Ex Ilva Taranto, la Cassazione conferma lo stop. Bonanni: svolta decisiva per lavoratori e popolazione

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LA CASSAZIONE CONFERMA LO STOP ALL’AREA A CALDO DELL’EX ILVA TARANTO E RESPINGE I RICORSI DELLE SOCIETÀ. LA DECISIONE METTE AL CENTRO SALUTE E AMBIENTE. ORA I COMMISSARI DEVONO DEFINIRE MODALITÀ E TEMPI DELLO SPEGNIMENTO

Ex Ilva di Taranto, la Cassazione conferma lo stop all’area a caldo: respinti i ricorsi delle società

La decisione delle Sezioni Unite conferma il decreto di Milano

La Corte di Cassazione ha respinto definitivamente i ricorsi di Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia contro lo stop all’area a caldo. Le Sezioni Unite Civili hanno quindi confermato il provvedimento che dispone lo spegnimento definitivo del cuore produttivo dello stabilimento siderurgico di Taranto. Di conseguenza, il decreto dei giudici milanesi mantiene la propria validità.

La pronuncia è arrivata giovedì 29 ottobre 2026, dopo l’udienza del 20 ottobre. La decisione riguarda la parte centrale dell’ex Ilva e conferma quanto stabilito dai magistrati di Milano. Ora i commissari devono definire le modalità operative dello spegnimento e i relativi tempi tecnici.

La scadenza del 15 dicembre e il futuro degli altiforni

La legge aveva indicato il 15 dicembre 2026 come termine per spegnere gli altiforni, attualmente nella fase di preriscaldo. Tuttavia, quella scadenza dipendeva dalla decisione della Suprema Corte. Con il rigetto dei ricorsi, la Cassazione ha confermato il provvedimento contestato dalle società.

Il passaggio successivo riguarda quindi l’attuazione concreta dello stop. I commissari dovranno stabilire nel dettaglio come procedere, individuando le operazioni necessarie e i tempi per completarle. La questione investe direttamente il futuro dell’area a caldo e la possibilità di utilizzare ancora gli altiforni dopo il loro arresto.

Polveri e amianto al centro delle motivazioni

Nel decreto, la Corte d’appello richiama i rischi ambientali e sanitari che interessano il territorio intorno allo stabilimento. I giudici descrivono una situazione «ad elevato rischio di crisi ambientale» nell’area che comprende Taranto, Crispiano, Massafra, Montemesola e Statte. Le motivazioni concentrano l’attenzione sulle conseguenze dell’attività industriale per la salute umana.

In particolare, il provvedimento indica le emissioni di polveri nell’atmosfera e la presenza di amianto negli altiforni tra gli elementi centrali. Il decreto collega questi fattori ai pericoli per le persone che vivono e lavorano nel territorio. Su questi aspetti si fondano le principali ragioni dello stop disposto dai giudici milanesi.

L’impiego dell’amianto fin dalla costruzione dell’Italsider

La presenza dell’amianto accompagna la storia della fabbrica fin dalla posa della prima pietra dell’Italsider. Tra il 1960 e il 1970, durante la costruzione e l’avvio dello stabilimento, la fabbrica utilizza ampiamente questo materiale. Le sue proprietà isolanti rispondono infatti alle esigenze degli impianti, soprattutto alle temperature molto elevate dell’area a caldo.

In quegli anni, gli operai lavorano l’amianto anche a mani nude. Lo modellano per realizzare cordoni protettivi oppure lo impiegano per rivestire e isolare le tubature. Il materiale entra così nelle lavorazioni e nelle strutture dello stabilimento, fin dalle prime fasi della sua attività.

Il richiamo alle regole europee sulla qualità dell’aria

La decisione prende in esame anche l’evoluzione della normativa europea contro l’inquinamento atmosferico. In particolare, richiama la direttiva UE 2024/2881, “relativa alla qualità dell’aria ambiente e per un’aria più pulita in Europa (riifusione)”. Il riferimento riguarda anche i limiti previsti per le polveri sottili.

Secondo il passaggio citato nella decisione, la direttiva “fissa parametri ancora più severi in tema di particolato (PM10 e PM2,5), sia sotto il profilo qualitativo che sotto quello quantitativo”. I giudici inseriscono quindi la vicenda dello stabilimento tarantino anche nel quadro delle disposizioni europee sulla qualità dell’aria.

Bonanni: fermare gli impianti e affrontare le conseguenze sanitarie

L’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), ha accolto con fermezza la pronuncia della Cassazione. Da tempo il legale segue le conseguenze dell’esposizione all’amianto all’interno dello stabilimento. Nella sua valutazione, il provvedimento rappresenta una svolta decisiva per i lavoratori e per la popolazione.

Per Bonanni, «l’arresto degli impianti obsoleti rappresenta l’atto necessario per fermare il dramma di lavoratori e cittadini colpiti da patologie asbesto-correlate». Il presidente dell’ONA lega quindi lo stop degli impianti alla necessità di affrontare le conseguenze sanitarie dell’esposizione all’amianto.

«La sentenza della Cassazione sull’ex Ilva stabilisce che la tutela della salute umana non può essere subordinata a interessi produttivi, confermando lo stop all’area a caldo di Taranto. La decisione impone alla politica di superare le proroghe e di avviare la bonifica e la riconversione industriale a tutela dell’occupazione», continua il legale.

La tutela della salute e il diritto al lavoro

La vicenda pone al centro anche il rapporto tra occupazione, salute e ambiente. Sul versante del lavoro, assume particolare rilievo l’impegno della Repubblica – è scritto nel decreto – a promuovere “le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Il richiamo riguarda gli articoli 1 e 4 della Costituzione e il compito delle istituzioni di rendere concreto il diritto al lavoro.

Il principio richiamato esclude che la difesa dell’occupazione debba comportare una rinuncia agli altri diritti fondamentali. La formulazione riportata nella decisione afferma: “Diritto alla vita e alla salute (oltre che all’ambiente sano) e diritto al lavoro non possono essere contrapposti e non devono entrare in conflitto”.

Una controversia che attraversa economia, ambiente e vita quotidiana

Il caso dell’ex Ilva coinvolge da anni questioni economiche, sociali e umane strettamente collegate. Sul piano finanziario, la decisione ricorda che “nel tempo cospicue risorse pubbliche sono state destinate all’impresa”. Allo stesso tempo, il confronto sulle conseguenze dell’attività industriale continua a interessare la popolazione e il territorio.

Su questo punto, il testo sottolinea che “l’impatto dello stabilimento di Taranto su popolazione e ambiente è da decenni oggetto di un ampio dibattito, che, tuttavia, non ha trovato sbocco in soluzioni definitive”. Negli anni, la vicenda ha coinvolto anche diverse corti nazionali ed europee. Si sono già pronunciate la Corte costituzionale, la Corte europea dei diritti dell’uomo e la Corte di giustizia dell’Unione Europea.

L’iniziativa dei cittadini avviata nel luglio 2021

L’azione giudiziaria nasce dalla richiesta di alcuni cittadini di Taranto di tutelare i diritti della popolazione esposta alle emissioni industriali. La sentenza ricostruisce l’avvio del procedimento con questo passaggio:

“Con ricorso del 16 luglio 2021, alcuni cittadini di Taranto hanno proposto dinanzi al Tribunale di Milano – Sezione specializzata in materia di impresa, una domanda di inibitoria collettiva ex art. 840- sexiesdecies c.p.c., a tutela dei diritti fondamentali omogenei dei circa trecentomila cittadini residenti in Taranto e Comuni limitrofi, per l’eliminazione del pregiudizio alla salute individuale e collettiva, alla serenità e tranquillità di vita nonché al clima, derivante dall’esposizione al rischio delle emissioni dello stabilimento siderurgico di Taranto”.

La richiesta riguarda dunque sia la salute individuale sia quella collettiva, insieme con la tranquillità della vita quotidiana e al clima. Nel corso della vicenda sono emersi pericoli gravi per l’ambiente e per la salute umana. Nonostante questi elementi, ripetute proroghe hanno consentito allo stabilimento di continuare l’attività.

I ricorsi delle società e l’opposizione dei residenti

Ilva e Acciaierie d’Italia Spa-Acciaierie d’Italia Holding hanno presentato due distinti ricorsi straordinari alla Suprema Corte. Entrambe le iniziative chiedevano l’annullamento del decreto milanese. Sul fronte opposto, i cittadini di Taranto costituiti nel giudizio hanno depositato due controricorsi per sostenere il provvedimento.

Il procedimento ha attraversato diversi livelli della giustizia italiana ed europea. Il percorso ha coinvolto il Tribunale di Milano, città dove Acciaierie d’Italia ha la sede legale e la Corte di giustizia dell’Unione Europea a Lussemburgo. Successivamente, la controversia è passata dalla Corte d’appello di Milano fino alla Cassazione, a Roma.

Ai commissari le operazioni per lo spegnimento

Dopo la decisione delle Sezioni Unite, i commissari devono tradurre il provvedimento in una sequenza di interventi tecnici. Spetta a loro definire i singoli passaggi e i tempi necessari per spegnere gli impianti. La fase operativa assume quindi un peso decisivo per il futuro del sito siderurgico.

Nel dibattito sulla fabbrica, è stata ripetutamente sostenuta l’impossibilità di riutilizzare gli altiforni dopo lo spegnimento. Se questa valutazione troverà conferma, l’arresto degli impianti potrebbe segnare la conclusione definitiva dell’attività dell’area a caldo di Taranto.

Numero verde ONA

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