sabato, Maggio 16, 2026

Scienza e virgola

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SCIENZA E VIRGOLA HA FESTEGGIATO LA SUA DECIMA EDIZIONE TRASFORMANDO TRIESTE IN UN LABORATORIO DI IDEE, DOVE SCIENZA, LETTERATURA E SOCIETÀ SI SONO INCONTRATE INTORNO ALLA PAROLA “UMANO”. QUATTRO GIORNI DI EVENTI, OLTRE NOVANTA VOCI E UN PROGRAMMA FITTO HANNO COSTRUITO UNO SPAZIO DI RIFLESSIONE SUL PRESENTE E SUL FUTURO DELLA NOSTRA SPECIE

Che cos’è Scienza e Virgola e perché è diventato un punto di riferimento?

Dal 7 al 10 maggio 2026, Trieste ha ospitato la decima edizione di Scienza e Virgola, il festival del libro scientifico ideato dalla SISSA – Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati e promosso dal suo Laboratorio Interdisciplinare.

In dieci anni, la manifestazione ha costruito un’identità riconoscibile, diventando uno degli appuntamenti più rilevanti in Italia per la divulgazione scientifica, grazie alla capacità di mettere in dialogo discipline diverse e di affrontare i temi della ricerca con un linguaggio accessibile ma rigoroso.

L’edizione 2026 ha segnato un passaggio simbolico importante. Non solo per il traguardo raggiunto, ma per la scelta di una parola chiave, “umano”, che ha orientato l’intero programma verso una riflessione ampia e stratificata.

In un tempo segnato da trasformazioni tecnologiche, crisi ambientali e tensioni sociali, interrogarsi su cosa significhi essere umani oggi ha rappresentato un punto di partenza per attraversare ambiti diversi, dalla medicina alla genetica, dalla filosofia alla narrativa.

Con oltre novanta ospiti italiani e internazionali, quarantuno eventi pubblici e più di venti appuntamenti riservati, il festival ha confermato la sua vocazione a costruire un ponte tra il mondo della ricerca e quello della società, trasformando la città in un luogo di confronto aperto e diffuso.

Perché il tema “umano” è oggi così centrale?

La scelta del tema non è stata casuale. “Umano” è una parola apparentemente semplice, ma capace di racchiudere tensioni profonde. Significa parlare di corpo, mente, relazioni, ma anche di tecnologia, limiti e responsabilità.

Significa interrogarsi su come la scienza stia ridefinendo ciò che siamo, dalle neuroscienze alla genetica, fino alle implicazioni etiche delle innovazioni più recenti.

Il festival ha scelto di affrontare questo tema non in modo astratto, ma attraverso storie, esperienze e dialoghi. L’umano è stato raccontato come uno spazio di relazione, in cui la conoscenza scientifica si intreccia con la vita quotidiana.

In questo senso, la parola chiave dell’edizione ha funzionato come una lente capace di mettere in relazione ambiti apparentemente distanti, restituendo una visione complessa ma coerente.

Particolarmente significativo è stato il filo rosso della cura, che ha attraversato molti degli incontri. La cura intesa non solo come pratica medica, ma come relazione, responsabilità e attenzione verso l’altro. Un tema che, in un’epoca segnata da fragilità diffuse, ha assunto un valore profondamente contemporaneo.

Il festival, quali riflessioni ha proposto?

L’apertura del festival, il 7 maggio, ha dato subito il tono dell’intera manifestazione. Al Teatro Miela, il direttore artistico Paolo Giordano ha dialogato con Concita De Gregorio sul tema della cura, a partire dal suo nuovo libro. Un confronto che ha attraversato l’esperienza della malattia, la relazione con gli altri e la capacità di trasformare la fragilità in uno spazio di conoscenza.

Il dialogo ha mostrato come la scienza e la narrazione possano incontrarsi in un terreno comune, quello dell’esperienza umana. La malattia, spesso raccontata in termini clinici, è stata qui riletta come occasione di relazione e di scoperta, ribaltando stereotipi e semplificazioni.

La cura è emersa come un gesto quotidiano ma anche come una dimensione profonda dell’esistenza, capace di ridefinire il modo in cui ci percepiamo e ci relazioniamo agli altri.

Questo approccio ha caratterizzato l’intero festival, che ha scelto di non separare la dimensione scientifica da quella umana, ma di farle dialogare continuamente.

Concita de Gregorio

Quali temi scientifici sono stati al centro degli incontri?

Il programma ha offerto una panoramica ampia e articolata delle questioni più rilevanti nel dibattito scientifico contemporaneo. Dalla medicina alla genetica, dalla prevenzione alla storia della scienza, ogni incontro ha cercato di mettere in luce non solo i risultati della ricerca ma anche le implicazioni sociali e culturali.

Particolare attenzione è stata dedicata al tema dell’alimentazione, con la presentazione del libro “Fabbricare carne” da parte del genetista Paolo Ajmone Marsan e del ricercatore Riccardo Negrini. Il volume ha offerto uno sguardo complesso sull’allevamento, inteso come sistema che coinvolge produzione alimentare, tutela degli ecosistemi e sostenibilità delle comunità.

Accanto a questo, il confronto tra Francesco Adami e Roberta Villa ha affrontato il tema della prevenzione sanitaria, mettendo in luce i rischi di un approccio consumistico alla medicina. Un tema particolarmente attuale, che ha evidenziato come la diffusione di informazioni parziali o fuorvianti possa incidere sulle scelte individuali e collettive.

Anche la medicina di genere ha trovato spazio, con il dialogo tra Daniela Minerva e la neuroscienziata Raffaella Rumiati. Un confronto che ha intrecciato biologia, cultura e stereotipi, mostrando come la conoscenza scientifica possa contribuire a superare visioni riduttive e a costruire una comprensione più articolata della realtà.

Che ruolo hanno avuto teatro e arti performative?

Uno degli elementi distintivi di Scienza e Virgola è la capacità di integrare linguaggi diversi, trasformando il festival in un’esperienza che va oltre la semplice divulgazione. Il teatro ha avuto un ruolo centrale in questo senso, offrendo uno spazio in cui la scienza si è intrecciata con la memoria e l’emozione.

Lo spettacolo “Reportage Chernobyl”, interpretato da Roberta Biagiarelli, ha rappresentato uno dei momenti più intensi della manifestazione. A partire dalle testimonianze raccolte dalla Premio Nobel Svjatlana Aleksievič, lo spettacolo ha restituito la dimensione umana di una delle più grandi tragedie tecnologiche del Novecento.

La scelta di inserire questo racconto nel programma non è stata casuale. A quarant’anni dal disastro, Chernobyl continua a rappresentare un punto di riferimento per riflettere sul rapporto tra scienza, tecnologia e responsabilità. Il teatro, in questo caso, ha funzionato come uno strumento per rendere visibile ciò che spesso resta nascosto nei dati e nelle analisi.

A chiudere la giornata inaugurale, il concerto dei Nova Materia ha portato sul palco un linguaggio completamente diverso, mescolando post-punk ed elettronica in una performance che ha trasformato materiali come acciaio e pietra in suono. Anche in questo caso, la scienza è diventata esperienza sensoriale, capace di coinvolgere il pubblico in modo diretto.

Perché Trieste è il luogo ideale per un festival come questo?

Non è un caso che Scienza e Virgola si svolga a Trieste. La città, da sempre crocevia di culture e centro di eccellenza scientifica, offre un contesto particolarmente fertile per un’iniziativa di questo tipo. Qui hanno sede istituzioni di rilievo internazionale, come l’ICTP Centro Internazionale di Fisica Teorica Abdus Salam, e una rete di ricerca che rende il territorio un punto di riferimento nel panorama europeo.

Ma Trieste è anche una città di confine, in cui la dimensione scientifica si intreccia con quella culturale. Questa doppia identità ha contribuito a costruire nel tempo un ambiente aperto al dialogo e alla sperimentazione, ideale per un festival che fa della contaminazione tra saperi il suo tratto distintivo.

Durante i quattro giorni della manifestazione, la città si è trasformata in uno spazio diffuso, con eventi ospitati in teatri, librerie e luoghi simbolici. Un modo per portare la scienza fuori dai contesti accademici e renderla parte integrante della vita urbana.

Che cosa lascia la decima edizione di Scienza e Virgola?

A dieci anni dalla sua nascita, Scienza e Virgola ha mostrato una maturità evidente, confermando la propria capacità di leggere il presente e di offrire strumenti per interpretarlo.

Il festival non si è limitato a raccontare la scienza, ma ha cercato di costruire un dialogo continuo tra conoscenza e società, tra dati e narrazioni, tra ricerca e vita quotidiana.

L’edizione 2026 ha lasciato in eredità una riflessione profonda sul significato dell’umano, invitando a considerare la scienza non come un ambito separato ma come una componente essenziale dell’esperienza collettiva.

In un tempo in cui le sfide globali richiedono competenze sempre più integrate, questa capacità di mettere in relazione saperi diversi appare come una delle risorse più preziose.

E forse è proprio qui che si trova il senso più profondo del festival. Non tanto nella quantità degli eventi o nel numero degli ospiti, ma nella possibilità di costruire uno spazio in cui la conoscenza diventa relazione, confronto e, in definitiva, responsabilità condivisa.

Numero verde ONA

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