ARTICO, ANTARTIDE E TERZO POLO SONO OSSERVATORI PRIVILEGIATI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO MA ANCHE TERRITORI SEMPRE PIÙ IMPORTANTI PER GLI EQUILIBRI GEOPOLITICI E LA SICUREZZA INTERNAZIONALE. DAL 5 AL 7 OTTOBRE 2026, LA PRIMA CONFERENZA NAZIONALE POLARE HA RIUNITO A ROMA OLTRE DUECENTO PARTECIPANTI PER DEFINIRE LE PRIORITÀ DELLA RICERCA ITALIANA. DAI LAVORI NASCERÀ UN WHITE PAPER DESTINATO A ORIENTARE LE FUTURE STRATEGIE NAZIONALI SU CLIMA, BIODIVERSITÀ, INNOVAZIONE E COOPERAZIONE SCIENTIFICA
Conferenza Nazionale Polare 2026
Dai ghiacci dell’Antartide alle isole artiche, fino ai grandi ghiacciai dell’Himalaya, le regioni più fredde del pianeta stanno attraversando trasformazioni che hanno conseguenze ben oltre i loro confini. Il riscaldamento globale modifica l’estensione dei ghiacci, altera la circolazione oceanica, minaccia gli ecosistemi e cambia la disponibilità di acqua dolce per milioni di persone.
Comprendere questi processi richiede osservazioni scientifiche continue, infrastrutture specializzate e una cooperazione internazionale capace di superare le divisioni geopolitiche.
È da questa esigenza che nasce “Poli di conoscenza: dalle terre estreme alle sfide globali”, la prima Conferenza Nazionale Polare, organizzata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) in collaborazione con ENEA, INGV e OGS.
L’iniziativa si è svolta dal 5 al 7 ottobre 2026 presso la sede centrale del CNR a Roma, riunendo per la prima volta la comunità scientifica italiana impegnata nello studio delle regioni polari e degli ambienti estremi.
Tre giornate di confronto che hanno coinvolto oltre duecento partecipanti, con l’obiettivo di individuare priorità condivise e rafforzare il ruolo della ricerca italiana nelle strategie ambientali e scientifiche internazionali.
Il risultato più importante sarà un White Paper, un documento strategico destinato a tradurre conoscenze, necessità e proposte della comunità scientifica in indicazioni utili per le future politiche nazionali.
Perché studiare i Poli è fondamentale per comprendere il cambiamento climatico?
Le regioni polari sono tra i luoghi nei quali gli effetti del riscaldamento globale risultano più evidenti, ma il loro ruolo non si limita a quello di indicatori della crisi climatica.
Ghiacci, oceani e atmosfera interagiscono continuamente, contribuendo alla regolazione del clima terrestre.
Le superfici ricoperte da neve e ghiaccio, per esempio, riflettono una parte importante della radiazione solare. Questa proprietà, chiamata albedo, contribuisce a mantenere basse le temperature.
Quando il ghiaccio si riduce, lascia esposte superfici più scure, come l’acqua marina, che assorbono una quantità maggiore di energia solare. Il riscaldamento aumenta e può favorire un’ulteriore perdita di ghiaccio, alimentando un meccanismo di amplificazione climatica.
Il fenomeno è particolarmente importante nell’Artico, dove il riscaldamento procede più rapidamente rispetto alla media globale.
In Antartide, invece, una delle principali preoccupazioni riguarda la stabilità delle grandi calotte glaciali continentali. La perdita di ghiaccio terrestre contribuisce all’innalzamento del livello del mare, con conseguenze per le comunità costiere di tutto il mondo.
Lo studio dei Poli permette quindi di comprendere meglio i processi che regolano il Sistema Terra e di migliorare le previsioni sull’evoluzione del clima.
Come sottolinea Andrea Lenzi, presidente del CNR, la ricerca italiana in Artico, Antartide e Terzo Polo punta a comprendere fenomeni che hanno implicazioni sull’intero pianeta.
Che cos’è il Terzo Polo e perché è importante quanto Artico e Antartide?
Accanto alle due regioni polari, la Conferenza ha dedicato particolare attenzione al cosiddetto Terzo Polo.
Con questa espressione si indica il grande sistema di montagne e ghiacciai dell’Asia centrale, che comprende Himalaya, Karakorum e Altopiano del Tibet.
Non si tratta di un polo geografico, ma di una delle maggiori concentrazioni di ghiaccio e neve al di fuori dell’Artico e dell’Antartide.
La sua importanza è soprattutto idrologica. I ghiacciai d’alta quota contribuiscono ad alimentare grandi sistemi fluviali asiatici, sostenendo la disponibilità d’acqua per popolazioni, ecosistemi, agricoltura e produzione energetica.
La loro progressiva riduzione può modificare la distribuzione stagionale delle portate, aumentando inizialmente la quantità di acqua di fusione in alcuni bacini e riducendo successivamente la capacità dei ghiacciai di alimentare i corsi d’acqua.
Il cambiamento comporta anche rischi immediati, come l’espansione dei laghi glaciali e la possibilità di improvvise inondazioni dovute al cedimento delle barriere naturali che li contengono.
Secondo il rapporto State of the Climate in Asia 2025 dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO), tutti i ventitré ghiacciai monitorati nell’alta montagna asiatica hanno perso massa nel corso dell’anno.
Il dato conferma una tendenza che minaccia la sicurezza idrica di una delle regioni più popolose del pianeta. Per questo la ricerca sul Terzo Polo non riguarda soltanto la glaciologia ma coinvolge idrologia, gestione delle risorse, prevenzione dei rischi naturali e adattamento climatico.
Qual è il ruolo dell’Italia nella ricerca polare?
L’Italia possiede una lunga esperienza scientifica nelle regioni polari, costruita attraverso programmi di ricerca, spedizioni internazionali e infrastrutture permanenti.
Nell’Artico, il CNR gestisce dal 1997 la stazione scientifica Dirigibile Italia, situata a Ny-Ålesund, nell’arcipelago norvegese delle Svalbard.
La base ospita ricercatori impegnati nello studio dell’atmosfera, degli oceani, della biodiversità e dei processi climatici, contribuendo a programmi di osservazione nazionali e internazionali.
Nell’Antartico, il Programma Nazionale di Ricerche in Antartide rappresenta il principale strumento attraverso il quale l’Italia organizza e sostiene le attività scientifiche.
Le infrastrutture comprendono la stazione Mario Zucchelli, sulla costa del Mare di Ross, e la stazione italo-francese Concordia, situata sull’altopiano antartico.
Quest’ultima permette di effettuare osservazioni e ricerche anche durante l’inverno australe, quando le condizioni ambientali diventano particolarmente estreme.
Il lavoro scientifico richiede una complessa organizzazione logistica, dalla gestione delle basi al trasporto di personale e materiali.
È un aspetto richiamato da Francesca Mariotti, presidente dell’ENEA, che sottolinea il ruolo dell’ente nella gestione delle infrastrutture e nell’organizzazione delle spedizioni antartiche.
La ricerca polare, infatti, non dipende soltanto dalla disponibilità di strumenti scientifici avanzati. Richiede continuità operativa, sicurezza, personale specializzato e una cooperazione internazionale indispensabile per lavorare in ambienti difficilmente accessibili.

Quali sono le principali sfide scientifiche delle regioni polari?
La Conferenza Nazionale Polare ha affrontato il cambiamento climatico attraverso un approccio multidisciplinare, mettendo in relazione processi fisici, biologici, geologici e tecnologici.
Tra i temi centrali figurano le trasformazioni della criosfera, l’evoluzione degli ecosistemi, la circolazione oceanica e atmosferica, la biodiversità e le conseguenze della perdita dei ghiacci.
La criosfera comprende tutte le componenti del sistema terrestre nelle quali l’acqua si trova allo stato solido: ghiacciai, calotte glaciali, neve, ghiaccio marino e permafrost.
Il suo cambiamento influenza numerosi processi. Lo scioglimento del permafrost, per esempio, può modificare la stabilità dei suoli e favorire il rilascio di carbonio precedentemente immagazzinato nella materia organica congelata.
La riduzione del ghiaccio marino altera invece gli habitat di specie adattate a vivere in ambienti estremi e modifica gli scambi di energia tra oceano e atmosfera.
Anche gli oceani polari svolgono un ruolo fondamentale nella regolazione climatica, attraverso la formazione e il movimento di masse d’acqua che partecipano alla circolazione oceanica globale.
Studiare questi processi significa quindi ricostruire le connessioni tra regioni geograficamente lontane, ma appartenenti allo stesso sistema climatico.
La Conferenza ha dedicato inoltre spazio alle nuove tecnologie di osservazione, all’utilizzo dell’intelligenza artificiale e alla condivisione dei dati scientifici, strumenti sempre più importanti per analizzare fenomeni complessi e migliorare la capacità di previsione.
Perché Artico e Antartide sono diventati centrali anche per la geopolitica?
Il cambiamento climatico sta modificando non soltanto gli ecosistemi polari ma anche gli interessi economici e strategici legati a queste regioni.
Nell’Artico, la progressiva riduzione del ghiaccio marino rende più accessibili alcune aree e alimenta l’attenzione verso nuove rotte commerciali, risorse energetiche e minerarie e infrastrutture strategiche.
Questi cambiamenti si inseriscono in un contesto geopolitico complesso, nel quale gli interessi degli Stati artici si intrecciano con quelli di Paesi esterni alla regione.
L’Antartide presenta invece un quadro giuridico differente.
Il Sistema del Trattato Antartico stabilisce principi di cooperazione internazionale, libertà della ricerca scientifica e utilizzo pacifico del continente, mentre il Protocollo sulla protezione ambientale ne disciplina la tutela.
Le differenze tra Artico e Antartide rendono evidente quanto la governance delle regioni polari richieda strumenti specifici.
È su questo terreno che la ricerca scientifica può contribuire al dialogo internazionale, offrendo dati condivisi e conoscenze indipendenti a supporto delle decisioni.
Fabio Florindo, presidente dell’INGV, ha sottolineato proprio l’importanza di rafforzare il confronto tra comunità scientifica e istituzioni per costruire una visione condivisa del futuro della ricerca polare italiana.
La cooperazione scientifica assume così un valore che supera la produzione di conoscenza, diventando anche uno strumento di relazione tra Paesi.
Che cosa conterrà il White Paper della ricerca polare italiana?
Il principale risultato atteso dalla Conferenza è la redazione di un documento strategico capace di orientare le future politiche italiane dedicate ad Artico, Antartide e Terzo Polo.
Il White Paper non è ancora un piano operativo approvato ma uno strumento di indirizzo che raccoglierà priorità scientifiche, esigenze infrastrutturali e proposte emerse dal confronto tra ricercatori e istituzioni.
Durante le tre giornate sono stati organizzati tavoli multidisciplinari dedicati alle principali sfide della ricerca polare.
Il lavoro ha riguardato l’osservazione dei cambiamenti climatici, le interazioni tra ghiacci, oceani e atmosfera, la biodiversità, le infrastrutture scientifiche, l’innovazione tecnologica e il rapporto tra ricerca e governance internazionale.
Particolare attenzione è stata riservata anche alla gestione dei dati e alla possibilità di utilizzare intelligenza artificiale e sistemi avanzati di osservazione per migliorare la comprensione dei processi ambientali.
Secondo il CNR, il documento dovrà contribuire a definire una strategia condivisa, rafforzando il coordinamento nazionale e la capacità dell’Italia di partecipare ai grandi programmi scientifici internazionali.
L’obiettivo è trasformare le conoscenze raccolte in strumenti utilizzabili anche dai decisori politici, soprattutto per affrontare le conseguenze del cambiamento climatico e pianificare le strategie di adattamento.
Perché la ricerca polare è importante anche per il futuro dell’Italia?
Le regioni polari possono sembrare lontane dai problemi ambientali del Mediterraneo ma i processi che vi si sviluppano influenzano l’intero pianeta.
La perdita di ghiaccio continentale contribuisce all’innalzamento del livello del mare, mentre le trasformazioni della circolazione atmosferica e oceanica possono modificare gli equilibri climatici su scala globale.
Anche lo studio dei ghiacciai montani offre conoscenze importanti per comprendere fenomeni che interessano direttamente l’Italia.
Le Alpi stanno infatti attraversando una fase di rapido ritiro glaciale, con conseguenze sulla disponibilità stagionale di acqua, sulla stabilità dei versanti e sugli ecosistemi d’alta quota.
Le tecniche utilizzate per studiare Artico, Antartide e Terzo Polo possono contribuire a migliorare il monitoraggio dei ghiacciai alpini, la modellizzazione dei processi climatici e la valutazione dei rischi naturali.
La ricerca polare offre inoltre opportunità di sviluppo tecnologico, dalla sensoristica avanzata ai sistemi di osservazione satellitare, fino alle tecnologie necessarie per operare in condizioni ambientali estreme.
Per Nicola Casagli, presidente dell’OGS, proprio l’integrazione tra oceanografia, geofisica, sismologia e altre discipline rappresenta una condizione essenziale per comprendere le trasformazioni dei Poli e le loro conseguenze globali.
La prima Conferenza Nazionale Polare ha quindi aperto un percorso che punta a rendere più coordinata e incisiva la presenza scientifica italiana.
Il prossimo passaggio sarà la costruzione del White Paper, chiamato a trasformare il confronto tra enti e ricercatori in una visione strategica condivisa.
In un contesto nel quale il cambiamento climatico accelera e gli equilibri geopolitici diventano più complessi, la capacità di osservare e comprendere le regioni polari rappresenta una risorsa sempre più importante.
Non soltanto per conoscere il futuro dei ghiacci, ma per interpretare i cambiamenti che stanno interessando l’intero Sistema Terra.




