giovedì, Settembre 24, 2026

Farfalle, quando la bellezza diventa un pregiudizio anche nella conservazione

Ultime News

LE FARFALLE EUROPEE CONSIDERATE LE PIÙ BELLE HANNO RICEVUTO NEL TEMPO PIÙ ATTENZIONE DAL PUBBLICO E DALLA RICERCA E RISULTANO SOVRARAPPRESENTATE ANCHE NEGLI STRUMENTI STORICI DI PROTEZIONE. LO DIMOSTRA UNO STUDIO INTERNAZIONALE COORDINATO DALL’UNIVERSITÀ DI FIRENZE E PUBBLICATO SU CURRENT BIOLOGY, CHE HA COINVOLTO OLTRE 21mila PERSONE IN PIÙ DI CENTO PAESI. IL “BEAUTY BIAS” DIVENTA UN PROBLEMA DI CONSERVAZIONE QUANDO LE PRIORITÀ EREDITATE DAL PASSATO NON COINCIDONO PIÙ CON LE SPECIE CHE OGGI CORRONO I RISCHI MAGGIORI

Conservazione delle farfalle: le più belle sono le più protette

Ali grandi, colori accesi, disegni riconoscibili. Di fronte a una farfalla particolarmente appariscente, fermarsi a osservarla o fotografarla sembra una reazione del tutto spontanea.

Molto meno evidente è ciò che può accadere dopo, quando milioni di preferenze individuali si accumulano nel tempo e finiscono per lasciare una traccia nella ricerca scientifica e persino nelle politiche di conservazione.

È proprio questa traccia che un gruppo internazionale di ricercatori ha provato a ricostruire.

Lo studio “Beauty bias in butterfly research and conservation”, (Il pregiudizio estetico nella ricerca e nella conservazione delle farfalle), pubblicato su Current Biology e coordinato da Leonardo Dapporto del Dipartimento di Biologia e Mariagrazia Portera del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze, mostra che le farfalle europee percepite come più belle tendono a ricevere maggiore attenzione pubblica e scientifica.

E sono sovrarappresentate anche nei principali strumenti normativi europei di tutela della natura, in particolare nella Convenzione di Berna del 1979 e nella Direttiva Habitat del 1992.

La questione diventa rilevante perché la bellezza non coincide necessariamente con l’urgenza ecologica.

Le Liste Rosse europee della IUCN, costruite sulla valutazione scientifica del rischio di estinzione, non mostrano infatti la stessa preferenza per le specie più appariscenti. Al contrario, alcune farfalle oggi minacciate sono relativamente poco vistose e hanno ricevuto storicamente meno attenzione.

La conservazione della biodiversità si trova così davanti a un problema insolito: non soltanto capire quali specie stanno scomparendo ma riconoscere quanto le nostre preferenze abbiano contribuito a decidere quali specie abbiamo guardato abbastanza da accorgercene.

Licenidi – Foto di Robert Schmölzer su Unsplash

Come si misura la bellezza di una farfalla?

È la prima difficoltà affrontata dai ricercatori. La bellezza non possiede un’unità di misura paragonabile alla superficie di un habitat o alla consistenza numerica di una popolazione.

Per ottenere un dato confrontabile, lo studio ha quindi scelto una strada sperimentale su larga scala.

Oltre 21mila partecipanti provenienti da più di cento Paesi hanno espresso valutazioni estetiche su centinaia di specie di farfalle europee. Le preferenze raccolte hanno permesso di costruire una misura condivisa dell’attrattiva visiva, che i ricercatori hanno successivamente confrontato con diversi indicatori.

Non si sono fermati, infatti, a chiedere quali farfalle piacessero di più.

Hanno verificato quante pubblicazioni scientifiche fossero state dedicate alle diverse specie nel corso del tempo, quanta attenzione ricevessero dal pubblico attraverso piattaforme come iNaturalist e Flickr e quali fossero state inserite nei principali strumenti di tutela europei.

Infine hanno confrontato questo sistema di attenzione con le valutazioni IUCN sul rischio di estinzione.

Il risultato non dimostra semplicemente che alle persone piacciono le farfalle colorate. Mostra una relazione molto più profonda: la bellezza percepita è associata in modo sistematico all’attenzione pubblica, alla quantità di ricerca e alla presenza delle specie nel sistema storico della conservazione europea.

Che cos’è il “beauty bias” scoperto dai ricercatori?

Un bias è una distorsione sistematica. Nel caso studiato dall’Università di Firenze, la preferenza estetica non produce soltanto una reazione individuale. Può orientare ripetutamente l’attenzione nella stessa direzione, fino a creare una disparità tra specie.

Una farfalla vistosa viene notata più facilmente. Può essere fotografata più spesso, diventare maggiormente familiare al pubblico e suscitare più curiosità. Una specie conosciuta offre anche più occasioni di ricerca, entra più facilmente nel dibattito sulla conservazione e può acquisire maggiore visibilità istituzionale.

Lo studio ricostruisce proprio questa dimensione temporale e parla di un “cumulative beauty bias”, ossia un pregiudizio estetico cumulativo.

Il passaggio decisivo è nella parola “cumulativo”. Non occorre immaginare che scienziati o legislatori abbiano scelto deliberatamente di proteggere le farfalle più belle ignorando le altre. Il meccanismo può svilupparsi attraverso una sequenza di decisioni perfettamente comprensibili prese in momenti differenti.

Una specie già nota viene studiata ancora. Quella già tutelata entra in nuovi programmi di conservazione. La disponibilità di informazioni rende più semplice progettare interventi e ottenere finanziamenti. I nuovi progetti producono a loro volta altri dati e aumentano ulteriormente la conoscenza. Il vantaggio iniziale finisce così per alimentare se stesso.

Casa delle Farfalle

Come può una preferenza estetica arrivare fino alle leggi?

È probabilmente il risultato più sorprendente della ricerca.

Le specie incluse nei principali strumenti europei di conservazione, soprattutto la Convenzione di Berna e la Direttiva Habitat, risultano rappresentate in misura sproporzionata da farfalle visivamente attraenti e da taxa (plurale della parola taxon, che indica un gruppo di organismi viventi o entità classificate insieme in base a caratteristiche comuni), già storicamente protetti.

La Convenzione di Berna risale al 1979. La Direttiva Habitat è stata adottata nel 1992 ed è ancora oggi uno dei pilastri della politica europea sulla biodiversità.

L’inclusione in questi strumenti non ha un valore soltanto simbolico.

Le specie tutelate possono diventare oggetto di monitoraggio, piani d’azione, interventi di gestione e progetti finanziati. La Commissione europea, per esempio, sostiene specifici Species Action Plans per alcune specie presenti nella Direttiva Habitat, costruiti sulla base di stato di conservazione, ecologia, minacce e azioni necessarie.

Di conseguenza, una scelta compiuta decenni fa può continuare a produrre effetti. È quella che in altri ambiti verrebbe definita una dipendenza dal percorso: una decisione iniziale modifica le condizioni nelle quali verranno prese le decisioni successive.

La protezione genera conoscenza. La conoscenza facilita nuovi interventi. Gli interventi consolidano la centralità della specie.

Le farfalle più belle sono anche quelle più minacciate?

È qui che la ricerca individua la frattura più importante.

Non necessariamente. Le Liste Rosse della IUCN funzionano secondo una logica differente rispetto agli strumenti normativi storici. Valutano il rischio di estinzione attraverso criteri standardizzati che prendono in considerazione elementi come dimensione e andamento delle popolazioni, distribuzione geografica e riduzione dell’areale.

Nella nuova Lista Rossa europea delle farfalle, pubblicata nel 2025, sono state valutate 442 specie. Delle 441 ancora esistenti, 65, pari al 14,7%, risultano minacciate: sei sono classificate in pericolo critico, trentacinque in pericolo e ventiquattro vulnerabili. Altre sessanta sono considerate prossime alla minaccia.

Rispetto alla precedente valutazione del 2010, il numero delle specie europee minacciate è aumentato del 76%.

Eppure, proprio le Liste Rosse non mostrano la sovrarappresentazione delle specie belle individuata nella legislazione e nella ricerca storica. Secondo gli autori dello studio, le valutazioni IUCN identificano anzi come minacciate anche specie relativamente poco appariscenti.

la casa delle farfalle

Perché le decisioni prese decenni fa pesano ancora oggi?

Perché la conservazione ha una memoria.

Quando una specie entra precocemente in una normativa, attorno a essa possono formarsi competenze, protocolli di monitoraggio, gruppi di ricerca e progetti. La sua distribuzione viene studiata meglio e le sue popolazioni possono essere controllate più regolarmente.

Leonardo Dapporto evidenzia proprio questa inerzia: le priorità stabilite in passato continuano a influenzare la distribuzione delle risorse e degli sforzi anche quando l’effettivo rischio di estinzione suggerirebbe di aggiornare l’attenzione.

Lo studio associa inoltre le protezioni iniziali alla successiva capacità di attrarre finanziamenti, compresi progetti europei LIFE, e quindi ulteriori interventi di conservazione.

Questo meccanismo produce un paradosso.

Le specie più studiate sono quelle sulle quali sappiamo di più. Proprio perché disponiamo di molti dati, diventa relativamente semplice continuare a studiarle e progettare azioni mirate.

Una specie poco conosciuta parte invece con uno svantaggio. La scarsità di informazioni rende più difficile valutare le sue necessità e può ridurne ulteriormente la capacità di entrare nei programmi di ricerca.

La mancanza di attenzione può quindi contribuire a riprodurre altra mancanza di attenzione.

Quanto sono in difficoltà le farfalle europee?

Il problema del beauty bias diventa particolarmente urgente perché arriva in una fase critica per i lepidotteri europei.

La nuova Lista Rossa mostra che quasi il 15% delle specie valutate è minacciato di estinzione. Oltre il 40% delle farfalle endemiche della regione europea, quindi presenti esclusivamente qui, risulta minacciato o prossimo alla minaccia.

Una specie, Pieris wollastoni, la grande cavolaia di Madeira, è stata dichiarata estinta. Era endemica dell’isola portoghese e non veniva osservata dal 1986.

Le pressioni sono numerose e spesso agiscono contemporaneamente.

La perdita e la frammentazione degli habitat rimangono tra le minacce principali. Molte farfalle europee dipendono da prati ricchi di fiori e da paesaggi rurali modellati per secoli da forme di gestione non intensiva.

L’intensificazione agricola può eliminare questi ambienti ma anche l’abbandono delle pratiche tradizionali nelle aree marginali può modificarli profondamente. A queste trasformazioni si aggiungono pesticidi, erbicidi, deposizione di azoto e aumento delle temperature.

Per alcune specie, dunque, il problema non è semplicemente “salvare una farfalla”. È conservare la complessa combinazione di piante nutrici, microclima, vegetazione e gestione del territorio dalla quale dipende il suo ciclo vitale.

casa delle farfalle

Perché le farfalle sono così sensibili ai cambiamenti dell’habitat?

La loro apparente leggerezza nasconde una forte specializzazione ecologica.

Una farfalla adulta può spostarsi tra numerosi fiori alla ricerca di nettare ma la larva può avere esigenze estremamente selettive. Alcune specie depongono le uova soltanto su determinate piante nutrici e dipendono da precise condizioni di temperatura, umidità e struttura della vegetazione.

In alcuni casi le relazioni diventano ancora più sofisticate.

Diverse farfalle della famiglia dei licenidi, per esempio, intrattengono durante la fase larvale rapporti con particolari specie di formiche. Conservare la popolazione significa quindi mantenere non un singolo elemento, ma un’intera rete ecologica.

È questo uno dei motivi per cui le farfalle vengono utilizzate anche come indicatori dei cambiamenti ambientali.

La loro risposta alla trasformazione degli habitat può segnalare alterazioni che interessano un sistema molto più ampio.

Ed è proprio qui che il tema estetico assume un significato diverso. Concentrarsi prevalentemente sull’aspetto dell’adulto rischia di farci vedere la farfalla come un oggetto isolato, mentre dal punto di vista ecologico esiste soltanto attraverso le relazioni che ne rendono possibile la vita.

La bellezza è quindi un problema per la conservazione?

No. E lo studio evita esplicitamente questa conclusione.

“Non c’è niente di male nel trovare bella una specie anziché un’altra oppure nel provare piacere estetico per la natura”, osserva Mariagrazia Portera.

Il problema comincia quando una preferenza, legittima sul piano personale, diventa inconsapevolmente un criterio per distribuire attenzione scientifica e risorse pubbliche.

Portera propone però anche una lettura più profonda del concetto stesso di estetica.

Richiama figure come Charles Darwin, Barbara McClintock e Rachel Carson per ricordare che l’esperienza estetica ha avuto un ruolo importante nella storia della conoscenza scientifica. Ma quella bellezza non coincideva necessariamente con la selezione degli organismi più colorati o spettacolari.

Era anche meraviglia davanti ai processi, alle connessioni e alle relazioni che tengono insieme il mondo vivente.

Da questo punto di vista, il problema non sarebbe avere introdotto la bellezza nella conservazione. Sarebbe averla ristretta troppo, riducendola alla sola attrattiva visiva.

Una farfalla bruna e apparentemente modesta può diventare straordinariamente interessante quando si comprende la rete di relazioni necessaria alla sua sopravvivenza.

casa delle farfalle

Perché alcune specie diventano “carismatiche” e altre rimangono invisibili?

Il beauty bias osservato nelle farfalle appartiene a un fenomeno più ampio della conservazione.

Da tempo la ricerca ecologica si interroga sulla sproporzione di attenzione riservata ai diversi organismi. Grandi mammiferi, uccelli spettacolari e specie facilmente riconoscibili hanno spesso una capacità comunicativa superiore rispetto a invertebrati, funghi o organismi meno familiari.

Le farfalle permettono però di osservare la distorsione all’interno di uno stesso gruppo.

Questo è metodologicamente interessante perché riduce alcune differenze che renderebbero difficile confrontare, per esempio, un grande felino con un insetto.

Anche tra animali relativamente simili per biologia e collocazione tassonomica, l’aspetto può modificare l’attenzione ricevuta.

Il pubblico partecipa a questo processo attraverso fotografie, osservazioni naturalistiche e preferenze. La scienza non ne è completamente separata, perché anche i ricercatori fanno scelte: quali organismi studiare, quali domande approfondire, dove investire anni di lavoro.

Infine intervengono le istituzioni. Lo studio fiorentino ha il merito di collegare questi livelli e di mostrarne la successione nel tempo, anziché trattare la preferenza estetica come una semplice curiosità psicologica.

Anche la citizen science può essere condizionata dalla bellezza?

È una delle implicazioni più interessanti del lavoro.

Piattaforme come iNaturalist hanno enormemente ampliato la quantità di osservazioni naturalistiche disponibili. Milioni di cittadini possono fotografare un organismo, identificarlo e contribuire alla produzione di dati sulla sua presenza.

È una risorsa scientifica straordinaria, ma non è necessariamente un campionamento neutrale.

Le persone decidono che cosa fotografare.

Un organismo grande, colorato o facilmente riconoscibile può attirare più osservazioni di uno piccolo e mimetico. Una specie che vive vicino ai sentieri può essere documentata più spesso di un’altra presente in habitat poco frequentati.

Lo studio utilizza proprio gli upload su iNaturalist e Flickr tra gli indicatori dell’attenzione pubblica e trova un’associazione con la bellezza percepita.

Questo non diminuisce il valore della citizen science.

Indica piuttosto la necessità di conoscerne i bias quando i dati vengono interpretati. Molte grandi banche dati biologiche non registrano soltanto la presenza della natura: registrano anche dove gli esseri umani hanno deciso di guardare.

L’assenza di fotografie, di conseguenza, non equivale necessariamente all’assenza di una specie.

Che differenza c’è tra una Lista Rossa e una specie protetta dalla legge?

La distinzione è fondamentale per comprendere il risultato dello studio.

Una Lista Rossa IUCN è innanzitutto uno strumento scientifico di valutazione del rischio. Utilizza criteri standardizzati per stimare la probabilità che una specie vada incontro all’estinzione.

La European Red List serve proprio a identificare le specie minacciate a livello europeo affinché possano essere predisposte misure adeguate di conservazione.

Una direttiva o una convenzione internazionale appartiene invece al piano normativo.

Le due dimensioni possono interagire, ma non sono equivalenti. Una specie può risultare fortemente minacciata secondo una valutazione recente senza essere stata inclusa decenni prima negli allegati di una normativa. Al contrario, una specie storicamente tutelata può aver mantenuto un forte peso istituzionale.

È proprio questo sfasamento temporale che il beauty bias rende interessante.

Le Liste Rosse vengono aggiornate sulla base di nuove informazioni. Gli strumenti legislativi, per loro natura, cambiano attraverso processi politici e amministrativi molto più complessi.

Quando lo stato della biodiversità evolve rapidamente, la distanza tra questi due tempi può diventare rilevante.

Una conservazione più equa significa dividere le risorse allo stesso modo?

Proteggere la biodiversità in modo più equo non significa destinare identiche risorse a tutte le specie, né sottrarle automaticamente a quelle più belle.

Significa piuttosto rendere espliciti i criteri utilizzati per stabilire le priorità.

Il rischio di estinzione è certamente uno dei più importanti ma non è l’unico. Possono contare l’unicità evolutiva, il ruolo ecologico, la responsabilità geografica di un Paese verso una specie endemica, la possibilità concreta di recuperare una popolazione e il rapporto tra intervento e risultati attesi.

Il contributo dello studio sta nell’aggiungere una domanda preliminare: quanto delle priorità attuali deriva ancora da una preferenza che non abbiamo mai riconosciuto come tale?

Riconoscere un bias non impone automaticamente quale decisione prendere.

Permette però di distinguere una scelta consapevole da un’eredità ricevuta.

In un continente nel quale sessantacinque specie di farfalle sono già considerate minacciate e altre sessanta sono prossime alla minaccia, questa distinzione diventa sempre meno teorica.

Possiamo trasformare la bellezza da bias a strumento di conservazione?

È qui che ricerca biologica ed Environmental Humanities tornano a incontrarsi.

Le specie carismatiche hanno una capacità reale di mobilitare il pubblico. Possono avvicinare persone che altrimenti non entrerebbero in contatto con i temi della biodiversità, sostenere campagne, alimentare progetti di citizen science e rendere comprensibile la perdita degli habitat.

Eliminare questa forza comunicativa sarebbe poco utile.

Si può invece usarla come porta d’ingresso verso ciò che è meno immediatamente visibile.

Una farfalla spettacolare può raccontare il prato nel quale vive, le piante dalle quali dipende, gli insetti con cui interagisce e le pratiche agricole che mantengono quell’habitat. In questo modo la specie carismatica smette di essere un gioiello isolato e diventa il volto di una rete ecologica.

È molto vicino al concetto di estetica richiamato da Portera: non una collezione di oggetti belli tra i quali scegliere, ma l’esperienza delle relazioni del vivente.

Lo studio dell’Università di Firenze nasce infatti all’interno di una linea interdisciplinare sulle Environmental Humanities, nella quale biologia, filosofia ed estetica vengono utilizzate per interrogare anche il modo in cui costruiamo culturalmente l’idea di natura.

Ed è forse proprio questo l’aspetto meno scontato della ricerca.

La conservazione viene spesso rappresentata come un processo puramente tecnico: si misurano popolazioni, si calcola il rischio, si individuano habitat e si destinano risorse. Ma prima ancora di misurare bisogna decidere che cosa osservare.

Lo studio sulle farfalle europee mostra che quella decisione non è sempre neutrale.

Per decenni abbiamo guardato alcune specie più intensamente di altre. Abbiamo prodotto più conoscenza su di loro e quella conoscenza è entrata, direttamente o indirettamente, nel sistema della tutela.

Oggi le Liste Rosse permettono di vedere anche ciò che quel sistema ha lasciato ai margini.

La sfida non è smettere di lasciarsi affascinare da una farfalla bellissima. È allargare lo sguardo abbastanza da riconoscere valore anche in quella che, fino a ieri, quasi nessuno si fermava a guardare.

Numero verde ONA

spot_img
5 per 1000 Osservatorio Vittime del Dovere APS
spot_img

Consulenza gratuita

    Articoli simili