venerdì, Aprile 3, 2026

Emergenza dissesto idrogeologico: è in quasi tutta Italia

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IL DISSESTO IDROGEOLOGICO NON È PIÙ UN’EMERGENZA ECCEZIONALE MA UNA CONDIZIONE STRUTTURALE DEL TERRITORIO ITALIANO. I DATI ISPRA MOSTRANO CHE QUASI TUTTI I COMUNI DEL PAESE SONO ESPOSTI A RISCHI COME FRANE, ALLUVIONI, EROSIONE COSTIERA O VALANGHE. PER QUESTO LA PREVENZIONE NON PUÒ LIMITARSI A INTERVENIRE DOPO I CROLLI: SERVONO OSSERVAZIONE CONTINUA, LETTURA DEI SEGNALI DEBOLI E UNA CULTURA DEL MONITORAGGIO CAPACE DI ANTICIPARE LE CRISI

Emergenza dissesto idrogeologico in Italia: perché?

C’è un dato che, più di molti altri, restituisce la fragilità del nostro territorio: il 94,5% dei comuni italiani risulta oggi esposto a rischio frana, alluvione, erosione costiera o valanghe.

È una percentuale che cambia il modo stesso di leggere il problema: non si tratta più di immaginare poche aree isolate, magari montane o marginali, soggette a fenomeni estremi. La vulnerabilità è diffusa, capillare, trasversale. Riguarda grandi città e piccoli centri, infrastrutture strategiche e aree agricole, coste urbanizzate e versanti interni.

I numeri del quarto Rapporto ISPRA sul dissesto idrogeologico in Italia confermano questa tendenza con una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni consolatorie.

La superficie nazionale classificata a pericolosità da frana è aumentata del 15% rispetto al 2021, passando da 55.400 a 69.500 chilometri quadrati, fino a coprire il 23% del territorio italiano.

Nello stesso tempo, le aree considerate a maggiore pericolosità sono salite dall’8,7% al 9,5% del territorio nazionale. Dietro queste percentuali ci sono territori che si muovono, infrastrutture che si deformano, edifici che si trovano sempre più esposti e comunità che vivono in condizioni di crescente incertezza.

Quasi 6milioni di persone abitano in aree a rischio frane. Di queste, 1,28 milioni risiedono in zone a pericolosità elevata o molto elevata. È un quadro che sposta definitivamente il dissesto idrogeologico dalla categoria delle emergenze episodiche a quella dei problemi sistemici, che chiedono una politica pubblica costante e una visione di lungo periodo.

Emergenza dissesto idrogeologico e la frana di Niscemi

La frana di Niscemi in Sicilia e quella di Silvi Paese, in provincia di Teramo, hanno riportato all’attenzione pubblica un punto decisivo, che troppo spesso emerge solo quando il fenomeno diventa visibile, dannoso, drammatico.

Le frane, nella maggior parte dei casi, non nascono all’improvviso nello stesso momento in cui vengono notate dai cittadini o raccontate dai media.

Al contrario, maturano lentamente, attraverso piccoli movimenti progressivi, deformazioni minime, trasformazioni del suolo che possono durare settimane, mesi o persino anni.

Quando un evento viene percepito come improvviso, spesso è soltanto perché mancava un sistema capace di osservare e interpretare i segnali precedenti.

Niscemi, in questo senso, è un caso che aiuta a capire quanto il problema non sia soltanto reagire bene all’emergenza ma dotarsi di strumenti per riconoscere l’evoluzione dei fenomeni prima che si trasformino in pericolo concreto.

La questione, inoltre, non dovrebbe essere ridotta alla sola ricerca di responsabilità individuali, che pure in alcuni casi può essere necessaria.

Prima ancora viene la domanda strutturale: come può un territorio fragile essere seguito nel tempo con continuità? Come si possono distinguere i segnali realmente preoccupanti dalle oscillazioni naturali?

E, soprattutto, come si trasformano queste informazioni in decisioni utili per proteggere abitazioni, strade, ferrovie, reti di servizio e vite umane?

Niscemi
La frana di Niscemi

Perché non basta intervenire solo dopo il danno?

Per molti anni, in Italia, il dissesto idrogeologico è stato affrontato soprattutto con una logica reattiva. Si interviene quando la frana si manifesta, quando il fiume esonda, quando il versante cede, quando l’infrastruttura mostra lesioni evidenti.

È un approccio che ha una sua inevitabilità operativa, perché l’emergenza esige risposte immediate ma che diventa insufficiente se preso come modello ordinario di gestione del territorio.

Il dissesto, infatti, non è una parentesi che si apre e si chiude con il singolo evento. È un processo. E i processi, per essere compresi, richiedono osservazione continuativa, serie storiche, capacità di lettura e sistemi di monitoraggio.

Senza questi strumenti, ogni intervento rischia di restare parziale, perché arriva dopo che il fenomeno ha già superato una soglia critica.

La prevenzione non può essere ridotta a una parola rituale usata nei giorni successivi ai disastri. Deve tradursi in una pratica amministrativa, tecnica e culturale.

Significa programmare, manutenere, aggiornare la cartografia del rischio, incrociare dati, formare competenze e investire in tecnologie che permettano di seguire il territorio in modo costante.

In fondo, la vera differenza tra prevenzione ed emergenza sta qui: la prima lavora nel tempo lungo, la seconda nel tempo corto. E l’Italia, per la sua conformazione geomorfologica e per la sua alta densità insediativa, non può più permettersi di affidarsi solo al secondo.

Che ruolo ha il monitoraggio continuo nella tutela del territorio?

Il monitoraggio continuo è diventato uno degli strumenti più importanti nella gestione moderna del rischio idrogeologico. La sua utilità non sta solo nella capacità di “vedere” ciò che l’occhio umano non coglie ma, soprattutto, nel fatto che permette di osservare l’evoluzione di un fenomeno nel tempo.

Questo elemento temporale è fondamentale. Una singola misurazione può segnalare una situazione, una sequenza di misurazioni può raccontare una traiettoria.

Nei territori instabili, infatti, il problema raramente consiste nella sola presenza di un movimento. Quello che conta è capire se quel movimento è fermo, lento, accelerato, intermittente, localizzato o in estensione.

Cambia molto, in termini di decisioni pubbliche, sapere se un versante si muove di pochi millimetri l’anno in modo stabile oppure se registra accelerazioni anomale dopo una stagione di piogge intense.

Negli ultimi anni, strumenti di osservazione continuativa sono stati applicati in diversi contesti italiani noti per la loro fragilità, come Ancona, Petacciato, Maratea, la Via dell’Amore a Riomaggiore e alcune aree della Valtellina.

In questi scenari, il monitoraggio ha consentito di seguire l’evoluzione dei movimenti del suolo nel tempo, offrendo elementi tecnici utili per programmare interventi, valutare priorità e gestire la sicurezza delle infrastrutture esposte.

Come funziona oggi l’osservazione dei movimenti del suolo?

L’evoluzione delle tecnologie ha cambiato profondamente anche il modo in cui si studia il territorio. Oggi l’osservazione non si affida più solo ai sopralluoghi tradizionali, che restano importanti, ma integra strumenti satellitari, misure a terra, sistemi aerei e monitoraggi da drone. È proprio questa integrazione a rendere il controllo più efficace.

I dati satellitari, in particolare, permettono di misurare con precisione millimetrica gli spostamenti del suolo su porzioni molto estese di territorio.

Tecniche avanzate come l’interferometria radar consentono di confrontare immagini successive e individuare variazioni progressive che potrebbero passare inosservate in un’ispezione occasionale.

Il valore di questo approccio sta nella combinazione tra grande scala e dettaglio. Da una parte si possono seguire aree vaste; dall’altra si possono isolare punti sensibili, come versanti instabili, edifici, ponti, tracciati ferroviari o strade di collegamento.

Tuttavia, il dato tecnico da solo non basta: un movimento millimetrico non ha lo stesso significato in ogni contesto. Dipende dalla geologia del sito, dall’uso del suolo, dalla presenza di infrastrutture, dalla continuità del fenomeno e dalla sua evoluzione nel tempo.

Per questo il monitoraggio efficace non coincide con la semplice raccolta di dati, ma con la loro interpretazione dentro un quadro territoriale più ampio.

In che modo NHAZCA si inserisce in questa trasformazione?

È in questo contesto che si colloca l’attività di NHAZCA, società specializzata nel monitoraggio del territorio e delle infrastrutture attraverso tecnologie di osservazione satellitare e analisi dei dati.

Nata nel 2009 come spin-off accademico del Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza Università di Roma, l’azienda è stata fondata da Paolo Mazzanti, Francesca Bozzano e Gabriele Scarascia Mugnozza, tutti docenti legati al mondo della ricerca geologica e geomorfologica.

Il passaggio interessante, in questo caso, è il legame diretto tra ricerca applicata e operatività sul territorio. NHAZCA non nasce come semplice fornitore tecnologico ma come struttura che prova a tradurre competenze scientifiche in strumenti concreti per amministrazioni pubbliche, gestori di infrastrutture e operatori privati.

Nel tempo, l’azienda ha esteso le proprie attività anche in ambito internazionale, lavorando in contesti geografici e ambientali diversi, ma mantenendo al centro il tema della lettura evolutiva del rischio.

Il suo approccio si basa su un modello di data intelligence che integra monitoraggio e informazioni geospaziali per fornire un quadro continuo delle condizioni del territorio. In altre parole, non si limita a produrre misure, ma cerca di trasformarle in supporto decisionale.

Emergenza dissesto idrogeologico: perché il dato non basta senza interpretazione?

Una delle osservazioni più rilevanti contenute nella relazione riguarda proprio il significato del dato. Come spiega Alessandro Brunetti, direttore generale di NHAZCA, il dato satellitare offre una misura oggettiva degli spostamenti del terreno o delle strutture, ma da solo non descrive automaticamente il livello di rischio.

Per farlo, occorre leggerlo alla luce delle caratteristiche geologiche del sito, della presenza di infrastrutture o abitazioni e della storia evolutiva del fenomeno osservato.

Questa distinzione è cruciale, soprattutto in un’epoca in cui la disponibilità di dati cresce rapidamente e può indurre l’illusione che più informazione equivalga automaticamente a più conoscenza.

In realtà, tra le due cose esiste un passaggio intermedio decisivo: l’interpretazione. Un numero, da solo, non decide. Un dato grezzo non pianifica. Un sistema di allerta non funziona se non è inserito in un processo di lettura che colleghi la misura al contesto.

Il lavoro del monitoraggio, dunque, consiste proprio in questa trasformazione: convertire un’informazione numerica in una base utile per chi deve prendere decisioni.

È un passaggio che unisce geologia, ingegneria, analisi dei dati e capacità di lettura territoriale. E mostra bene quanto la prevenzione non sia soltanto una questione di tecnologia ma anche di metodo e di competenze.

Che cosa cambia per infrastrutture e comunità locali?

Quando si parla di dissesto idrogeologico, l’attenzione tende spesso a concentrarsi sulle aree abitate e sul danno immediatamente visibile. Ma il tema riguarda in modo altrettanto diretto le infrastrutture strategiche.

Strade, ferrovie, ponti, reti idriche, versanti che costeggiano linee di collegamento, impianti energetici e aree di interesse culturale possono essere compromessi da movimenti lenti e progressivi del terreno, ben prima che il danno diventi evidente.

In contesti ad alta pressione antropica o con fragilità geomorfologiche accentuate, il monitoraggio continuativo diventa quindi uno strumento di supporto anche per la continuità operativa.

Non serve solo a evitare il crollo ma a garantire gestione, manutenzione e pianificazione. In questo senso, la tutela del territorio coincide spesso con la tutela della vita quotidiana delle comunità: spostarsi, lavorare, mantenere attivi i servizi essenziali, proteggere il patrimonio storico e culturale.

La collaborazione tra NHAZCA e realtà innovative come IntelligEarth, startup accademica attiva nel monitoraggio preventivo di beni culturali e infrastrutture, va letta proprio in questa direzione.

Il rischio geologico non è un tema separato dal resto. Incrocia conservazione, sicurezza, mobilità, economia locale e qualità della vita.

Perché serve una vera cultura della prevenzione?

Il punto più profondo, però, è culturale. In Italia si parla spesso di prevenzione ma più raramente si costruisce una cultura della prevenzione. La differenza non è solo linguistica.

Una cultura della prevenzione implica continuità amministrativa, investimenti non legati alla sola emergenza, capacità di lavorare nel tempo lungo e disponibilità a finanziare ciò che non produce effetti spettacolari nell’immediato ma evita costi molto più alti in futuro.

Il monitoraggio continuo, in questa prospettiva, è un paradigma. Insegna che la sicurezza del territorio non si difende solo con grandi opere o con ordinanze straordinarie ma con un’attenzione costante ai segnali deboli, ai processi in corso, ai cambiamenti quasi invisibili che precedono le rotture.

È una forma di intelligenza pubblica che richiede competenze, reti istituzionali, capacità di lettura integrata e programmazione stabile.

In un Paese fragile come l’Italia, rafforzare questo approccio significa investire non solo in tecnologia ma anche in una nuova idea di responsabilità territoriale.

Vuol dire accettare che il dissesto non è un incidente esterno alla nostra organizzazione dello spazio ma una dimensione strutturale con cui dobbiamo imparare a convivere in modo più consapevole e più attrezzato.

Numero verde ONA

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