lunedì, Ottobre 12, 2026

L’Italia riapre al nucleare: ma esiste un nucleare sostenibile?

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L’ITALIA HA RIAPERTO PER LEGGE LA STRADA AL NUCLEARE: IL 23 SETTEMBRE SCORSO IL SENATO HA APPROVATO DEFINITIVAMENTE LA DELEGA SULL’ “ENERGIA NUCLEARE SOSTENIBILE”, DIVENTATA LEGGE N. 169 DEL 29 SETTEMBRE 2026. IL GOVERNO DOVRÀ ORA DEFINIRE IL NUOVO QUADRO NORMATIVO, PUNTANDO ANCHE SU SMALL MODULAR REACTOR E TECNOLOGIE AVANZATE. MA PROPRIO SU TEMPI, COSTI, MATURITÀ DEGLI SMR E GESTIONE DEI RIFIUTI RADIOATTIVI SI CONCENTRANO LE CRITICHE: IL NUOVO NUCLEARE PROMETTE DI CONTRIBUIRE ALLA DECARBONIZZAZIONE MA MOLTE DELLE TECNOLOGIE SU CUI SI FONDA DEVONO ANCORA DIMOSTRARE DI ESSERE VANTAGGIOSI SU SCALA COMMERCIALE, COSTI E PRESTAZIONI

Nucleare sostenibile, l’Italia riapre la strada all’atomo: ma su SMR, costi e scorie restano molti interrogativi

Dopo quasi quarant’anni dal referendum del 1987 e quindici dal secondo voto popolare del 2011, l’Italia riapre formalmente la strada alla produzione di energia nucleare.

Il passaggio decisivo è arrivato il 23 settembre 2026, quando il Senato ha approvato definitivamente il disegno di legge delega in materia di “energia nucleare sostenibile” con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astenuti. Il provvedimento è diventato la legge n. 169 del 29 settembre 2026, pubblicata il giorno successivo in Gazzetta Ufficiale ed entrata in vigore il 15 ottobre.

Non significa che domani inizieranno i lavori per costruire una nuova centrale. La legge disegna invece la cornice entro la quale il Governo dovrà definire il ritorno dell’atomo nella politica energetica nazionale.

Ed è proprio sulla consistenza tecnologica ed economica di questa scelta che si concentra la critica di Attilio Piattelli, presidente del Coordinamento FREE, intervenuto a EcoAgenda – L’informazione ambientale della settimana di TeleAmbiente.

“Le condizioni attuali dal punto di vista della produzione di energia, con la generazione da fonti rinnovabili, secondo noi sono tali da non richiedere anche l’utilizzo del nucleare”, sostiene Piattelli.

La posizione di Coordinamento FREE è nettamente contraria alla strategia del Governo, ma solleva questioni che vanno oltre lo scontro politico: quali reattori potrebbero realmente essere costruiti in Italia? Quanto costerebbero? Quando potrebbero produrre energia? E che cosa significa, tecnicamente, definirli “sostenibili”?

Nucleare sostenibile: cosa prevede la nuova legge sul nucleare

La legge non autorizza la costruzione immediata di una serie di centrali né indica già i siti nei quali realizzarle. Delega il governo a costruire il nuovo quadro normativo.

Il programma nazionale previsto dal provvedimento dovrà disciplinare lo sviluppo della produzione e dell’utilizzo di energia nucleare “sostenibile” e da fusione, collegandolo agli obiettivi di neutralità climatica, sicurezza e indipendenza energetica, resilienza delle forniture e competitività del sistema produttivo.

È quindi un passaggio strutturale. L’Italia, che non produce elettricità nucleare dalle proprie centrali dal 1990, torna a contemplare questa fonte all’interno della propria strategia energetica di lungo periodo.

La scelta era già stata anticipata dal Piano nazionale integrato per l’energia e il clima. Al centro dell’attenzione ci sono gli Small Modular Reactor, ossia gli SMR.

Ed è proprio qui che il confronto diventa più complesso, perché tra ciò che questa tecnologia promette e ciò che oggi è disponibile commercialmente rimane una distanza importante.

Nucleare sostenibile: gli Small Modular Reactor esistono davvero?

Nel 2026 la Cina dispone già di un piccolo reattore modulare terrestre operativo, mentre la Russia utilizza una soluzione galleggiante. La Cina ha inoltre un SMR commerciale da 125 MW in costruzione e la Russia un progetto da 300 MW.

Questo non significa però che esista già un mercato maturo di SMR standardizzati, prodotti in serie e disponibili con costi e tempi industriali ampiamente verificati.

È questa la distinzione decisiva. La stessa International Energy Agency osserva che numerosi progetti di SMR sono in fase di sviluppo e indica intorno al 2030 l’avvio dei primi progetti commerciali della nuova generazione. Canada, Corea del Sud, Regno Unito e Stati Uniti figurano tra i Paesi nei quali potrebbero iniziare nuove costruzioni.

Anche l’Unione Europea guarda in questa direzione. Nel marzo 2026 la Commissione ha presentato una strategia specifica con l’obiettivo di favorire l’entrata in funzione dei primi SMR europei nei primi anni Trenta.

La tecnologia, dunque, non è immaginaria. Ma neppure può essere considerata una soluzione commerciale già consolidata e disponibile a scaffale.

Che differenza c’è tra un SMR e una centrale nucleare tradizionale?

La differenza più evidente riguarda la potenza. Gli SMR vengono generalmente definiti come reattori nucleari avanzati con una capacità fino a circa 300 MW elettrici per unità, molto inferiore rispetto agli oltre 1.000 MW tipici di molti grandi reattori contemporanei.

La vera promessa, tuttavia, è contenuta soprattutto nella parola “modular”.

L’idea consiste nel produrre una quota maggiore dei componenti in fabbrica, attraverso processi standardizzati, per poi trasportarli e assemblarli nel sito. La produzione seriale dovrebbe consentire di ridurre alcune delle criticità che hanno caratterizzato diversi grandi progetti nucleari: cantieri molto lunghi, elevato fabbisogno iniziale di capitale e rischio di aumenti dei costi.

Gli SMR potrebbero inoltre essere installati progressivamente, aggiungendo moduli in funzione della domanda.

Ma proprio il principale vantaggio economico rimane da dimostrare su larga scala.

Una grande centrale beneficia infatti delle economie di scala: costruire un reattore molto potente consente di distribuire alcuni costi fissi su una quantità maggiore di elettricità prodotta. Un piccolo reattore perde parte di questo vantaggio e deve compensarlo attraverso standardizzazione, modularità e produzione seriale.

Finché non esisterà una filiera industriale sufficientemente ampia, stabilire quale effetto prevarrà è difficile.

Da dove arrivano i 17 miliardi di risparmio citati dal Governo?

Il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima confronta uno scenario “con nucleare” e uno “senza nucleare” attraverso il modello energetico TIMES_RSE e ulteriori simulazioni dedicate al sistema elettrico.

Secondo questa modellizzazione, lo scenario conservativo che comprende il nucleare permetterebbe di raggiungere il Net Zero con un costo complessivo inferiore di circa 17miliardi di euro rispetto allo scenario senza nucleare, considerando l’intero orizzonte temporale analizzato.

È importante capire che cosa significa. Non si tratta di 17miliardi già risparmiati né del semplice confronto tra il prezzo di una centrale nucleare e quello di un impianto fotovoltaico.

È il risultato di una modellizzazione dell’intero sistema energetico futuro, costruita su numerose ipotesi relative a domanda elettrica, tecnologie, accumuli, flessibilità, costi e produzione.

Lo stesso PNIEC precisa che i valori avrebbero dovuto essere successivamente consolidati e che lo scenario nucleare serviva a evidenziare un suo “potenziale ruolo” nel raggiungimento del Net Zero al 2050.

“Risulta molto complicato fare delle valutazioni di costo”, sostiene il presidente di Coordinamento FREE, soprattutto quando gli impianti considerati non dispongono ancora di una lunga storia commerciale dalla quale ricavare costi industriali verificati.

Nucleare sostenibile: perché i costi degli SMR sono ancora difficili da prevedere?

Perché gran parte della loro competitività dipende da qualcosa che deve ancora avvenire: la produzione in serie.

Il primo esemplare di una nuova tecnologia incorpora progettazione, certificazioni, sviluppo della filiera e costi che possono ridursi soltanto costruendo molte unità simili.

La scommessa industriale degli SMR consiste esattamente in questo. Se numerosi reattori dello stesso tipo verranno prodotti in fabbrica, l’apprendimento industriale potrebbe ridurre tempi e costi.

Se invece il mercato rimanesse frammentato tra molti progetti differenti e pochi esemplari per ciascuno, una parte importante del vantaggio promesso potrebbe non materializzarsi.

L’IEA considera gli SMR una delle innovazioni capaci di contribuire al rilancio mondiale dell’energia nucleare ma indica esplicitamente costi, finanziamento e capacità di realizzare i progetti nei tempi previsti tra le questioni da risolvere.

Per l’Italia questo elemento pesa particolarmente, perché la scelta viene compiuta prima che siano disponibili esperienze europee pluriennali dalle quali ricavare costi reali di costruzione ed esercizio.

Che cosa significa davvero “nucleare sostenibile”?

È uno dei punti maggiormente contestati da Coordinamento FREE e da Stefano Zago, direttore responsabile di TeleAmbiente.

“Sul sito del Ministero dell’Ambiente c’è una presentazione sul nucleare ‘sostenibile’ che non vuol dire nulla”, afferma Zago.

In realtà il termine non nasce esclusivamente dal dibattito italiano e non è completamente privo di riferimenti normativi.

L’Unione Europea ha incluso determinate attività nucleari nella tassonomia degli investimenti sostenibili, ma soltanto a condizioni specifiche e all’interno di un quadro che ha generato un intenso confronto politico e scientifico.

La Commissione Europea considera il nucleare una fonte a basse emissioni di carbonio e ritiene che, rispettando rigorose condizioni ambientali e di sicurezza, possa contribuire alla transizione energetica verso la neutralità climatica.

Questo non rende il nucleare “rinnovabile”. L’uranio è una risorsa mineraria finita e il ciclo nucleare produce rifiuti radioattivi che richiedono sistemi di gestione e isolamento per periodi molto lunghi.

La questione della sostenibilità dipende quindi dai criteri utilizzati: emissioni climalteranti, consumo di risorse, sicurezza, rifiuti, costi, uso del territorio e capacità di garantire energia programmabile non conducono necessariamente alla stessa valutazione.

È precisamente per questo che l’aggettivo “sostenibile” non chiude il dibattito. Lo apre.

Nucleare sostenibile: il nuovo nucleare risolve il problema delle scorie?

No. E su questo la critica di Piattelli individua un problema reale, anche se occorre distinguere tra tecnologie differenti.

Gli SMR basati sulla fissione continuano a produrre rifiuti radioattivi.

Alcuni progetti di reattori avanzati mirano a utilizzare il combustibile in modo più efficiente, ridurre determinate categorie di rifiuti o integrare cicli del combustibile differenti. La stessa ricerca europea punta allo sviluppo di tecnologie capaci di migliorare l’utilizzo dell’uranio e diminuire la produzione di rifiuti a lunga vita.

Ma questo obiettivo di ricerca non equivale alla scomparsa del problema.

La Commissione Europea prevede anzi che l’espansione nucleare pianificata da alcuni Stati membri produrrà nuovi volumi di rifiuti radioattivi e combustibile esaurito, che andranno ad aggiungersi all’eredità delle attività passate.

La gestione dei rifiuti rimane quindi una componente strutturale della fissione nucleare.

Per l’Italia la questione assume un peso particolare perché il Paese deve ancora completare la sistemazione definitiva dei materiali derivanti dalla precedente stagione atomica.

Nucleare – foto di Kilian Karger su Unsplash

A che punto è lo smantellamento delle vecchie centrali italiane?

Non è ancora terminato. Sogin gestisce il decommissioning delle quattro ex centrali nucleari italiane di Trino, Caorso, Latina e Garigliano, insieme agli impianti collegati al precedente ciclo del combustibile.

Nel marzo 2026 la società indicava un avanzamento complessivo del programma di smantellamento pari al 47,7%. Per la maggior parte dei siti il completamento è previsto negli anni Quaranta, mentre per uno si arriva all’inizio degli anni Cinquanta.

È un dato che aiuta a comprendere la scala temporale del nucleare.

La vita di una centrale non coincide con gli anni nei quali produce elettricità. Comprende progettazione e costruzione, esercizio, gestione del combustibile e dei rifiuti, disattivazione e successivo smantellamento.

Le attività di decommissioning italiane vengono oggi finanziate attraverso la fiscalità generale e sono sottoposte alla regolazione e al controllo di ARERA.

Quando si confrontano tecnologie energetiche differenti, quindi, il costo deve essere valutato sull’intero ciclo di vita.

Perché il Deposito Nazionale diventa ancora più importante?

Il ritorno alla produzione nucleare si innesta su una questione che l’Italia deve affrontare indipendentemente dalla costruzione di nuovi reattori.

Il Paese possiede già rifiuti radioattivi provenienti dalle vecchie centrali, dalle attività industriali e di ricerca e dagli utilizzi della radioattività in medicina.

La realizzazione di un Deposito Nazionale è necessaria per sistemare in modo definitivo soprattutto i rifiuti a molto bassa e bassa attività e per ospitare temporaneamente altre categorie in attesa delle soluzioni previste per il lungo periodo.

Durante EcoAgenda, Zago richiama proprio questa contraddizione: discutere di nuove centrali mentre rimane aperta la gestione dell’eredità nucleare precedente.

È una questione che non dimostra, da sola, l’impossibilità di costruire nuovi impianti. Rende però inevitabile affrontare il ciclo completo della tecnologia prima di valutarne la sostenibilità.

Produrre elettricità è soltanto una fase. Il combustibile, i rifiuti, il decommissioning e le strutture necessarie a isolarne una parte per tempi molto lunghi appartengono allo stesso sistema industriale.

Gli SMR sono intrinsecamente sicuri?

Molti progetti puntano a livelli di sicurezza superiori rispetto alle generazioni precedenti, ma anche in questo caso occorre evitare formule assolute.

I reattori moderni possono utilizzare sistemi di sicurezza passivi, progettati per intervenire sfruttando fenomeni fisici come gravità e circolazione naturale del refrigerante, riducendo la dipendenza da dispositivi attivi e interventi esterni.

La dimensione inferiore del nocciolo può inoltre offrire vantaggi nella gestione del calore residuo.

Questo non significa che un reattore diventi incapace di subire incidenti o che non richieda sistemi di sicurezza, regolazione e pianificazione delle emergenze.

La sicurezza nucleare viene costruita attraverso diversi livelli: caratteristiche fisiche del reattore, sistemi ingegneristici, qualità della costruzione, procedure operative, controllo indipendente e cultura organizzativa.

Parlare di sicurezza “intrinseca” come sinonimo di rischio nullo sarebbe quindi improprio. La stessa ricerca europea continua a lavorare su materiali, codici e standard necessari alla sicurezza dei reattori esistenti e delle generazioni future, segno che l’evoluzione tecnologica non elimina la necessità di controllo e verifica.

Quando potrebbero arrivare i primi reattori italiani?

È probabilmente la domanda che separa maggiormente il nucleare dalle altre opzioni energetiche disponibili nel breve periodo.

La legge delega costruisce oggi il quadro normativo. Dopo arriveranno decreti legislativi, regolazione, procedure autorizzative, eventuale selezione delle tecnologie e dei siti, progettazione e costruzione.

Nel frattempo, l’Europa punta ad avere i propri primi SMR operativi nei primi anni Trenta.

Per l’Italia sono state indicate nel dibattito politico date attorno al 2033-2035, ma non rappresentano ancora il calendario di un impianto autorizzato e in costruzione.

Questo elemento è centrale nel confronto con le rinnovabili.

Fotovoltaico ed eolico sono tecnologie commercialmente mature e possono aggiungere nuova capacità in tempi molto inferiori. Il loro limite principale è differente: la produzione dipende dalla disponibilità di sole e vento e, aumentando la loro quota nel sistema elettrico, cresce la necessità di reti, accumuli, flessibilità e altre fonti programmabili.

Il confronto corretto non è quindi semplicemente “un reattore contro un pannello solare”.

Bisogna confrontare sistemi elettrici completi capaci di garantire domanda e sicurezza della rete in ogni ora dell’anno.

Nucleare e rinnovabili sono necessariamente alternativi?

L’IEA considera il nucleare una fonte elettrica a basse emissioni capace di affiancare le rinnovabili e contribuire alla sicurezza energetica. Nel mondo quasi 420 reattori producono poco meno del 10% dell’elettricità globale, mentre oltre 40 Paesi hanno inserito l’espansione dell’atomo nelle proprie strategie.

Nell’Unione Europea, nel 2024, le centrali nucleari presenti in dodici Stati membri hanno prodotto il 23,3% dell’elettricità.

La posizione di Coordinamento FREE è differente. Piattelli ritiene che, nelle condizioni italiane, l’espansione delle rinnovabili renda non necessario riaprire la filiera nucleare, soprattutto considerando tempi e incertezze economiche delle nuove tecnologie.

Il vero confronto riguarda quindi quale combinazione permetta all’Italia di decarbonizzare il sistema elettrico con costi, tempi e rischi accettabili.

Ed è una domanda molto più complessa della contrapposizione ideologica tra favorevoli e contrari all’atomo.

Perché il nucleare viene rilanciato proprio adesso?

La ragione indicata dal governo combina decarbonizzazione, sicurezza degli approvvigionamenti e necessità di disporre di produzione programmabile.

L’Italia dipende ancora fortemente dal gas naturale per la generazione elettrica e importa una parte dell’elettricità consumata. In un sistema nel quale cresce la quota di fonti intermittenti, poter contare su una produzione stabile e a basse emissioni rappresenta un possibile vantaggio.

È questo uno degli argomenti utilizzati dai sostenitori del ritorno all’atomo. Piattelli osserva però che la situazione italiana è diversa da quella di Paesi nei quali il nucleare può sostituire direttamente una grande quantità di carbone.

Cita in particolare la Cina, dove la costruzione di nuovi reattori si inserisce in un sistema energetico ancora fortemente dipendente dalle fonti fossili.

L’osservazione apre una domanda pertinente: quale problema specifico dovrebbe risolvere il nucleare italiano?

Ridurre il gas? Limitare la necessità di accumuli? Stabilizzare il sistema elettrico? Diminuire le importazioni? Contenere i costi di un sistema basato prevalentemente sulle rinnovabili?

La legge individua tutti questi obiettivi in termini generali. La fase successiva dovrà mostrare con maggiore precisione quale contributo concreto ci si aspetti dai nuovi reattori.

Perché la fusione non è un’alternativa immediata alla fissione?

Durante EcoAgenda, Zago suggerisce che, se l’obiettivo è investire nella ricerca, sarebbe preferibile puntare sulla fusione nucleare.

Fissione e fusione, però, si trovano in fasi tecnologiche completamente differenti.

La fissione è utilizzata commercialmente da decenni. Gli SMR rappresentano una nuova modalità di progettare e costruire soprattutto reattori a fissione, pur con differenti tecnologie e livelli di innovazione.

La fusione cerca invece di riprodurre sulla Terra il processo che alimenta le stelle, unendo nuclei leggeri anziché dividendo nuclei pesanti.

I progressi scientifici degli ultimi anni sono rilevanti ma non esistono ancora centrali a fusione che producano commercialmente elettricità per la rete.

Per questo la legge italiana cita entrambe le tecnologie ma con prospettive temporali differenti.

Presentare la fusione come soluzione disponibile al posto degli SMR significherebbe quindi spostare il problema ancora più avanti nel tempo.

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