EL NIÑO SI STA RAFFORZANDO NEL PACIFICO EQUATORIALE E, SECONDO LE PREVISIONI RIPORTATE A OTTOBRE 2026, POTREBBE RAGGIUNGERE IL MASSIMO D’INTENSITÀ TRA LA FINE DELL’ANNO E L’INIZIO DEL 2027. IL FENOMENO NATURALE ALTERA LA CIRCOLAZIONE ATMOSFERICA E LA DISTRIBUZIONE DELLE PIOGGE, AUMENTANDO IN DIVERSE REGIONI IL RISCHIO DI SICCITÀ, INCENDI, PRECIPITAZIONI ESTREME E TEMPERATURE ELEVATE. LA SUA EVOLUZIONE, IN UN PIANETA GIÀ RISCALDATO DAL CAMBIAMENTO CLIMATICO, POTREBBE AVERE CONSEGUENZE IMPORTANTI PER ECOSISTEMI, AGRICOLTURA, RISORSE IDRICHE E SALUTE UMANA
Il Pacifico equatoriale torna al centro dell’attenzione dei climatologi per il rapido rafforzamento di El Niño, il fenomeno naturale che periodicamente modifica gli equilibri atmosferici e oceanici del pianeta. L’episodio in corso potrebbe raggiungere un’intensità eccezionale, con un picco previsto a dicembre e conseguenze climatiche destinate a protrarsi nei primi mesi del 2027.
A preoccupare è soprattutto il riscaldamento delle acque superficiali del Pacifico tropicale centrale e orientale, che può modificare la distribuzione delle precipitazioni e influenzare il clima di regioni lontanissime tra loro.
Il fenomeno si sviluppa inoltre in un contesto di riscaldamento globale, nel quale oceani e atmosfera presentano già temperature superiori ai livelli preindustriali.
Le possibili conseguenze comprendono siccità prolungate, precipitazioni intense, incendi boschivi e anomalie termiche, ma non si manifesteranno ovunque nello stesso modo. El Niño non provoca automaticamente un clima più caldo e secco in ogni regione: i suoi effetti dipendono dalla posizione geografica, dalla stagione e dall’interazione con altri sistemi atmosferici.
Le condizioni di siccità e gli incendi segnalati in Indonesia, insieme alle anomalie delle precipitazioni osservate in alcune aree del Sud America, mostrano quanto siano vulnerabili gli ecosistemi e le comunità esposti agli estremi climatici.
Per attribuire un singolo evento a El Niño, tuttavia, servono analisi specifiche che distinguano l’influenza del fenomeno da quella del riscaldamento globale e delle condizioni meteorologiche locali.
Quanto sarà forte El Niño 2026 e quando raggiungerà il picco?
Le previsioni riportate a ottobre descrivono un episodio in rapido rafforzamento, che potrebbe raggiungere la massima intensità durante l’inverno boreale, tra dicembre 2026 e i primi mesi del 2027. Si tratta del periodo nel quale El Niño tende frequentemente a raggiungere il proprio picco, prima di indebolirsi nel corso della primavera successiva.
Nel testo diffuso l’8 ottobre vengono riportate anomalie della temperatura superficiale del Pacifico equatoriale pari a +1,6 °C a giugno e +2,5 °C ad agosto, con una previsione di circa +3,7 °C per il trimestre ottobre-dicembre.
Quest’ultimo valore, se confermato da dati ufficiali comparabili, rappresenterebbe un’anomalia straordinariamente elevata rispetto ai grandi episodi osservati negli ultimi decenni.
Occorre però distinguere tra una previsione e una misurazione effettiva. La forza di El Niño viene valutata attraverso indici oceanici e atmosferici, che considerano le anomalie termiche in specifiche regioni del Pacifico e la loro persistenza nel tempo. Per confrontare correttamente episodi diversi è necessario utilizzare lo stesso indice, la stessa regione geografica e metodologie coerenti.
Il dato di +3,7 °C citato nella notizia non può quindi essere considerato un record accertato senza verificarne la provenienza e il metodo di calcolo. Anche l’eventuale classificazione dell’episodio tra i più intensi dal 1950 richiede il confronto con le serie storiche ufficiali.
La possibilità di un evento molto forte rimane comunque rilevante per la pianificazione climatica, perché la probabilità di anomalie meteorologiche aumenta in alcune regioni quando il riscaldamento del Pacifico equatoriale raggiunge intensità elevate.
Che cos’è El Niño e perché influenza il clima di tutto il pianeta?
El Niño è la fase calda di un fenomeno naturale chiamato ENSO, acronimo di El Niño-Southern Oscillation, che descrive le oscillazioni delle temperature oceaniche e della circolazione atmosferica nel Pacifico tropicale.
In condizioni ordinarie, gli alisei soffiano prevalentemente da est verso ovest lungo l’Equatore, favorendo l’accumulo di acque superficiali calde nel Pacifico occidentale, vicino all’Indonesia e all’Australia. Al largo delle coste sudamericane, invece, la risalita di acque profonde e relativamente fredde contribuisce a mantenere temperature superficiali inferiori.
Durante El Niño, gli alisei tendono a indebolirsi e le acque calde possono estendersi verso il Pacifico centrale e orientale. Questo cambiamento modifica la distribuzione del calore oceanico, la formazione delle nubi e la posizione delle aree interessate dalle precipitazioni tropicali.
L’effetto si propaga attraverso l’atmosfera mediante le cosiddette teleconnessioni climatiche, relazioni che collegano anomalie sviluppatesi in una regione a cambiamenti della circolazione atmosferica in altre parti del mondo.
Per questo un riscaldamento localizzato nel Pacifico può influenzare le piogge nel Sud-est asiatico, le condizioni meteorologiche delle Americhe e, in modo meno diretto, la circolazione atmosferica di altre regioni.
ENSO comprende anche La Niña, la fase opposta, caratterizzata da temperature superficiali inferiori alla media nel Pacifico equatoriale centrale e orientale. Tra le due fasi esistono condizioni neutrali, nelle quali il sistema non presenta anomalie sufficienti per essere classificato come El Niño o La Niña.
Queste oscillazioni si ripetono generalmente ogni due-sette anni, ma non seguono un calendario regolare. Durata, intensità e distribuzione degli effetti variano sensibilmente da un episodio all’altro.
Perché El Niño può provocare siccità, alluvioni e incendi?
Le conseguenze meteorologiche di El Niño dipendono soprattutto dalle modificazioni della circolazione atmosferica tropicale e dalla diversa distribuzione delle precipitazioni.
Quando le acque più calde si spostano verso il Pacifico centrale e orientale, cambiano anche le aree nelle quali l’aria umida tende a salire, condensare e produrre pioggia. Alcune regioni possono ricevere precipitazioni superiori alla media, mentre altre sperimentano condizioni più asciutte.
In Indonesia e in parti dell’Australia, per esempio, gli episodi intensi di El Niño sono spesso associati a una diminuzione delle precipitazioni. La riduzione dell’umidità del suolo e della vegetazione può aumentare la probabilità che un incendio si propaghi rapidamente, soprattutto dove esistono attività umane capaci di innescare i roghi.
In alcune regioni della costa pacifica del Sud America, al contrario, il fenomeno può favorire precipitazioni eccezionali e inondazioni, anche se l’intensità degli effetti varia a seconda del territorio e del tipo di episodio.
Le conseguenze si estendono all’agricoltura, alla produzione idroelettrica, alla disponibilità di acqua potabile e alla sicurezza alimentare. Un periodo prolungato di siccità può compromettere i raccolti e ridurre le riserve idriche, mentre precipitazioni concentrate in pochi giorni possono provocare erosione, frane e danni alle infrastrutture.
Non esiste tuttavia una corrispondenza automatica tra El Niño e ogni evento estremo. Il fenomeno modifica le probabilità di determinate condizioni meteorologiche, ma gli effetti concreti dipendono anche da altri fattori climatici, dalla vulnerabilità degli ecosistemi e dalle caratteristiche del territorio.
Che cosa sta succedendo in Indonesia tra siccità e incendi?
Il Sud-est asiatico è una delle regioni nelle quali le anomalie climatiche associate a El Niño possono produrre conseguenze particolarmente gravi. La riduzione delle precipitazioni durante la stagione secca favorisce il prosciugamento della vegetazione e aumenta il rischio di incendi, soprattutto nelle aree già degradate.
In Indonesia sono bruciati oltre 202mila ettari tra gennaio e luglio 2026, mentre vaste aree del Borneo hanno affrontato incendi, carenza d’acqua e difficoltà legate alla riduzione delle portate fluviali.
Particolarmente vulnerabili sono le torbiere tropicali, ambienti nei quali grandi quantità di materia organica si accumulano nel terreno in condizioni di saturazione idrica. Quando rimangono umide, queste aree rappresentano importanti riserve di carbonio e ospitano ecosistemi di elevato valore naturalistico.
Il problema nasce quando vengono drenate per consentire attività agricole, piantagioni o altre trasformazioni del territorio. L’abbassamento della falda espone la torba all’ossigeno, favorendo la decomposizione della materia organica e rendendola molto più vulnerabile al fuoco.
Gli incendi delle torbiere sono particolarmente difficili da controllare perché possono continuare a bruciare sotto la superficie, propagandosi lentamente attraverso gli strati di materiale organico anche quando le fiamme visibili sembrano essersi spente.
Questi roghi liberano nell’atmosfera carbonio accumulato durante periodi lunghissimi e producono grandi quantità di fumo, con conseguenze per la qualità dell’aria e la salute delle popolazioni.
La siccità associata a El Niño può aggravare una situazione già compromessa dalla deforestazione, dal drenaggio dei suoli e dalla gestione inadeguata delle risorse naturali. Per questo la prevenzione degli incendi richiede non soltanto sistemi di allerta meteorologica, ma anche il ripristino delle condizioni idrologiche delle torbiere e una gestione più sostenibile del territorio.
Perché gli incendi del Borneo possono diventare un’emergenza sanitaria internazionale?
Gli incendi delle foreste e delle torbiere indonesiane non rappresentano soltanto un problema ambientale locale. Le particelle e i gas prodotti dalla combustione possono essere trasportati dai venti su distanze considerevoli, raggiungendo territori lontani dai luoghi nei quali si sviluppano i roghi.
Il fenomeno è noto nel Sud-est asiatico come haze transfrontaliero, una forma di inquinamento atmosferico diffuso che può coinvolgere contemporaneamente Indonesia, Malaysia, Singapore e altri Paesi della regione.
Il fumo contiene particolato fine, tra cui PM2,5, capace di penetrare profondamente nell’apparato respiratorio. L’esposizione può aggravare patologie respiratorie e cardiovascolari, con rischi particolari per bambini, anziani e persone già affette da malattie croniche.
La riduzione della visibilità può inoltre interferire con i trasporti, le attività scolastiche e il lavoro all’aperto, mentre la contaminazione atmosferica può interessare intere aree urbane.
Secondo il resoconto fornito, le nubi di fumo degli incendi indonesiani avrebbero raggiunto diversi Paesi vicini, provocando problemi sanitari e misure di chiusura delle scuole in alcune zone della Malaysia. Questi episodi richiedono una verifica puntuale attraverso i dati nazionali sulla qualità dell’aria e le comunicazioni delle autorità competenti.
La dimensione transfrontaliera dimostra comunque quanto la gestione degli ecosistemi e la prevenzione degli incendi siano questioni che richiedono cooperazione internazionale, soprattutto in regioni dove le condizioni climatiche possono favorire contemporaneamente numerosi focolai.
Quali conseguenze può avere El Niño in Sud America?
Il Sud America presenta una delle risposte climatiche più articolate alle oscillazioni del Pacifico equatoriale, perché El Niño può produrre condizioni opposte in regioni relativamente vicine.
Lungo alcune aree della costa pacifica, soprattutto tra Perù ed Ecuador, il riscaldamento anomalo delle acque marine può favorire precipitazioni intense, con conseguenze per città, infrastrutture e sistemi agricoli.
In altre regioni del continente, invece, possono prevalere anomalie secche. Parti dell’Amazzonia e del Brasile settentrionale sono particolarmente vulnerabili durante determinati episodi di El Niño, quando la riduzione delle precipitazioni si combina con temperature elevate e condizioni favorevoli agli incendi.
Nel Brasile meridionale il fenomeno può invece essere associato a precipitazioni superiori alla media, aumentando il rischio di piene e inondazioni.
Il testo pubblicato l’8 ottobre segnala condizioni di siccità nel Centro-Nord del Brasile, con 24 comuni interessati da situazioni estreme, e inondazioni nelle regioni meridionali. Anche in questo caso, la distribuzione geografica degli eventi è coerente con alcuni degli effetti climatici conosciuti di El Niño, ma l’attribuzione degli episodi specifici richiede dati meteorologici e analisi dedicate.
La vulnerabilità dell’Amazzonia merita particolare attenzione. Quando le stagioni secche diventano più lunghe e intense, gli ecosistemi forestali possono subire stress idrico, una maggiore mortalità degli alberi e un aumento della probabilità di incendi.
Il problema è aggravato dalla frammentazione forestale e dalle trasformazioni del territorio, che possono rendere le foreste meno resistenti agli estremi climatici.
Qual è il rapporto tra El Niño e cambiamento climatico?
El Niño è un fenomeno naturale che esiste indipendentemente dalle emissioni umane di gas serra. Il cambiamento climatico, invece, deriva principalmente dall’aumento della concentrazione atmosferica di questi gas, prodotto dalle attività umane.
I due processi operano su scale temporali differenti, ma possono interagire.
El Niño modifica temporaneamente la distribuzione del calore tra oceano e atmosfera e può contribuire ad aumentare la temperatura media globale durante alcuni periodi. Il riscaldamento antropogenico, invece, innalza progressivamente il livello di fondo delle temperature sul quale si sovrappongono queste oscillazioni naturali.
Questo significa che un episodio intenso di El Niño si sviluppa oggi in un sistema climatico più caldo rispetto a quello di alcuni decenni fa.
La maggiore temperatura dell’atmosfera può aumentare la quantità di vapore acqueo disponibile e favorire precipitazioni più intense quando si verificano le condizioni meteorologiche necessarie. Allo stesso tempo, temperature elevate possono accrescere la domanda evaporativa dell’atmosfera, aggravando la perdita di umidità dai suoli durante i periodi secchi.
Non è però corretto concludere che il cambiamento climatico renda automaticamente ogni El Niño più intenso. La relazione tra riscaldamento globale e frequenza, intensità o caratteristiche degli episodi ENSO rimane un importante ambito di ricerca, nel quale esistono ancora incertezze.
Più solida è la conclusione secondo cui il riscaldamento antropogenico può aggravare alcune conseguenze degli estremi climatici, aumentando l’esposizione di popolazioni ed ecosistemi a temperature elevate, stress idrico e precipitazioni intense.
El Niño può influenzare anche il clima in Italia e nel Mediterraneo?
Gli effetti di El Niño sono particolarmente riconoscibili nelle regioni tropicali e in alcune aree del Pacifico e delle Americhe, ma le sue influenze atmosferiche possono estendersi anche a latitudini più elevate.
Nel Mediterraneo, tuttavia, il collegamento è molto meno diretto e stabile.
Il clima italiano dipende da numerosi fattori, tra cui la circolazione atmosferica sull’Atlantico settentrionale, la posizione delle correnti a getto, le temperature del Mediterraneo e l’evoluzione dei sistemi di alta e bassa pressione.
Le oscillazioni ENSO possono contribuire a modificare alcune configurazioni atmosferiche su larga scala, ma non consentono di prevedere automaticamente se un inverno italiano sarà più caldo, freddo, piovoso o secco.
Attribuire direttamente a El Niño un’ondata di calore, una siccità o un’alluvione in Italia sarebbe quindi una semplificazione eccessiva.
Il fenomeno può avere però conseguenze indirette anche per l’economia italiana, attraverso i mercati internazionali delle materie prime agricole, le catene di approvvigionamento e i prezzi di prodotti provenienti da regioni particolarmente esposte alle anomalie climatiche.
Per valutare gli effetti meteorologici sul nostro territorio è necessario utilizzare previsioni stagionali specifiche per l’Europa e il Mediterraneo, considerando anche gli altri fattori che influenzano la circolazione atmosferica.
Quali sono i rischi per agricoltura, acqua e sicurezza alimentare?
Gli effetti di El Niño sull’agricoltura derivano soprattutto dalle anomalie delle precipitazioni e delle temperature, che possono modificare la disponibilità di acqua durante le fasi più delicate della crescita delle colture.
La siccità può ridurre le rese agricole, aumentare il fabbisogno irriguo e compromettere le riserve idriche, mentre piogge eccessive possono danneggiare le coltivazioni, favorire l’erosione del suolo e ostacolare raccolta e trasporto dei prodotti.
Le conseguenze dipendono dal calendario agricolo, dalle specie coltivate e dalla capacità dei territori di adattarsi alle variazioni climatiche.
Le aree nelle quali l’agricoltura dipende prevalentemente dalle precipitazioni sono particolarmente vulnerabili, perché dispongono di minori possibilità di compensare periodi prolungati senza pioggia.
Anche la pesca può risentire delle modificazioni oceaniche. Nel Pacifico orientale, il riscaldamento superficiale associato a El Niño può ridurre la risalita di acque profonde ricche di nutrienti, influenzando la produttività biologica e la distribuzione di alcune specie ittiche.
Le conseguenze possono quindi estendersi ai mercati alimentari internazionali, soprattutto quando anomalie climatiche interessano contemporaneamente importanti regioni produttrici.
Il rafforzamento dei sistemi di previsione stagionale permette di anticipare parte di questi rischi, offrendo alle autorità e agli operatori agricoli informazioni utili per programmare l’utilizzo dell’acqua, scegliere le colture e predisporre misure di protezione.

Come si possono limitare i danni di un El Niño particolarmente intenso?
Non è possibile impedire la formazione di El Niño, perché il fenomeno appartiene alla variabilità naturale del sistema climatico. È però possibile ridurre le conseguenze attraverso monitoraggio, prevenzione e adattamento.
Le previsioni stagionali consentono di individuare con alcuni mesi di anticipo le regioni nelle quali aumenta la probabilità di condizioni particolarmente secche o piovose, pur senza determinare esattamente quando e dove si verificherà un singolo evento estremo.
Queste informazioni possono sostenere la gestione delle risorse idriche, la pianificazione agricola e la preparazione dei sistemi sanitari e di protezione civile.
Nelle aree esposte alla siccità, la conservazione dell’umidità dei suoli, il ripristino delle zone umide e una gestione efficiente dell’acqua possono contribuire a ridurre la vulnerabilità degli ecosistemi.
La protezione delle torbiere tropicali assume un’importanza particolare, perché mantenere elevati i livelli idrici aiuta a limitare il rischio di incendi e a conservare grandi quantità di carbonio organico.
Nelle regioni soggette a precipitazioni intense, invece, diventano fondamentali la manutenzione dei sistemi di drenaggio, la tutela delle aree di espansione naturale dei fiumi e la riduzione dell’esposizione di edifici e infrastrutture alle alluvioni.
Il possibile rafforzamento di El Niño tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027 richiama quindi l’attenzione sulla necessità di utilizzare le conoscenze climatiche per prevenire i danni, anziché intervenire soltanto quando l’emergenza è già iniziata.
La sua evoluzione dovrà essere seguita attraverso gli aggiornamenti delle agenzie meteorologiche internazionali, distinguendo le anomalie effettivamente osservate dalle proiezioni ancora soggette a incertezza. In un mondo sempre più caldo, comprendere le oscillazioni naturali del clima è essenziale per riconoscere i rischi e preparare risposte efficaci.




