CON L’AVVIO DELL’ANNO SCOLASTICO 2026-2027 RIPARTONO IN DIVERSE REGIONI ITALIANE I PROGRAMMI DI EDUCAZIONE AMBIENTALE NELLE SCUOLE PROMOSSI DALLE AGENZIE DEL SISTEMA NAZIONALE PER LA PROTEZIONE DELL’AMBIENTE. LABORATORI, USCITE SUL CAMPO, ESPERIMENTI, PERCORSI SULLA BIODIVERSITÀ, SULL’ARIA, SUL CLIMA E SULL’ECONOMIA CIRCOLARE PORTANO NELLE AULE NON SOLTANTO I TEMI DELLA SOSTENIBILITÀ MA ANCHE IL METODO CON CUI L’AMBIENTE VIENE OSSERVATO E MONITORATO. IN TRENTINO IL CATALOGO ARRIVA A 447 PROPOSTE, MENTRE DAL PIEMONTE AL FRIULI-VENEZIA GIULIA CRESCONO I PROGETTI COSTRUITI SULL’ESPERIENZA DIRETTA E SUL RAPPORTO CON IL TERRITORIO
Educazione ambientale a scuola: le proposte delle Agenzie ambientali
Capire che cosa contiene l’aria non significa necessariamente imparare una definizione sul libro. Si può partire da un esperimento sulla pressione, osservare come si muovono le correnti e arrivare infine agli inquinanti atmosferici, cercando di comprendere da dove provengano e quali conseguenze abbiano.
Allo stesso modo, parlare di rumore può significare misurarlo, ascoltare il paesaggio sonoro che circonda la scuola e scoprire perché l’esposizione acustica riguarda contemporaneamente ambiente, salute e qualità della vita.
Sono due delle esperienze che entreranno quest’anno nelle scuole primarie dell’Alto Adige con i nuovi progetti Laboratorio dell’aria e Paesaggi sonori di Appa Bolzano.
Ma lo stesso approccio attraversa, con formule differenti, gran parte dell’offerta educativa presentata dalle Agenzie ambientali per l’anno scolastico 2026-2027.
Dal Piemonte al Trentino, dal Veneto al Friuli Venezia Giulia, dall’Emilia-Romagna alla Valle d’Aosta, l’educazione alla sostenibilità si allontana progressivamente dalla semplice trasmissione di comportamenti “corretti”.
Al centro entrano esperimenti, monitoraggi, osservazione degli ecosistemi, uscite sul territorio e progettazione condivisa con gli insegnanti.

Perché le Agenzie ambientali entrano nelle scuole?
Arpa e Appa vengono associate soprattutto al monitoraggio della qualità dell’aria e delle acque, ai controlli ambientali, alle analisi di laboratorio e alla produzione di dati.
Eppure l’educazione ambientale fa parte da tempo delle attività sviluppate dal Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente.
ISPRA dispone oggi di un’Area specifica per l’educazione e la formazione ambientale, incaricata anche di coordinare le iniziative educative all’interno del SNPA.
Il valore specifico di questo sistema sta proprio nella provenienza delle conoscenze. Chi entra in classe non porta soltanto contenuti divulgativi sull’inquinamento atmosferico, sull’acqua o sulla biodiversità. Può trasferire metodi, dati e competenze derivati dall’attività quotidiana di monitoraggio.
In Valle d’Aosta questo rapporto è particolarmente evidente. Gli stessi tecnici impegnati nelle ordinarie attività di controllo, monitoraggio e ricerca conducono anche gli incontri con le scuole, mediamente una sessantina ogni anno.
Il limite è una disponibilità necessariamente condizionata dal lavoro istituzionale dell’Agenzia; il vantaggio, però, è mettere ragazze e ragazzi direttamente in contatto con chi l’ambiente lo misura per professione.
Che cosa cambia quando l’ambiente si impara facendo?
Gli alunni esplorano l’atmosfera attraverso esperimenti sulla pressione e sulle correnti d’aria, per poi affrontare il tema degli inquinanti e delle loro cause.
In paesaggi sonori, rivolto dalla prima alla terza, l’ascolto diventa lo strumento attraverso il quale esplorare i fenomeni acustici. Un “barometro del rumore” aiuta a sviluppare consapevolezza sulla protezione dell’udito e, contemporaneamente, attenzione verso il paesaggio sonoro.
L’approccio è deliberatamente esperienziale. “La vera consapevolezza ambientale non nasce tanto da appelli teorici, quanto piuttosto dalla possibilità per le nuove generazioni di scoprire direttamente i fenomeni naturali e comprenderli attraverso esperimenti pratici”, spiega Manuela Bonfanti, responsabile dell’educazione ambientale di Appa Bolzano.
È un principio che modifica anche il ruolo dello studente.
Il ragazzo non riceve semplicemente l’indicazione di ridurre l’inquinamento. Prima scopre che cosa sia un inquinante, osserva il fenomeno, impara come può essere misurato e ricostruisce il rapporto tra una pressione ambientale e i suoi effetti.
La sostenibilità smette così di essere una raccolta di prescrizioni e diventa un problema da comprendere.
Quanto è ampia oggi l’offerta educativa ambientale?
Il Catalogo di Educazione Ambientale e alla Sostenibilità 2026-2027, coordinato da Appa Trento attraverso la Rete provinciale EAS, raccoglie 447 proposte complessive e coinvolge cinquantotto enti. A disposizione delle scuole ci sono inoltre centosette materiali didattici.
La rete comprende enti provinciali, parchi naturali, Reti di Riserve, musei, ecomusei, fondazioni e gestori dei rifiuti. Il risultato non è quindi il catalogo di un singolo soggetto, ma una mappa dell’offerta educativa disponibile sul territorio.
Le tematiche sono diciotto e vanno dai rifiuti ai consumi sostenibili, passando per RAEE, qualità dell’aria indoor e outdoor, clima, biodiversità, acqua, energia, alimentazione, suolo, salute e cultura del territorio.
Appa propone direttamente ventinove percorsi. Sette sono nuovi e affrontano economia circolare, radon e qualità dell’aria indoor, rumore, inquinamento acustico e suolo.
La varietà dei temi racconta una trasformazione interessante del concetto stesso di educazione ambientale.
Non si parla più soltanto di natura in senso tradizionale. Dentro la sostenibilità entrano la casa in cui viviamo, gli oggetti elettronici che smaltiamo, il cibo, l’energia che consumiamo e perfino l’esposizione al radon negli ambienti chiusi.
Perché ambiente e salute vengono sempre più spesso studiati insieme?
Il collegamento emerge chiaramente già negli obiettivi del nuovo programma di Arpa Piemonte.
Laboratori, visite, attività outdoor e formazione devono aiutare studenti e studentesse non soltanto a conoscere l’ambiente, ma anche a comprendere il rapporto tra ambiente, salute e qualità della vita. Le attività sono gratuite e vengono condotte da educatori e personale tecnico dell’Agenzia.
È un’impostazione coerente con l’evoluzione delle scienze ambientali.
L’inquinamento atmosferico non è soltanto un problema di concentrazioni misurate nell’aria, così come il rumore non è esclusivamente una caratteristica fisica di un territorio. Entrambi hanno conseguenze sulla salute e sul benessere.
Lo stesso vale per qualità dell’acqua, esposizione a sostanze chimiche, clima e caratteristiche degli ambienti indoor.
Inserire questi collegamenti nei percorsi scolastici permette di superare una rappresentazione dell’ambiente come qualcosa di esterno alla vita quotidiana.
Il progetto europeo CleanAir@School, coordinato in Italia da ISPRA insieme alle Agenzie aderenti del SNPA, aveva già applicato questo principio attraverso la citizen science.
Studenti di sessantanove scuole in trenta comuni italiani sono stati coinvolti nel monitoraggio del biossido di azoto, uno dei principali inquinanti atmosferici urbani legati al traffico.
Misurare l’aria intorno alla propria scuola rende immediatamente visibile ciò che altrimenti rimarrebbe un concetto astratto.
Perché l’educazione ambientale sta andando oltre la lezione frontale?
Una delle caratteristiche che ricorrono nei programmi 2026-2027 è la varietà delle metodologie.
In Veneto le proposte comprendono laboratori con esperti, quiz, concorsi, corsi online, produzione di video ed elaborati. Le attività sono aperte a tutti gli ordini scolastici, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado, e sono gratuite.
In Emilia-Romagna, i Centri di Educazione alla Sostenibilità della rete regionale propongono invece percorsi guidati, laboratori scientifici, uscite sul campo ed esperienze costruite insieme agli insegnanti.
Anche i temi vengono calati nelle caratteristiche dei territori: cambiamento climatico, biodiversità e suolo, acqua, energia, economia circolare, impronta ecologica, riciclo e città resilienti.
La diversificazione non risponde soltanto all’esigenza di rendere più piacevole la didattica.
Un laboratorio scientifico allena competenze differenti da una discussione. Un’uscita sul campo costringe a osservare un ambiente reale, nel quale le variabili non sono ordinate come in una pagina di manuale. Un progetto audiovisivo richiede invece di comprendere un problema abbastanza bene da poterlo raccontare.
L’educazione ambientale diventa così anche educazione alla complessità.
Si può insegnare la sostenibilità senza dire ai ragazzi che cosa devono pensare?
È una questione pedagogica importante, soprattutto quando si affrontano temi come clima, consumi e responsabilità individuale.
Dire a un bambino che deve “salvare il pianeta” può generare partecipazione emotiva ma non necessariamente conoscenza. Può persino produrre un senso di responsabilità sproporzionato rispetto alle possibilità reali di azione individuale.
I programmi più interessanti sembrano muoversi in un’altra direzione.
In Friuli Venezia Giulia, per esempio, il filo conduttore scelto per il nuovo anno scolastico ruota attorno a tre domande:
- quanto contano le scelte individuali?
- e la loro condivisione?
- quale relazione abbiamo con la natura e che cosa significhi davvero “prendersi cura”?
Non si parte quindi da una risposta già confezionata.
La scuola può diventare il luogo nel quale si osservano le conseguenze delle scelte, si distinguono le responsabilità individuali da quelle collettive e si comprende perché i problemi ambientali abbiano quasi sempre dimensioni ecologiche, economiche e sociali intrecciate.
La sostenibilità, in questa prospettiva, non è una morale semplificata. È una competenza interpretativa.
Che cosa significa progettare l’educazione ambientale insieme alla scuola?
Anche su questo fronte il Friuli Venezia Giulia introduce una novità interessante.
Arpa FVG mette a disposizione il proprio settore di Educazione ambientale per costruire percorsi ad hoc insieme alle scuole e, nel 2026-2027. L’obiettivo è sviluppare itinerari “verticali”, capaci di collegare fasce d’età e competenze differenti.
Il passaggio è significativo. Un intervento isolato può offrire un’esperienza intensa, ma resta circoscritto. Un percorso verticale permette invece di tornare sullo stesso problema aumentando gradualmente la complessità.
L’acqua, per esempio, può essere esplorata nella primaria attraverso il ciclo naturale e l’osservazione diretta. Negli anni successivi può diventare qualità chimica, gestione della risorsa, siccità, consumo, depurazione o adattamento climatico.
Non cambia soltanto la quantità delle informazioni.
Cambia il tipo di domanda che lo studente è in grado di formulare.
Nel precedente anno scolastico Arpa FVG ha realizzato quasi sessanta percorsi educativi in diverse zone della regione. Per il nuovo anno, accanto alla co-progettazione, sono previste anche le Giornate regionali per l’Educazione ambientale, dal 14 ottobre al 7 novembre, rivolte non soltanto alle scuole ma anche a università, famiglie e pubblico.
Perché il territorio è un’aula particolarmente efficace?
Una parte consistente dell’educazione ambientale proposta dalle Agenzie esce fisicamente dalla scuola.
Osservare un corso d’acqua, un bosco, un suolo o una stazione di monitoraggio permette di collegare il dato scientifico al luogo nel quale viene prodotto.
Il territorio mostra inoltre che i problemi ambientali non si distribuiscono nello stesso modo ovunque.
Una regione alpina può lavorare su ecosistemi, acqua e trasformazioni climatiche differenti da quelli di un’area costiera. Una città porta in primo piano traffico, rumore e qualità dell’aria. Nei territori agricoli acquistano peso suolo, fitofarmaci, risorse idriche e biodiversità.
È uno dei motivi per cui la struttura territoriale del SNPA può offrire un contributo peculiare.
Le Agenzie conoscono le pressioni ambientali delle rispettive regioni perché le misurano. Portare questa conoscenza nelle scuole permette di parlare di sostenibilità senza separarla dai luoghi nei quali gli studenti vivono.
In questo senso, un dato locale può avere una forza educativa maggiore di molti esempi lontani: rende visibile che la crisi climatica, il consumo di suolo o l’inquinamento non appartengono a un generico “ambiente”, ma trasformano territori riconoscibili.
Qual è il valore educativo del monitoraggio?
Misurare significa anche imparare a distinguere un’impressione da un’evidenza.
È forse uno dei contributi meno immediati, ma più importanti, che le Agenzie possono portare nella scuola.
La percezione individuale dell’ambiente è fondamentale: possiamo avvertire caldo, rumore, cattivi odori o osservare un torrente torbido. La scienza ambientale deve però trasformare queste percezioni in grandezze osservabili e confrontabili.
- Quanto rumore?
- Quale sostanza è presente nell’acqua?
- In quale concentrazione?
- Per quanto tempo?
- Rispetto a quale valore di riferimento?
Sono domande che introducono al metodo scientifico senza bisogno di separarlo dalla vita quotidiana.
Il tecnico che “monitora l’ambiente”, come evidenzia l’esperienza di Arpa Valle d’Aosta, permette agli studenti di conoscere non soltanto un tema ambientale, ma anche come si lavora concretamente su quel tema.
È una forma di alfabetizzazione scientifica particolarmente preziosa in un periodo nel quale dati ambientali e climatici entrano continuamente nel dibattito pubblico.
Comprendere come nasce un dato aiuta anche a valutarlo criticamente.
Dall’economia circolare al radon, quali temi entrano nelle classi?
Il confronto tra i cataloghi regionali mostra quanto si sia ampliato il perimetro dell’educazione ambientale.
Biodiversità, acqua e rifiuti rimangono centrali, ma vengono affiancati da economia circolare, RAEE, consumi responsabili, energia, clima, qualità dell’aria indoor, radon, inquinamento acustico, suolo, alimentazione e città resilienti.
In Trentino, proprio rifiuti, apparecchiature elettriche ed elettroniche, consumi responsabili e qualità dell’aria indoor figurano tra i temi centrali del programma Appa 2026-2027.
In Friuli Venezia Giulia compare anche un concorso di grafica e audiovisivo sull’inquinamento elettromagnetico.
Questa estensione riflette un cambiamento nella stessa definizione di ambiente.
La tutela ambientale non riguarda più soltanto ecosistemi e specie selvatiche. Comprende i luoghi nei quali viviamo, l’energia che utilizziamo, la progettazione delle città, il ciclo di vita dei prodotti e le esposizioni che possono influire sulla salute.
Anche la distinzione tra educazione ambientale ed educazione civica diventa così meno netta.
Capire dove finisce uno smartphone quando viene buttato, per esempio, significa parlare contemporaneamente di risorse minerarie, rifiuti, economia, consumi e responsabilità collettive.
Come si passa dalla conoscenza alla cittadinanza ambientale?
L’obiettivo dichiarato da molte delle iniziative non è soltanto trasmettere informazioni, ma sviluppare partecipazione e cittadinanza attiva.
La conoscenza scientifica non determina automaticamente un comportamento. Una persona può conoscere perfettamente gli effetti ambientali di una scelta e continuare a compierla per ragioni economiche, sociali o semplicemente pratiche.
L’educazione alla sostenibilità più matura prova quindi a mettere in relazione il sapere con la capacità di agire, senza ridurre problemi strutturali a una somma di comportamenti individuali.
Una classe che misura la qualità dell’aria intorno alla scuola può chiedersi da dove provengano gli inquinanti. Da lì può osservare il traffico, ragionare sulla mobilità, confrontare alternative e comprendere quali decisioni appartengano ai cittadini e quali alle amministrazioni.
Il dato scientifico diventa così l’inizio della domanda, non la sua conclusione.
È anche il principio che ha portato ISPRA e le Agenzie del SNPA a partecipare negli anni a iniziative nazionali ed europee nelle quali educazione ambientale e citizen science vengono integrate. Il Piano “RiGenerazione Scuola”, per esempio, ha coinvolto ISPRA nella linea dedicata alla “Rigenerazione dei Saperi”, insieme a una rete di soggetti pubblici e privati impegnati nella transizione ecologica della scuola.




