mercoledì, Aprile 29, 2026

“70 km d’oro”, tra dieci borghi archeologici della Calabria

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A REGGIO CALABRIA ARRIVA LA MOSTRA “I 70 KM D’ORO: DALLA BOVESIA ALLA LOCRIDE”, UN PROGETTO CHE UNISCE DIECI BORGHI E DECINE DI SITI ARCHEOLOGICI IN UN UNICO ITINERARIO CULTURALE. L’ESPOSIZIONE, OSPITATA IN PREFETTURA, RACCONTA LA STRATIFICAZIONE DI CIVILTÀ DEL TERRITORIO E L’EREDITÀ DI PAOLO ORSI, TRA I PIÙ IMPORTANTI ARCHEOLOGI ITALIANI

Il progetto dei “70 km d’oro” e i borghi archeologici della Calabria

Il progetto “I 70 km d’oro: dalla Bovesia alla Locride” nasce come un itinerario culturale e archeologico pensato per ricucire un territorio frammentato in una narrazione unitaria.

L’iniziativa prende forma tra i borghi della Calabria ionica, lungo un percorso di circa settanta chilometri che collega paesi, siti archeologici e testimonianze di epoche diverse. L’obiettivo è di superare la promozione isolata dei singoli comuni e costruire un racconto condiviso capace di valorizzare l’intera area.

A ospitare la prima esposizione ufficiale del progetto è la Prefettura di Reggio Calabria, luogo simbolico non solo per il suo ruolo istituzionale ma anche perché sorge su un’area interessata dagli scavi archeologici.

 70 km d’oro” dalla Bovesia alla Locride e l’Eredità di Paolo Orsi

La Prefettura di Reggio Calabria e i borghi archeologici

La Prefettura diventa qui uno spazio di raccordo tra memoria storica e visione contemporanea. Questo edificio, infatti, insiste su un’area che fu oggetto di studi e scavi da parte di Paolo Orsi, figura centrale per la comprensione del patrimonio archeologico calabrese.

Portare la mostra in questo luogo significa dunque riportare simbolicamente il racconto nel punto in cui molte di queste scoperte hanno avuto origine.

Quali territori e borghi archeologici coinvolge l’itinerario?

Il progetto unisce dieci borghi distribuiti tra la Bovesia e la Locride, creando un percorso continuo che attraversa secoli di storia.

Si parte dai mosaici dell’antica Kaulonia a Monasterace, con il celebre Parco Archeologico, e si prosegue verso Stilo, dove si trova la Cattolica, uno dei simboli più riconoscibili dell’architettura bizantina.

Il viaggio continua a Gerace, con il suo centro storico ricco di testimonianze medievali e, a Casignana, dove si conserva una delle più importanti ville romane della regione.

Tra le tappe fondamentali c’è anche Locri, con il Parco Archeologico di Locri Epizefiri e Bova Marina, che ospita una delle sinagoghe più rilevanti del Mediterraneo.

Il percorso include inoltre Brancaleone con il suo insediamento rupestre, Gioiosa Ionica e Marina di Gioiosa Ionica, fino a Portigliola, con il teatro greco-romano e il sito tardo-antico.

Questi luoghi, considerati singolarmente, raccontano storie importanti; insieme costruiscono un racconto ancora più significativo.

Perché si parla di “unicum” culturale?

In un tratto relativamente breve di territorio si concentrano testimonianze che attraversano epoche diverse, dalla Magna Grecia al periodo romano, fino al Medioevo e oltre.

Questa stratificazione non è solo una somma di elementi. È una rete di relazioni che racconta come diverse civiltà abbiano abitato, trasformato e reinterpretato lo stesso spazio.

Secondo Francesca Crea, coordinatrice del progetto, il valore dell’iniziativa sta proprio nella capacità di passare da una visione frammentata a una lettura integrata del territorio.

È questo cambio di prospettiva che può trasformare l’area in un vero attrattore turistico e culturale.

Qual è il ruolo di Paolo Orsi in questo progetto?

Se esiste un filo conduttore che tiene insieme i “70 km d’oro”, questo è rappresentato dalla figura di Paolo Orsi. Le sue ricerche hanno segnato profondamente la conoscenza archeologica della Calabria. A lui si devono, tra le altre cose, la scoperta dell’antica Kaulonia, gli scavi al Tempio Marasà di Locri e il recupero della Cattolica di Stilo.

La mostra fotografica non si limita a ricordare le sue scoperte. Ricostruisce il suo metodo, il suo approccio scientifico e la sua visione culturale. Attraverso documenti e immagini provenienti da archivi diversi, emerge un’eredità che va oltre i singoli siti. È un’eredità fatta di rigore, responsabilità e capacità di leggere il territorio come sistema.

Come nasce la mostra fotografica sui borghi archeologici?

L’esposizione rappresenta il punto di arrivo di un percorso iniziato nel 2025 con un ciclo di conferenze dedicate agli Archeocomuni di qualità. Dieci incontri mensili hanno accompagnato il pubblico lungo l’intero itinerario, trasformando la conoscenza dei siti in un racconto progressivo e coerente.

La mostra traduce questo percorso in immagini. Il lavoro è stato curato da un comitato scientifico composto da archeologi, studiosi e rappresentanti delle istituzioni culturali, con il coinvolgimento di enti come l’Archivio di Stato, la Soprintendenza e il Parco Archeologico dell’Antica Kaulonia.

Qual è l’obiettivo del progetto sul lungo periodo?

L’iniziativa non si esaurisce con la mostra. Il vero obiettivo è costruire un modello replicabile di valorizzazione territoriale. Mettere in rete i borghi significa creare nuove opportunità turistiche, ma anche rafforzare l’identità culturale delle comunità locali.

In un contesto in cui molte aree interne rischiano lo spopolamento, progetti di questo tipo possono diventare strumenti concreti di sviluppo sostenibile.

La Calabria, spesso percepita attraverso narrazioni parziali, qui si presenta in una forma diversa. Non come insieme di luoghi isolati, ma come sistema complesso, ricco di connessioni e significati. È in questa capacità di costruire relazioni, tra luoghi, storie e persone, che il progetto trova la sua dimensione più attuale.

Il patrimonio archeologico, Paolo Orsi e la tutela dell’ambiente

I siti che attraversano la Bovesia e la Locride raccontano una storia fatta di adattamenti, uso delle risorse e gestione del territorio. Dalle città greche affacciate sul mare ai centri medievali arroccati sulle colline, ogni insediamento riflette un equilibrio preciso tra uomo e paesaggio.

La stessa opera di Paolo Orsi permette oggi di comprendere come questi equilibri si siano costruiti e trasformati nel tempo, mostrando che il patrimonio archeologico non è separato dall’ambiente ma ne è parte integrante.

Leggere questi luoghi in modo unitario significa allora anche riconoscere la fragilità dei territori che li ospitano, spesso esposti a dissesto, abbandono o pressione turistica non controllata. In questo senso, valorizzare i borghi non vuol dire solo attrarre visitatori, ma costruire una relazione più consapevole con il paesaggio, capace di tenere insieme tutela, memoria e sostenibilità.

Numero verde ONA

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