giovedì, Aprile 30, 2026

Vatnajökull: l’Islanda di Julia Pietrangeli tra i ghiacci

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UN VIAGGIO IN ISLANDA RACCONTATO CON UN REPORTAGE DAL PROFILO MONUMENTALE DEL VATNAJÖKULL, IL PIÙ GRANDE GHIACCIAIO D’EUROPA. INTERVISTA ALLA FOTOREPORTER JULIA PIETRANGELI CON FOTO D’AUTORE PER IL GIORNALE DELL’AMBIENTE

In Islanda il silenzio ha il suono del fruscio del vento che attraversa le distese bianche, il crepitio sottile del ghiaccio che si assesta, dell’acqua che scorre sotto la superficie che cela segreti antichi.  In questo articolo, una pagina di storia climatica che si sta riscrivendo sotto i nostri occhi attraversando la Ring Road, la strada che abbraccia l’isola come un anello di asfalto sospeso tra lava e oceano.

Davanti alla distesa bianca

L’Islanda si mostra subito per ciò che è: un laboratorio naturale dove fuoco e ghiaccio convivono. A sud, le lingue glaciali scendono lente dalle alture, mentre il cielo cambia umore in pochi minuti. Pioggia fine, luce radente, nuvole che si aprono come sipari.

Le foto scattate da Julia Pietrangeli sembrano essere in bianco e nero a uno sguardo veloce. In realtà, allargando l’immagine, si notano in lontananza persone indossare vesti colorate.

Una bicromia data dal bianco del ghiacciaio e dal nero della cenere vulcanica che si deposita. Pietrangeli cammina con i ramponi sulla superficie compatta. Consapevole che sotto i piedi il ghiaccio vive, respira, si trasforma nelle crepe come cicatrici, e nelle grotte come cattedrali effimere.

Negli ultimi decenni le lingue del Vatnajökull si sono accorciate in modo evidente. I cartelli lungo i sentieri indicano dove arrivava il fronte negli anni ’80, poi nei ’90, poi nel 2005. La crisi climatica è una distanza misurabile in passi.

Islanda, intervista ai confini del mondo - fotoreportage di Julia Pietrangeli
Islanda, intervista ai confini del mondo | fotoreportage di Julia Pietrangeli, foto d’autore per Il Giornale dell’Ambiente e Zona Sensibile | da notare – in alto a destra – gli uomini con tute colorate che rivelano trattasi di un paesaggio bicromatico reale determinato dal bianco del ghiaccio, dal nero della cenere e non una foto in bianco e nero

Il ghiaccio come archivio del clima

I ghiacciai islandesi sono archivi naturali. Intrappolano bolle d’aria antiche, tracce di stagioni lontane. Leggerli significa comprendere il passato atmosferico del pianeta. Eppure, mentre li studiamo, li perdiamo.

Secondo i ricercatori locali, l’aumento delle temperature medie in Islanda sta accelerando lo scioglimento estivo. Cambia l’equilibrio degli ecosistemi, la stabilità del suolo. In un Paese dove l’acqua è energia e identità, il ghiaccio che si ritira è una questione ambientale, economica e culturale.

Tra turismo sostenibile e responsabilità

C’è qualcosa di profondamente umano nel trovarsi davanti a una distesa di ghiaccio. Ci ridimensiona, noi piccoli dinanzi all’immensità della Natura. Vatnajökull esiste da migliaia di anni, modellato da ere glaciali ed eruzioni vulcaniche. Eppure potrebbe cambiare radicalmente nell’arco di una generazione.

Vatnajökull
Islanda, intervista ai confini del mondo – fotoreportage di Julia Pietrangeli | pieni e vuoti

La lezione del ghiaccio e l’intervista

Abbiamo quindi intervistato la testimone di un paesaggio effimero come la vita.

Regista, autrice, documentarista, fotoreporter, già nomination ai premi Globo d’Oro per la stampa estera nel 2019 e vincitrice di numerosi premi, le foto d’autore di Julia Pietrangeli e la sua intervista ci racconta l’urgenza di correre ai ripari. L’Islanda infatti insegna che la transizione ecologica è la scelta quotidiana di ridurre emissioni, investire in energie rinnovabili, proteggere territori vulnerabili.

Nel suo lavoro al Vatnajökull emerge una dimensione quasi metafisica del paesaggio. Quanto è stata consapevole, durante lo scatto, della tensione tra ghiaccio e sistema vulcanico sottostante?

«La maestosità del Vatnajökull si percepisce già a kilometri di distanza, quando si percorre la strada n.1 a sud dell’Isola. Passata la città di Vik si risale verso nord-est direzione Höfn, attraverso l’interminabile rettilineo. Unica strada a corsia singola che lambisce la costa meridionale in un susseguirsi di meraviglie paesaggistiche nell’assenza totale di tracce umane fatta salva qualche fattoria isolata qua e là, mentre all’orizzonte prendono forma le monumentali lingue glaciali, in un effetto di avvicinamento cinematografico sorprendente che rende il viaggio di circa tre ore un prologo necessario all’esperienza che si sta per vivere». 

Una volta giunti ci si mette in coda in attesa della Jeep che ci trasporterà sotto una pioggia insidiosa. Ciascuno avvolto dentro al proprio poncho colorato.

«Un gigante dagli occhi allungati, di sicura discendenza vikinga, ci fa salire sul mezzo e ci guida lungo un sentiero impervio sulle pendici del ghiacciaio: il paesaggio surreale e austero di quest’immensa distesa di ghiaccio che copre vulcani attivi, scorre dietro ai finestrini appannati lasciandoci ammutoliti.  Il contrasto tra fuoco e ghiaccio è sublime, è un ritorno alle origini, dove acqua, lava, gas si mescolano nell’eterno ciclo della materia. Sono in preda a emozioni ancestrali che non riuscirei a descrivere ma che non dimenticherò mai».

Il percorso prosegue ramponi ai piedi e in fila indiana verso l’ingresso alla grotta di ghiaccio.

Si forma una calca che spinge all’interno del budello per farsi spazio. A causa di un attacco di claustrofobia risalgo immediatamente in superficie e finalmente mi ritrovo completamente sola, faccia a faccia, con il Vatnajökull. Il cuore rallenta i battiti, il respiro torna normale, il calore sprigionato dallo shock mi permette di esplorare le vicinanze incurante del vento gelido e della pioggia che scroscia senza pietà».

Il suo scatto trasmette un forte senso di immersione nello spazio vulcanico. Quali scelte compositive hanno contribuito a ottenere questo effetto?

«Ho provato un’attrazione magnetica verso quest’ ambiente mostruoso, non paura, ma meraviglia. Mi trovavo sulla superficie di un organismo vivente complesso e mutante. Sotto e sopra.

Le nuvole dense si muovevano rapide, la luce filtrava in maniera sempre diversa, era estremamente difficile mantenere l’orientamento perché i riferimenti visivi sparivano. Avevo iniziato a scattare in preda all’eccitazione, muovendomi verso una fessura nel ghiaccio, forse un crepaccio o più propriamente l’ingresso di una vecchia grotta di ghiaccio e poi ancora verso cumuli neri di ghiaia che circondavano delle impronte circolari grige, forse pozze di lava solidificate, zolfo misto a neve».

In un punto specifico del paesaggio islandese la scala tonale appariva naturalmente ridotta al bianco e nero. Cosa ha provato ad essere catapultata in questa realtà?

 «Quando mi sento bussare alle spalle, la guida vikinga mi sgrida e mi intima di non oltrepassare quella posizione perché in realtà quelli laggiù sono fanghi lavici pericolosi che risucchiano un po’ come le sabbie mobili.

Batto in ritirata, quando vedo scendere la fila colorata che torna verso le jeep, accidenti già è trascorsa un’ora! Una traccia nera mi cattura nuovamente, riprendo a scattare, è un susseguirsi di linee bianche e linee nere, tonalità di grigio, una varietà di forme, volumi, pattern… nel giro di poco ho nuovamente perso ogni riferimento in quest’abbondanza bitonale. Mi sento chiamare, giro intorno a un cumulo nero pensando di aver preso la direzione giusta quando mi ritrovo esattamente al margine estremo delle pozze vietate».

Dal punto di vista tecnico, come ha gestito l’ampia gamma dinamica del ghiaccio, evitando sia la sovraesposizione delle superfici sia la perdita di dettaglio nelle fessure più profonde?  

 «L’elettronica, i moderni sensori delle macchine fotografiche nonché le ottime lenti luminose aiutano senz’altro nella cattura di paesaggi così straordinari. Potersi affidare a strumentazioni performanti e tropicalizzate è fondamentale soprattutto quando sei in condizioni climatiche estreme, come in questo caso, dove vento e pioggia hanno persistito per giorni rendendo impossibile la revisione degli scatti sul campo».

Nel suo approccio al paesaggio estremo, si sente più vicina alla tradizione documentaria o a quella contemplativa della fotografia?

«La fotografia per me è un viaggio di esplorazione, un’avventura che parte da una fase di preparazione simile alla fotografia documentaria (studio del territorio, sopralluoghi, pianificazione meticolosa etc.). Una volta sul campo poi la tensione si sviluppa su molteplici piani: dall’aspetto tecnico-compositivo, alla gestione degli imprevisti e l’attenzione a quello che mi circonda perché devo mantenere in allerta massima tutti i sensi e allo stesso tempo immergermi profondamente nell’atto creativo.

 Istinto, creatività e problem solving…  è una pratica che mi stimola moltissimo ma è nella fase di sviluppo e finalizzazione dell’immagine che si compie il processo introspettivo più prezioso. Perché una volta sedimentate queste sensazioni primordiali, l’eccitazione o la delusione per i fallimenti, è il momento in cui posso permettermi di immergermi nei chiaroscuri di quei luoghi e lasciarli dialogare con le mie profondità».

Vatnajökull
Islanda, Vatnajökull, foto di Julia Pietrangeli

Il cambiamento climatico sta modificando rapidamente i ghiacciai islandesi. Considera il suo lavoro anche come una testimonianza storica di una morfologia destinata a mutare?

«Certamente. Ogni immagine è testimonianza del cambiamento che è sotto gli occhi di tutti. La comunità scientifica è pressoché unanime nello stabilire che quest’accelerazione oramai irreversibile è di origine antropica, e nonostante tutto sia documentato in tempo reale con strumentazioni sofisticatissime, sembra impossibile invertire questa rotta. Piuttosto sembra ancora prevalere la vecchia logica della lotta per il dominio sul pianeta, che prepara nuove guerre di distruzione e spartizione, e che avrà impatti fortissimi sulla salute del pianeta e di tutte le forme di vita, inclusa quella umana».

Dopo l’esperienza al Vatnajökull, cosa è cambiato nel suo modo di percepire il rapporto tra fotografia e forze primarie della natura?

 «Il viaggio in Islanda ha consolidato questo rapporto. Consentendomi di recuperare il contatto che avevo perso con la Natura, attraverso questa pratica fotografica recupero il contatto con la mia stessa natura».

Lo sciglimento dei ghiacciai, Islanda, foto d'autore di Julia Pietrangeli
Lo scioglimento dei ghiacciai, Islanda, foto d’autore di Julia Pietrangeli

Numero verde ONA

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