GLI ECOSISTEMI ITALIANI SONO SEMPRE PIÙ SPESSO MESSI IN CRISI DALLA DIFFUSIONE DI SPECIE ALIENE, SIANO ESSE VEGETALI O ANIMALI
Dopo la diffusione dei pesci alieni, in particolare nelle acque della Sicilia, è la volta delle piante aliene in Toscana. Cosa si intende con l’aggettivo “alieno”? Di certo non la provenienza da un altro pianeta, piuttosto da un luogo naturale di origine diverso da quello in cui si trovano.
Ed è proprio questo il problema: che in molti casi piante e animali alieni proliferano in ambienti differenti da quelli originari. E questo a discapito di fauna e vegetazione autoctoni, con ripercussioni anche importanti per l’ecosistema locale.
È quello che sta succedendo in questi giorni in Toscana, dove i consorzi di bonifica stanno correndo ai ripari a causa dell’invasione di millefoglio americano (nome scientifico: myriophyllum aquaticum; foto in alto) e di poligono del Giappone (nome scientifico: reynoutria japonica).
Si tratta di piante acquatiche con grandi capacità invasive. La prima è anche inserita tra quelle di rilevanza comunitaria come infestante, con un apposito protocollo di contenimento coordinato da ministero della Transizione Ecologica (oggi ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica), Ispra e Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente.

La Toscana infestata dalle piante aliene
Nei corsi d’acqua del comprensorio gestito dal Consorzio di bonifica 1 Toscana Nord il millefoglio americano sta rappresentando, ad esempio, “un significativo ostacolo al regolare deflusso delle acque ed una minaccia alla biodiversità degli ecosistemi fluviali. La forte espansione della pianta, favorita dal clima mite e dall’assenza di competitori naturali, comporta problematiche sia di tipo idraulico (ostacolo al deflusso delle acque) che ambientale (impatti negativi sulla biodiversità) e sanitario (creazione di un ambiente idoneo a nuovi veicoli per morbilità finora assenti)“. Lo riporta l’ANBI (Associazione nazionale consorzi gestione e tutela del territorio e acque irrigue).
Si procede dunque a una rimozione degli alvei almeno due volte all’anno. Si usano inoltre particolari cautele nella pulizia delle attrezzature utilizzate, per evitare di favorirne l’ulteriore diffusione attraverso il trasporto involontario di frammenti della pianta in altri luoghi.
«La situazione – spiega Nicola Conti dell’Ufficio Ambiente del Consorzio di bonifica 1 Toscana Nord – è un’emergenza dal punto di vista idraulico ed ecosistemico. E sta diventando anche un problema economico a causa dei costi che si devono affrontare per liberare i corsi d’acqua da questa pianta».
Il “poligono del Giappone”, pianta introdotta a scopo ornamentale a metà del 1800 in Europa, è stata rilevato in Toscana alle sorgenti del fiume Arno. La sua eccessiva espansione può causare l’erosione del suolo fino a compromettere la stabilità degli argini; negli spazi urbanizzati può spaccare muri e pavimentazioni.
Il Consorzio di bonifica 3 Medio Valdarno è promotore della richiesta di un progetto comunitario Life per il contrasto all’espansione di quest’ultima pianta aliena. Con esso ci sono anche la Provincia Autonoma di Trento, l’Università di Pisa e il C.N.R. (Consiglio Nazionale Ricerche) di Firenze.
Specie aliene, le conseguenze delle infestazioni
Le conseguenze di una infestazione da specie aliene in un determinato territorio, può comportare una seria alterazione dell’ecosistema locale. Le specie aliene infatti, dette anche “alloctone”, sono varietà vegetali o animali arrivate in un luogo diverso da quello originario per mano dell’uomo, volontariamente o meno.
Tra le specie animali importate in Europa dai romani, per esempio, ci sono il daino, il fagiano e la carpa. Al Medioevo, invece, risale l’introduzione di alcune specie di roditori: il ratto nero e il ratto delle chiaviche, probabilmente trasportati passivamente dalle navi mercantili che facevano la spola tra Oriente e Occidente. Entrambe queste specie di roditori sono molto dannose e invasive.
Alla fine del XIX secolo, invece, ad arrivare in Europa dall’Asia sono stati i cosiddetti “pesci rossi”. Oggi il carassio comune e il carassio dorato sono abbondanti in stagni, canali e corsi d’acqua.
L’espansione delle specie aliene, quando fuori controllo, può minacciare la biodiversità del nuovo luogo in cui si stabiliscono e proliferano. Possono infatti causare profondi cambiamenti nei processi biologici e avere un forte impatto socio-economico. Per esempio, danneggiando l’agricoltura, la salute o le attività umane presenti.
Rischi sanitari e ambientali connessi alle specie aliene
Tra gli animali, si ricordano alcune specie aliene che stanno creando notevoli problemi, sia inerenti alla salute sia agli ecosistemi locali.
La zanzara tigre, per esempio, negli ultimi anni si è largamente diffusa in Italia. Molto aggressiva e pungente, può essere vettore dei patogeni che causano malattie come chikungunya, encefalite, dengue, zika.
Un altro esempio è il cinipide del castagno (dryocosmus kuriphilus), un piccolo imenottero che induce la formazione di galle sulle piante ospiti in cui le larve completano il loro ciclo vitale. Questo insetto può provocare il deperimento delle piante colpite, riducendone la produzione e lo sviluppo vegetativo.
In modo simile agisce il punteruolo rosso (rhynchophorus ferrugineus). Questo coleottero attacca le palme fino a portarle al collasso: le sue larve si nutrono dei tessuti delle piante ospiti.
Poi ci sono gli animali che entrano in competizione con le specie autoctone: esempio ne è il gambero della Louisiana (procambarus clarkii), che sta mettendo a rischio la sopravvivenza del gambero di fiume italiano (austropotamobius pallipes).
La vongola filippina (venerupis philippinarum) ha preso il sopravvento sulla vongola verace autoctona (venerupis decussata).
La tartaruga palustre americana (trachemys scripta) sta prevalendo e trasmette parassiti e malattie alla testuggine palustre europea (emys orbicularis), mettendola a rischio.
Lo scoiattolo grigio americano (sciurus carolinensis) invece entra in competizione alimentare con lo scoiattolo rosso italiano (sciurus vulgaris), mettendone a rischio la sopravvivenza.
Il caso dei daini al Parco Nazionale del Circeo
Nel 2020 la decisione del Parco Nazionale del Circeo di abbattere 350 daini (sui circa 1.800 presenti) suscitò non poche polemiche. Il caso balzò rapidamente alle cronache nazionali. Gli abbattimenti, per una riduzione del 30% della popolazione, ebbero i pareri positivi del ministero dell’Ambiente e della Regione Lazio.
Le associazioni animaliste, intanto, premono perché si attui, come alternativa, una politica di sterilizzazione. Il controllo della fertilità degli animali, però “rappresenta ancora un ambito in piena evoluzione e sviluppo. L’immunocontraccezione non può essere considerata, ad oggi, come uno strumento di eradicazione di specie faunistiche”.
“Nel tentativo di risolvere il problema ambientale e sociale, il Parco ha redatto ed adottato un Piano di gestione – ha spiegato il PNC -. Secondo la normativa vigente fino al settembre scorso, il programma di controllo del daino poteva attuarsi tramite diversi scenari, tra cui anche soluzioni non cruente che il Parco ha cercato di mettere in atto in via prioritaria attraverso appositi bandi per la cessione di capi”. Otto le istanze pervenute per l’adozione di trentadue animali in strutture private (poi scesi a diciannove per via degli spazi ospitanti) e in aziende agri-turistico-venatorie.
“Tra gennaio e maggio è stato svolto un campionamento sanitario da parte dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Latina, sottoponendo 117 capi, appositamente abbattuti con arma da fuoco, a esami necroscopici. Tutte le prove diagnostiche di laboratorio realizzate per accertare infezioni riferibili a malattie sottoposte a piani di controllo e/o profilassi hanno dato esiti negativi, dando il via libera al trasporto degli animali fuori dal Parco. Tuttavia uno degli ultimi decreti della precedente legislatura – il Dl 5 agosto 2022, n.135 – ha messo in dubbio questa possibilità, dato che il daino non rientra tra le specie autoctone ma nemmeno tra quelle che sono considerate “animale da compagnia”.
Qual è il problema legato ai daini al Circeo?
I daini sono nel Parco Nazionale del Circeo dal 1953. Prima erano contenuti in un ampio recinto, ora invece occupano l’intera foresta del Circeo, che è Riserva della Biosfera tutelata dall’Unesco dal 1977.
Il problema relativo al daino è l’impatto negativo sulla biodiversità della Foresta Demaniale, a causa della sua intensa attività di brucatura.
Quest’ultima, spiega il PNC nelle Faq, “determina la rarefazione di alcune specie vegetali e l’assenza di rinnovazione forestale, determinando un’omogeneizzazione della Foresta, nella quale potranno risultare nel tempo sempre più avvantaggiate specie di scarso valore, come la felce o l’asfodelo. L’impoverimento della Foresta dal punto di vista vegetazionale crea, inoltre, un problema per tutte le altre specie animali presenti: è per questo che una delle specie di mammiferi di più elevato interesse conservazionistico, la lepre italica, sta scomparendo”.
Tra le altre motivazioni, ci sono gli incidenti stradali provocati sulla Pontina, la Litoranea e le altre strade vicine al Parco; oltre al rischio per l’agricoltura in caso di fuga con proliferazione esterna allo stesso.
Così, mentre prendono avvio le adozioni, si proseguirà comunque con la caccia al daino, già effettuata nel 2022 e riproposta nel 2023.
“Le operazioni di rimozione verranno attuate (al netto di eventuali catture finalizzate alla traslocazione di animali in vivo) tramite prelievo con arma da fuoco. La tecnica si è rivelata efficace e compatibile con le esigenze di sicurezza proprie di un luogo altamente frequentato come la Foresta Demaniale.
L’obiettivo – conclude il Parco – è quello di prelevare almeno 350 animali all’anno nel corso dei prossimi anni, ovvero un numero necessariamente superiore a quello delle nascite annuali stimate nella popolazione, per giungere così ad un sensibile decremento della specie nell’arco del quinquennio di applicazione del Piano”.








