giovedì, Ottobre 8, 2026

Zone umide, al Bioparco di Roma: tre giornate per scoprire la biodiversità tra acqua, aria e terra

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ZONE UMIDE AL BIOPARCO DI ROMA: LE ZONE UMIDE SONO TRA GLI ECOSISTEMI PIÙ RICCHI DI BIODIVERSITÀ, MA ANCHE TRA QUELLI CHE STANNO SCOMPARENDO PIÙ RAPIDAMENTE: DAL 1970 IL MONDO NE HA PERSO CIRCA IL 22%. PER RACCONTARNE IL VALORE E LA FRAGILITÀ, IL BIOPARCO DI ROMA DEDICA LE DOMENICHE 11 E 18 OTTOBRE A “TRA ACQUA, ARIA E TERRA”, CON LABORATORI, ESPERIMENTI E ATTIVITÀ PER SCOPRIRE LA VITA CHE POPOLA STAGNI, PALUDI, LAGHI, FIUMI E ALTRI AMBIENTI UMIDI.

Le zone umide al Bioparco di Roma

Una goccia d’acqua osservata al microscopio, il becco di un uccello, le zampe impermeabili di un’anatra o il nido di un fenicottero possono raccontare un ecosistema molto più complesso di quanto appaia a prima vista.

È da questa prospettiva che nasce Tra acqua, aria e terra, l’iniziativa organizzata dal Bioparco di Roma nelle domeniche 11 e 18 ottobre 2026 per avvicinare adulti e bambini alle zone umide e alla biodiversità che dipende da questi ambienti.

Dalle 11 alle 17, all’Oasi del Lago, esperimenti, stereomicroscopi, modelli didattici, giochi e racconti permetteranno di osservare da vicino adattamenti e relazioni ecologiche che normalmente rimangono nascosti. Il calendario dell’evento è confermato dal programma ufficiale del Bioparco.

L’iniziativa aderisce a Wetlands for Life, la campagna di conservazione promossa per il biennio 2026-2027 dall’EAZA, l’Associazione europea degli zoo e degli acquari, per aumentare la consapevolezza sul valore delle zone umide e sostenere la loro conservazione.

La scelta del tema risponde a un’emergenza concreta. Secondo il Global Wetland Outlook 2025 della Convenzione sulle zone umide, dal 1970 sono scomparsi circa 411milioni di ettari di questi ecosistemi, pari al 22% dell’estensione globale. La perdita continua a un ritmo medio dello 0,52% ogni anno e circa un quarto delle zone umide rimaste versa ormai in cattive condizioni ecologiche.

Che cosa sono davvero le zone umide?

Non sono soltanto paludi e acquitrini. La categoria comprende una straordinaria varietà di ecosistemi nei quali la presenza dell’acqua, permanente o temporanea, determina le caratteristiche del suolo e condiziona le comunità vegetali e animali.

Ne fanno parte laghi, fiumi, torbiere, paludi, estuari, delta e falde acquifere, ma anche diversi ambienti costieri. Nella definizione internazionale rientrano inoltre alcuni sistemi creati o profondamente modificati dall’uomo, come risaie, saline, bacini artificiali e stagni destinati all’acquacoltura o alla raccolta dell’acqua.

Questa varietà spiega perché parlare genericamente di “zona umida” significhi riunire ambienti molto differenti.

Un piccolo stagno temporaneo e un grande delta fluviale non funzionano nello stesso modo, ma condividono un elemento fondamentale: l’acqua crea condizioni ecologiche capaci di ospitare organismi altamente specializzati e di mettere in relazione ambiente terrestre e ambiente acquatico.

Proprio questa posizione di confine rende le zone umide particolarmente ricche di interazioni. Acqua, sedimenti, vegetazione, microrganismi e animali costruiscono reti nelle quali materia ed energia passano continuamente da una componente all’altra.

Perché le zone umide sono così importanti per la biodiversità?

Perché offrono contemporaneamente acqua, cibo, riparo e siti riproduttivi a una quantità enorme di organismi.

Una palude apparentemente uniforme contiene in realtà molti microambienti. Cambiano la profondità dell’acqua, la quantità di ossigeno, la temperatura, il tipo di vegetazione e la consistenza del fondo.

Pochi centimetri possono separare condizioni ecologiche molto differenti. Questa eterogeneità permette la convivenza di microrganismi, invertebrati acquatici, pesci, anfibi, rettili, uccelli e mammiferi, ciascuno capace di utilizzare una parte diversa delle risorse disponibili.

Per molte specie migratrici, inoltre, le zone umide costituiscono tappe indispensabili lungo viaggi che attraversano continenti. Un lago, una laguna o una salina possono offrire il luogo nel quale fermarsi, alimentarsi e recuperare energia prima di ripartire.

Quando questi ambienti scompaiono, quindi, il danno può estendersi molto oltre il territorio direttamente trasformato.

La perdita e il degrado delle zone umide minacciano habitat, disponibilità d’acqua e resilienza climatica, mentre alterazione idrologica, inquinamento, infrastrutture, cambiamenti nell’uso del suolo e crisi climatica continuano a esercitare pressioni crescenti.

A che cosa servono le zone umide per l’acqua e il clima?

Il loro valore non riguarda soltanto gli animali che le abitano.

Le zone umide possono trattenere acqua e rilasciarla nel tempo, contribuendo alla regolazione dei flussi idrologici. Possono attenuare le piene, sostenere la disponibilità idrica durante periodi più asciutti e partecipare ai processi naturali che influenzano la qualità dell’acqua.

Vegetazione, sedimenti e comunità microbiche intercettano infatti nutrienti e altre sostanze, trasformandole o trattenendole attraverso processi fisici, chimici e biologici.

Non tutte le zone umide svolgono queste funzioni nello stesso modo e con la stessa efficacia, ma la loro perdita può privare un territorio di una parte importante della propria capacità naturale di regolazione.

C’è poi il clima. Le torbiere costituiscono enormi riserve di carbonio, mentre mangrovie, praterie marine e paludi salmastre costiere possono sequestrarlo e contribuire contemporaneamente alla protezione delle coste. Quando questi ecosistemi vengono degradati, una parte del carbonio accumulato può invece tornare nell’atmosfera.

Il Global Wetland Outlook attribuisce alle zone umide rimaste servizi ecosistemici per un valore che può raggiungere 39mila miliardi di dollari l’anno, includendo acqua, protezione dalle alluvioni, sicurezza alimentare e stoccaggio del carbonio.

Che cosa si scoprirà al Bioparco con “A pelo d’acqua”?

Il primo percorso porta l’attenzione sugli adattamenti. Nella postazione “A pelo d’acqua”, esperimenti, riproduzioni di crani e modelli didattici serviranno a capire come animali molto differenti riescano a vivere tra acqua e terra.

Coccodrilli, ippopotami e rane appartengono a gruppi zoologici lontanissimi, eppure mostrano adattamenti legati a una vita trascorsa almeno in parte nell’acqua.

Occhi e narici collocati in posizioni favorevoli, forme corporee adatte al nuoto e strategie respiratorie permettono di sfruttare contemporaneamente ambiente acquatico e terrestre, con soluzioni molto diverse da specie a specie.

Il piumaggio degli uccelli acquatici possiede una struttura capace di trattenere aria e viene mantenuto attraverso un’intensa attività di cura. Le secrezioni della ghiandola uropigiale contribuiscono alle proprietà del piumaggio ma l’impermeabilità non dipende semplicemente da uno strato di “olio”: struttura delle penne, loro disposizione e manutenzione lavorano insieme.

Anche il nido del fenicottero racconta l’ambiente nel quale questa specie si riproduce. La tipica struttura rialzata di fango permette di deporre l’uovo in habitat fangosi e poco profondi.

Che cosa può vivere dentro una sola goccia d’acqua?

“Tutto in una goccia” trasformerà una delle postazioni dell’Oasi del Lago in un piccolo laboratorio di microbiologia all’aperto.

Attraverso gli stereomicroscopi sarà possibile osservare organismi di acqua dolce normalmente invisibili a occhio nudo e scoprire che lo stagno non comincia con rane, pesci e uccelli.

Alla base del funzionamento di questi ecosistemi esiste infatti un mondo microscopico. Alghe, protozoi, piccoli invertebrati, batteri e altri microrganismi partecipano alle reti alimentari e ai cicli della materia. Alcuni producono sostanza organica attraverso la fotosintesi, altri consumano organismi più piccoli o contribuiscono alla decomposizione.

Quando una foglia cade nell’acqua, per esempio, non scompare semplicemente. Viene progressivamente trasformata da comunità di decompositori e piccoli organismi, mentre i nutrienti tornano disponibili nel sistema e possono essere utilizzati nuovamente.

Osservare una goccia ingrandita permette quindi di cambiare scala e comprendere un principio fondamentale dell’ecologia: ciò che non vediamo può essere indispensabile al funzionamento dell’intero ecosistema.

Perché il becco di un uccello racconta dove e come vive?

La forma non è casuale. “Mettiamoci il becco” utilizza il gioco per mostrare il rapporto tra anatomia, alimentazione e ambiente.

Un becco può essere adatto ad afferrare, filtrare, sondare il fango, frantumare materiali duri o lacerare una preda. Osservarne dimensioni e forma permette quindi di formulare ipotesi sul tipo di cibo utilizzato dall’animale e sul modo in cui lo procura.

Negli ambienti umidi questa diversificazione è particolarmente evidente. Specie che frequentano lo stesso lago o la stessa laguna possono alimentarsi in punti differenti e su risorse diverse, riducendo così la competizione diretta.

Il fenicottero rappresenta uno degli esempi più riconoscibili. La particolare struttura del suo becco è associata a un’alimentazione per filtrazione, attraverso la quale vengono selezionati piccoli organismi presenti nell’acqua e nei sedimenti.

Collegare forma e funzione permette ai visitatori di passare dalla semplice identificazione di una specie alla comprensione della nicchia ecologica che occupa.

Chi sono gli “alieni in palude” e perché possono diventare un problema?

La protagonista dell’ultima attività è Emys, una testuggine palustre europea.

La sua storia viene raccontata attraverso il kamishibai, forma narrativa di origine giapponese basata sull’utilizzo di tavole illustrate.

La favola introduce però un problema ecologico molto concreto: l’arrivo negli ecosistemi di specie aliene. Una specie aliena è un organismo trasportato dall’uomo, volontariamente o accidentalmente, al di fuori del proprio areale naturale. Non tutte le specie introdotte diventano invasive ma alcune riescono a stabilirsi, diffondersi e provocare effetti negativi sugli ecosistemi o sulle specie autoctone.

Le testuggini acquatiche americane acquistate come animali da compagnia costituiscono un esempio particolarmente vicino alla vita quotidiana.

Quando vengono abbandonate in laghetti, stagni o corsi d’acqua, non vengono semplicemente “liberate”. Vengono introdotte in un ecosistema al quale non appartengono e nel quale possono entrare in competizione con le specie native. La storia proposta dal Bioparco collega così biodiversità e responsabilità individuale.

Acquistare un animale significa assumersi un impegno che può durare molti anni. Liberarlo in natura quando diventa difficile da gestire non rappresenta una soluzione rispettosa dell’animale e può trasformarsi in un problema per l’ambiente.

Zone umide – Kamil Switalski su Unsplash

Perché “Wetlands for Life” coinvolge zoo e acquari europei?

Le tre giornate romane fanno parte di un progetto molto più ampio.

Wetlands for Life è la campagna di conservazione EAZA per il 2026-2027 e coinvolge zoo e acquari aderenti all’associazione con attività di sensibilizzazione e sostegno alla tutela degli ambienti umidi.

Il fenicottero è stato scelto come specie ambasciatrice della campagna ma l’attenzione comprende anfibi, pesci, rettili, mammiferi, uccelli acquatici e le numerose altre forme di vita dipendenti da questi ecosistemi.

La campagna arriva in una fase particolarmente delicata. Il Global Wetland Outlook 2025 stima che le zone umide coprano circa il 6% della superficie terrestre ma continuino a diminuire. Se le tendenze attuali non cambieranno, fino a un quinto di quelle rimaste potrebbe scomparire entro il 2050.

Proteggerle significa quindi conservare contemporaneamente biodiversità, acqua e una parte della capacità naturale dei territori di rispondere agli effetti della crisi climatica.

Le giornate “Tra acqua, aria e terra” traducono questa grande questione globale in esperienze semplici da osservare e comprendere.

Un becco racconta il modo in cui una specie si alimenta. Una goccia rivela una comunità invisibile. Una testuggine abbandonata mostra come un gesto individuale possa avere conseguenze sull’ecosistema.

Le attività, iniziate il 4 di ottobre scorso, proseguono l’11 e 18 ottobre, dalle 11 alle 17, all’Oasi del Lago del Bioparco di Roma e sono comprese nel costo del biglietto di ingresso. Il programma aggiornato è disponibile sul sito ufficiale del Bioparco di Roma.

EXCERPT: Il Bioparco di Roma dedica tre domeniche alle zone umide e alla loro biodiversità. Il 4, 11 e 18 ottobre “Tra acqua, aria e terra” propone esperimenti, microscopi, giochi e racconti per scoprire adattamenti degli animali, microrganismi e specie aliene.

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