L’URANIO IMPOVERITO TORNA AL CENTRO DEL DIBATTITO SULLA SALUTE DEI MILITARI ITALIANI. TRA MALATTIE DENUNCIATE, RICONOSCIMENTI GIUDIZIARI E RICHIESTE DI TUTELA, RESTA APERTA LA QUESTIONE DELLA PREVENZIONE
Uranio impoverito, militari italiani e tutela della salute
Le munizioni all’Uranio Impoverito (UI) sono state utilizzate in modo esteso dagli Stati Uniti durante la Guerra del Golfo. Ma il loro impiego è documentato anche nei conflitti nell’ex Jugoslavia e in Iraq.
Nel corso degli anni, diversi militari italiani impegnati nelle missioni internazionali hanno segnalato gravi problemi di salute. Tra le patologie denunciate figurano anche diverse forme tumorali. I militari e le loro famiglie hanno collegato queste malattie all’esposizione alle polveri prodotte dall’impatto delle munizioni.
Che cos’è l’uranio impoverito
L’Uranio Impoverito, indicato anche con l’acronimo DU (Depleted Uranium), è un materiale radioattivo. La sua attività specifica risulta però inferiore rispetto a quella dell’uranio naturale.
Sul piano giuridico, non esiste attualmente uno specifico trattato internazionale che vieti in modo espresso l’utilizzo delle munizioni all’UI. Il loro impiego viene quindi generalmente ricondotto alla categoria delle armi convenzionali.
Questo non significa, tuttavia, che il loro utilizzo sia privo di limiti. Anche queste armi devono rispettare le norme previste dal diritto internazionale umanitario. Tali norme disciplinano, tra l’altro, la protezione delle popolazioni civili e la conduzione delle operazioni militari.
Le particelle prodotte durante l’impatto
Quando un penetratore all’uranio impoverito colpisce un bersaglio, l’impatto crea temperatura fino a 4mila ºC e può produrre polveri e particelle molto fini. Questi materiali possono disperdersi nell’ambiente e rappresentare una possibile via di esposizione per le persone presenti nell’area.
Le particelle possono essere inalate oppure ingerite. I residui possono inoltre depositarsi sul terreno e, in determinate condizioni ambientali, raggiungere sedimenti e risorse idriche.
Anche i penetratori che non colpiscono il bersaglio possono rimanere sul terreno. Nel corso del tempo possono subire processi di ossidazione e corrosione. Questi fenomeni possono favorire il rilascio di composti dell’uranio nell’ambiente circostante.
L’esposizione e le possibili conseguenze
Gli effetti dell’esposizione all’uranio impoverito dipendono soprattutto dalla quantità assorbita e dalle modalità di contatto. L’inalazione delle particelle rappresenta una delle possibili vie attraverso cui il materiale può entrare nell’organismo.
Un’altra possibilità riguarda la contaminazione delle ferite. I militari impegnati nelle operazioni possono infatti entrare in contatto con residui e frammenti prodotti durante gli scontri.
In alcuni casi, frammenti contenenti uranio impoverito possono inoltre rimanere incorporati nei tessuti. La loro permanenza nell’organismo può prolungarsi nel tempo e richiede specifiche valutazioni mediche.
Le denunce dei militari italiani
Il tema riguarda da anni anche i militari italiani impegnati nelle missioni internazionali, in particolare nella Guerra del Golfo, nell’ex Jugoslavia e in Iraq. Le associazioni che seguono questi casi parlano di una situazione particolarmente grave.
Secondo i dati riportati dalle associazioni di categoria, il bilancio avrebbe superato 400 decessi e 8mila persone malate. Tra le patologie segnalate compaiono linfomi, leucemie e altre gravi forme tumorali.
Le stesse associazioni sostengono inoltre che alcune patologie possano manifestarsi anche molti anni dopo l’esposizione. In alcuni casi, il periodo indicato arriva fino a 30 anni.
Su questi numeri e sul rapporto causale tra esposizione e malattie occorre però distinguere le denunce delle associazioni dalle evidenze scientifiche. Le principali valutazioni internazionali non hanno infatti accertato un’associazione convincente tra esposizione al DU e tumori nella popolazione generale.
L’assistenza dell’Osservatorio Nazionale Amianto
Di fronte alle richieste di assistenza, l’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), insieme con il suo presidente avv. Ezio Bonanni, ha confermato il proprio impegno a favore dei militari e delle loro famiglie.
L’associazione offre assistenza medica e legale gratuita agli appartenenti alle Forze Armate. L’obiettivo è accompagnare gli interessati anche nell’avvio delle procedure per il riconoscimento dello status di Vittima del Dovere.
Il riconoscimento può infatti consentire l’accesso alle specifiche forme di tutela previste dalla normativa. Per i familiari, il percorso può assumere un’importanza ancora maggiore quando il militare è deceduto.
Il problema dell’onere della prova
Uno degli aspetti più complessi riguarda l’onere della prova. Per le malattie correlate all’amianto esiste ormai un sistema di tutela più consolidato.
Il percorso relativo alle patologie che i ricorrenti collegano all’esposizione all’uranio impoverito resta invece spesso complesso. In molti procedimenti, la persona interessata o i suoi eredi devono dimostrare il rapporto tra servizio, esposizione e malattia.
Questa situazione può rendere particolarmente difficile l’accesso ai benefici previsti. Le famiglie devono spesso affrontare perizie mediche, accertamenti e procedimenti amministrativi e giudiziari di lunga durata.
In alcuni casi, inoltre, le controversie proseguono per anni. Può accadere quindi che il procedimento arrivi alla conclusione soltanto dopo la morte del militare che aveva presentato la richiesta.
Le decisioni della giurisprudenza
Negli ultimi anni, diversi procedimenti giudiziari hanno affrontato il rapporto tra servizio militare, esposizione in teatri operativi e insorgenza di specifiche patologie.
Alcune sentenze dei Tribunali amministrativi regionali e del Consiglio di Stato hanno riconosciuto il nesso causale in singoli casi. Le decisioni hanno riguardato soprattutto militari che avevano sviluppato gravi malattie dopo aver prestato servizio in determinate aree operative.
Questi pronunciamenti hanno assunto un peso importante nelle controversie sul riconoscimento dello status di Vittima del Dovere. Tuttavia, le decisioni giudiziarie riguardano i singoli procedimenti e non equivalgono a una generale dimostrazione scientifica di un rapporto causale valido per tutte le esposizioni.
La richiesta di verità e giustizia
Il presidente dell’ONA ha ribadito la posizione dell’associazione sulla tutela dei militari esposti durante le missioni internazionali.
«Non siamo animati da uno spirito di vendetta, ma da una profonda sete di verità e giustizia – afferma Bonanni -. Per anni la denuncia della nocività di questi sistemi d’arma è stata accolta con scetticismo e sminuita dalle istituzioni. Oggi le sentenze confermano quello che sosteniamo da tempo. Chiediamo che lo Stato si assuma le proprie responsabilità, semplifichi l’accesso agli indennizzi e avvii protocolli di prevenzione trasparenti per i nostri militari ancora operativi».
La questione dell’uranio impoverito resta quindi al centro di un confronto che coinvolge salute, sicurezza e tutela dei militari. Da una parte ci sono le richieste delle persone che hanno denunciato malattie dopo le missioni.
Dall’altra restano le valutazioni della comunità scientifica sugli effetti dell’esposizione. Il tema richiede quindi attenzione, prevenzione e approfondimenti capaci di distinguere i rischi documentati dalle ipotesi ancora oggetto di studio.
Fonti istituzionali e scientifiche:
OMS – Guidance on exposure to depleted uranium
OMS – Depleted uranium: sources, exposure and health effects
OMS – Depleted uranium e salute
ICTY – Final Report to the Prosecutor sulla campagna NATO
(Nella foto di copertina, militari italiani impegnati con la NATO in Bosnia, 1999)





