lo 0% di invalidità per farlo ritornare in servizio.

Ma non fu così semplice

Gli assegnarono tre mesi di destinazione a terra, ad Augusta, in Sicilia. Appena arrivato lo inviarono in infermeria e lo sottoposero a visite e varie.
Infine gli dissero: “Signor Motta, noi abbiamo appreso che lei ha una seria patologia. Stiamo facendo i controlli che ci ha detto di fare l’Ospedale Militare di Taranto”. 
Nonostante a Taranto gli avessero dato la piena idoneità.

Nel 2007 l’Ospedale Militare di Augusta lo congedò. Per i medici siciliani Lorenzo non era più abile a fare il marinaio. Quindi lo transitarono nei ruoli civili del ministero della Difesa. Non solo: lo congedarono ma mantennero lidoneità pari a zero. Quindi fece un anno di aspettativa a casa. Fin quando a ottobre fu assunto come dipendente civile del ministero della Difesa.

La telefonata inaspettata e l’incontro con l’avvocato Ezio Bonanni

Un giorno ricevette una telefonata da un carissimo amico, l’onorevole Falco Accame, ammiraglio e presidente della ANAVAFAF (Ass. Naz. Assistenza Vittime Arruolate Nelle Forze Armate).

«Lui mi mise la pulce nell’orecchio: “Lorenzo ma tu sei stato all’estero – disse – sei sicuro di non essere stato a contatto con l’uranio impoverito? Sei stato sottoposto a vaccinazioni? Ti ricordi se in quei posti l’aria era pesante?”».

Grazie ad Accame, i ricordi di Lorenzo riaffiorarono e iniziò a rendersi conto che c’erano tante cose che non andavano.
Conobbe, così, l’avvocato Pietro Gambino e l’avvocato Ezio Bonanni.
Ezio Bonanni gli chiese di diventare coordinatore dell’ex Dipartimento vittime uranio impoverito e vaccini dell’Osservatorio Nazionale Amianto.

A causa della sua vicenda Lorenzo si dedicò all’ONA solo per un breve periodo, con la promessa a Bonanni di tornarvi presto.

«Ho aiutato tanti ragazzi che ora non ci sono più. Molte mogli sono rimaste vedove. Possono raccontare la loro storia. Grazie all’esperienza fatta sulla mia pelle, sono riuscito ad aiutare questi ragazzi ad avere giustizia. Non come me che dopo aver vinto tutti i gradi di giudizio della giustizia amministrativa, mi ritrovo ancora oggi a non avere niente in mano».

Dopo aver parlato con l’ammiraglio Accame, Motta tramite i suoi legali presentò istanza di causa di servizio. Il ricorso al TAR fu depositato nel 2010.

«Chiesi che la mia patologia fosse riconosciuta perché attinente al servizio».

Era il primo luglio del 2010 quando l’ex marinaio ricevette la notifica della non dipendenza da causa di servizio. Il ministero della Difesa non gliela riconobbe.

Lorenzo lo riferì a Falco Accame. L’onorevole gli chiese, allora, se avesse fatto presentato l’istanza per l’equiparazione a Vittima del dovere. Lorenzo, però, non sapeva neanche di cosa si trattasse.

«Mi chiese anche se avevo dei campioni bioptici così mandai mia madre a prendere i vetrini in paraffina all’ospedale di Palermo. Quindi, li inviai alla dottoressa Antonietta Gatti di Modena. Nel 2012 presentai la relazione della dottoressa Gatti nella quale vi era scritto che era inequivocabile l’esposizione ambientale».

L’avvocato la integrò al ricorso iniziale al TAR del Lazio e nel frattempo Lorenzo, coni suoi legali, decise di presentare l’istanza per essere definito Vittima del dovere.
Lo chiamarono all’Ospedale Militare di Torino per sottoporlo a visita. Gli diedero il 23% di invalidità e per i medici risultò rientrante nei benefici previsti dalla legge. Ma il comitato di verifica si oppose. Motta presentò un altro ricorso al TAR.

«Nel 2015 Il TAR fissò l’udienza e mi dà immediatamente ragione. Mi rappresentarono l’avvocato Gambino e l’avvocato Ezio Bonanni. Sentenza di primo grado: il consigliere relatore Floriana Rizzetto intravede il nesso probabilistico. Annulla l’atto fatto dalla Pubblica Amministrazione e mi dà ragione. Ma, purtroppo, non finisce qui. Il ministero della Difesa appella la sentenza di primo grado».

Il TAR del Lazio ha accolto la richiesta di Lorenzo Motta e il Consiglio di Stato, con sentenza del 29 febbraio 2016, “…non considerano le appellanti (ministero della Difesa e ministero dell’Economia e finanze, ndr) che, nei casi delicati qual è quello in esame, all’interessato basta dimostrare l’insorgenza della malattia in termini probabilistico–statistici, non essendo sempre possibile stabilire un nesso diretto di causalità tra l’insorgenza della neoplasia ed i contesti operativi complessi o degradati sotto il profilo bellico o ambientale in cui questi è chiamato ad operare….”, ha confermato le tesi del Tribunale Amministrativo e accolto le tesi difensive sostenute dai legali Pietro Gambino del Foro di Sciacca ed Ezio Bonanni del Foro di Roma, presidente dell’Osservatorio Nazionale sull’Amianto.

Bugie e false dichiarazioni

«Nell’appello presentato dal ministero della Difesa ci sono delle cose gravissime: viene dichiarato il falso sulla mia attività lavorativa. Dichiararono che ero sempre stato a bordo della nave Scirocco e non ero mai sceso a terra. Che avevo partecipato a tutte le esercitazioni della nave senza uso di armi.
Quindi aspettai l’espressione del
Consiglio di Stato. Questo si riunisce e mi dà ragione.
Mi avrebbero dato tutto con gli con gli accessori di legge e invece mi ritrasmettono un parere negativo.
A quel punto dovetti far fronte alle cose false che hanno scritto perché hanno dichiarato il falso in sede di giudizio».

Motta, a questo punto, ricorda che, secondo la normativa, nel caso in cui la nave faccia fuoco, deve essere scritto in un registro. Poiché erano passati molti anni, Lorenzo pensò che questi registri ormai vecchi non fossero più a bordo dello Scirocco.

Ma, sicuramente, erano stati custoditi all’ufficio storico della Marina Militare a Roma. Chiese per e-mail di avere quei giornali e quando, finalmente, li ricevette, ebbe la prova delle munizioni che lo Scirocco aveva sparato nel periodo in cui era imbarcato.
Il ministero della Difesa continuò a negare.  Invece di nominare un medico legale nominarono un oncologo della Sapienza di Roma.

«Scusatemi – recriminò Lorenzo – ma se il nesso di causalità è stato già colto in primo grado a cosa serve l’oncologo? Volevano farmi passare dalla ragione al torto. Io e il mio medico legale partiamo e andiamo a fare le indagini peritali a Roma da questo oncologo del CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio – ndr )». 

A Roma c’era anche la controparte. Qui il CTU disse al medico del ministero: «Il signor Motta mi dichiara che non ci sono i libretti vaccinali».

Lui gli rispose che effettivamente non ci sono. Ma sono facilmente reperibili.

I medici delle parti volevano quei libretti vaccinali. Ma questi da due anni non si trovano.

«Ha cercato il libretto il mio avvocato, il medico legale, il tribunale, i giudici, Questa perizia dovevano farla in 60 giorni invece sono passati 2 anni.  A gennaio dell’anno prossimo ci sarà di nuovo l’udienza al TAR. Questa volta chiederemo al giudice la ricusazione del CTU e la perizia di un medico legale, non di un oncologo». 

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