SOLO IL 3,5% DEGLI OCEANI DEL PIANETA GODE ATTUALMENTE DI UNA PROTEZIONE COMPLETA O ELEVATA DALLE ATTIVITÀ UMANE PIÙ DISTRUTTIVE. SECONDO UN NUOVO RAPPORTO DI GREENPEACE PRESENTATO IN OCCASIONE DELLA COP17 SULLA BIODIVERSITÀ, AL RITMO ATTUALE SERVIREBBERO ALTRI 265 ANNI PER RAGGIUNGERE L’OBIETTIVO DI PROTEGGERE IL 30% DEGLI OCEANI ENTRO IL 2030. LA LENTEZZA NELLA CREAZIONE DI AREE MARINE PROTETTE MINACCIA LA BIODIVERSITÀ, SOPRATTUTTO IN ALTO MARE, DOVE PESCA INDUSTRIALE E TRAFFICO MARITTIMO INTERFERISCONO CON GLI HABITAT E LE ROTTE MIGRATORIE DI NUMEROSE SPECIE.
Oceani protetti: a che punto siamo?
Proteggere il 30% degli oceani entro il 2030 è uno degli impegni più importanti assunti dalla comunità internazionale per contrastare la perdita di biodiversità. Eppure, a pochi anni dalla scadenza, la distanza tra gli obiettivi dichiarati e le misure effettivamente adottate rimane enorme.
Secondo Greenpeace International, soltanto il 3,5% della superficie oceanica mondiale beneficia di una protezione completa o elevata, capace di limitare in modo significativo attività dannose come la pesca industriale.
La stima è contenuta nel rapporto Well Connected: Atlantic 30×30, pubblicato in occasione della diciassettesima Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica, la COP17, inaugurata il 19 ottobre 2026 in Armenia.
Il documento denuncia la lentezza con cui vengono istituite aree marine realmente protette. Richiama l’attenzione sulla necessità di costruire una rete di riserve ecologicamente connesse, soprattutto nelle acque internazionali.
Il dato più impressionante riguarda i tempi. Se la protezione degli oceani continuasse ad avanzare alla velocità attuale, secondo l’estrapolazione di Greenpeace sarebbero necessari altri 265 anni per raggiungere il traguardo del 30%. Non si tratta di una previsione inevitabile. Si tratta di un indicatore che misura quanto sia insufficiente il ritmo delle politiche di conservazione rispetto agli impegni internazionali.
La questione non riguarda soltanto l’estensione delle aree protette. Una riserva marina può esistere formalmente senza garantire una tutela efficace. Se al suo interno continuano attività che danneggiano gli habitat e riducono le popolazioni delle specie più vulnerabili. Per questo la discussione alla COP17 coinvolge anche la qualità della protezione, i controlli e la capacità di collegare aree fondamentali per il funzionamento degli ecosistemi.

Perché Greenpeace sostiene che serviranno 265 anni per proteggere il 30% degli oceani?
La denuncia di Greenpeace nasce dal confronto tra la superficie marina attualmente sottoposta a forme di protezione rigorosa e l’obiettivo internazionale fissato per il 2030.
Secondo il rapporto, soltanto il 3,5% degli oceani è completamente o altamente protetto dalle attività umane più dannose. Il valore è molto distante dal 30% previsto dagli accordi internazionali e mette in evidenza la difficoltà di trasformare gli impegni politici in misure concrete.
La proiezione dei 265 anni descrive ciò che accadrebbe mantenendo il ritmo di avanzamento considerato dall’organizzazione. Non significa che il traguardo sia scientificamente irraggiungibile prima di allora, ma che sarebbe necessario accelerare drasticamente l’istituzione e l’effettiva gestione delle aree marine protette.
È importante distinguere la protezione rigorosa dalle altre categorie di tutela. Alcune aree marine possono essere designate come protette pur consentendo attività di pesca, navigazione o sfruttamento delle risorse, a determinate condizioni.
Il 3,5% citato da Greenpeace si riferisce alla superficie completamente o altamente protetta e non coincide necessariamente con tutte le aree marine che possiedono uno status giuridico di protezione.
La differenza è sostanziale, perché l’efficacia ecologica dipende dalle attività consentite, dalla presenza di controlli e dalla capacità di ridurre realmente le pressioni sugli ecosistemi.
Che cosa prevede l’obiettivo 30×30 per la protezione degli oceani?
L’obiettivo 30×30 nasce dal Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal, adottato nel dicembre 2022 durante la COP15 della Convenzione sulla diversità biologica.
Il traguardo numero 3 prevede che entro il 2030 almeno il 30% delle aree terrestri, delle acque interne, delle zone costiere e marine sia conservato e gestito efficacemente attraverso sistemi di aree protette e altre misure di conservazione basate sul territorio.
L’obiettivo non riguarda quindi soltanto gli oceani, ma un insieme di ambienti fondamentali per la biodiversità planetaria. Nel caso del mare, la sfida è particolarmente complessa perché una parte enorme della superficie oceanica si trova oltre le giurisdizioni nazionali.
Il 30% rappresenta un obiettivo politico internazionale sostenuto da un ampio corpo di ricerche scientifiche sulla necessità di ampliare la conservazione degli ecosistemi. Non deve però essere interpretato come una soglia universale capace, da sola, di garantire la sopravvivenza di tutte le specie marine.
L’efficacia dipende anche dalla posizione delle aree protette, dalla loro dimensione, dalla rappresentatività degli habitat e dai collegamenti ecologici tra regioni differenti.
Una rete di riserve progettata per proteggere habitat cruciali può offrire benefici maggiori rispetto a una superficie equivalente distribuita in aree poco rilevanti per la biodiversità.
Per questo il Quadro globale richiede sistemi ecologicamente rappresentativi, ben collegati e gestiti in modo equo, riconoscendo anche i diritti e il ruolo delle popolazioni indigene e delle comunità locali.
Perché soltanto il 3,5% degli oceani è realmente protetto?
Uno dei principali problemi della conservazione marina riguarda la distanza tra la designazione formale di un’area protetta e la sua gestione effettiva.
In alcuni casi, le autorità istituiscono aree marine protette senza vietare le attività che esercitano le pressioni più intense sugli ecosistemi. In altri, i divieti esistono ma le risorse destinate alla sorveglianza e al monitoraggio risultano insufficienti.
La pesca a strascico, per esempio, può alterare gli habitat dei fondali attraverso il contatto degli attrezzi con il substrato marino. Gli effetti variano secondo la tipologia di fondale, l’intensità della pesca e le caratteristiche degli organismi presenti.
Particolarmente vulnerabili sono gli ambienti che ospitano comunità bentoniche a crescita lenta. Come alcuni coralli profondi e spugne, che possono richiedere tempi molto lunghi per recuperare dopo un disturbo intenso.
Anche la pesca eccessiva, le catture accidentali di specie non bersaglio e altre attività industriali possono compromettere il funzionamento degli ecosistemi. Soprattutto quando si sommano agli effetti del riscaldamento oceanico.
La protezione rigorosa cerca di ridurre queste pressioni attraverso restrizioni sostanziali sulle attività estrattive e distruttive. Tuttavia, la definizione delle misure deve tenere conto delle caratteristiche ecologiche dell’area e degli obiettivi di conservazione.
La percentuale del 3,5% evidenziata da Greenpeace richiama quindi l’attenzione non soltanto sulla quantità di mare protetto, ma sulla necessità di verificare quali attività siano effettivamente consentite nelle aree designate.
Che cosa rivela il rapporto Greenpeace sulla pesca industriale nell’Atlantico?
Il rapporto Well Connected: Atlantic 30×30 concentra l’attenzione sull’Oceano Atlantico, una delle principali aree di attività della pesca industriale e del traffico marittimo internazionale.
Secondo l’analisi di Greenpeace, nel 2025 i pescherecci industriali hanno trascorso circa 1,6 milioni di ore a pescare nelle acque d’alto mare dell’Atlantico considerate dal rapporto.
Il dato offre una misura dell’intensità delle attività di pesca in aree che si trovano oltre la giurisdizione dei singoli Stati, dove la conservazione richiede accordi e strumenti di governance internazionale.
Le ore di pesca non corrispondono automaticamente alla quantità di pesce catturato né permettono, da sole, di quantificare il danno ecologico. Costituiscono però un indicatore della pressione esercitata dalle attività industriali sugli ecosistemi.
La pesca in alto mare è regolata da un insieme di norme internazionali, organizzazioni regionali e accordi settoriali. Non si tratta quindi di acque completamente prive di regole, ma di un sistema nel quale la tutela della biodiversità presenta ancora importanti lacune.
Una rete di riserve marine potrebbe contribuire a colmare parte di queste carenze, proteggendo habitat essenziali e riducendo le pressioni nelle zone di maggiore importanza ecologica.
La sfida consiste nell’individuare aree sufficientemente estese e collegate, evitando che la protezione si concentri soltanto in regioni dove le attività economiche sono già limitate.
Perché le aree marine protette devono essere collegate tra loro?
Gli oceani non sono ecosistemi suddivisi in compartimenti isolati. Correnti marine, migrazioni e cicli biologici collegano regioni che possono trovarsi a migliaia di chilometri di distanza.
Molte specie marine utilizzano habitat differenti nel corso della vita. Alcune si riproducono in determinate aree, si alimentano in altre e attraversano vaste porzioni di oceano durante gli spostamenti stagionali.
Le balene rappresentano uno degli esempi più evidenti. Diverse popolazioni compiono lunghe migrazioni tra zone di alimentazione e aree riproduttive, attraversando acque territoriali e regioni d’alto mare.
Anche le tartarughe marine possono percorrere distanze considerevoli, utilizzando spiagge di nidificazione, zone di alimentazione e corridoi migratori separati da interi bacini oceanici.
Proteggere un singolo habitat, senza considerare gli spostamenti degli animali, può quindi risultare insufficiente.
Una rete ecologicamente connessa cerca di tutelare i diversi ambienti necessari al completamento dei cicli vitali, riducendo le pressioni nelle aree di maggiore importanza biologica.
La connettività riguarda inoltre il trasporto delle larve, la dispersione degli organismi e gli scambi genetici tra popolazioni, processi fondamentali per la capacità degli ecosistemi di mantenersi nel tempo.
Il progetto delle aree protette deve quindi basarsi su informazioni scientifiche relative alla distribuzione delle specie, alle correnti e alle caratteristiche degli habitat, evitando di considerare ogni riserva come un sistema indipendente.
In che modo la pesca industriale minaccia balene e tartarughe marine?
Le attività di pesca possono rappresentare una pressione importante per numerose specie marine, anche quando queste non costituiscono il bersaglio delle catture.
Uno dei problemi principali è il bycatch, cioè la cattura accidentale di organismi che finiscono negli attrezzi da pesca destinati ad altre specie.
Tartarughe marine, squali, uccelli marini e cetacei possono rimanere intrappolati in reti, palangari e altri strumenti, con conseguenze che dipendono dal tipo di attrezzo e dalle condizioni dell’animale.
Per alcune popolazioni già minacciate, anche un numero relativamente contenuto di catture accidentali può compromettere la capacità di recupero.
La protezione degli habitat di alimentazione e riproduzione è altrettanto importante, perché la riduzione delle risorse disponibili può influenzare la sopravvivenza e il successo riproduttivo.
Nel caso delle balene, le minacce comprendono anche le collisioni con le navi, il rumore subacqueo e l’inquinamento.
Il traffico marittimo attraversa spesso aree utilizzate dai cetacei durante le migrazioni, aumentando il rischio di collisioni soprattutto dove le rotte commerciali coincidono con zone di elevata presenza animale.
Le riserve marine possono contribuire a ridurre alcune di queste pressioni, ma la loro efficacia dipende dalle misure adottate. Per limitare le collisioni, per esempio, possono essere necessari anche interventi sulle rotte navali e sulla velocità delle imbarcazioni.
La protezione degli oceani richiede quindi strumenti coordinati, capaci di intervenire su più attività e non soltanto sulla pesca.
Che cos’è l’alto mare e perché è difficile proteggerlo?
L’alto mare comprende le acque situate oltre le zone sottoposte alla sovranità o ai diritti di giurisdizione degli Stati costieri, secondo le definizioni del diritto internazionale del mare.
Queste aree rappresentano una parte molto estesa della superficie oceanica e svolgono funzioni essenziali per il clima, la biodiversità e il funzionamento degli ecosistemi marini.
La loro gestione è complessa perché nessun singolo Paese può istituire autonomamente un sistema generale di protezione valido per tutti gli Stati.
Nel corso del tempo sono stati sviluppati accordi e organizzazioni internazionali per regolamentare specifiche attività, tra cui la pesca e la navigazione. Tuttavia, la frammentazione delle competenze ha reso difficile realizzare una rete coerente di aree protette.
Un passaggio importante è rappresentato dall’Accordo delle Nazioni Unite sulla biodiversità marina nelle aree al di fuori della giurisdizione nazionale, conosciuto come Accordo BBNJ o Trattato sull’alto mare.
L’accordo è stato adottato nel 2023 con l’obiettivo di rafforzare la conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità marina nelle acque internazionali.
Tra gli strumenti previsti figurano meccanismi per istituire misure di gestione basate sulle aree, comprese le aree marine protette, e procedure di valutazione degli impatti ambientali.
La sua applicazione rappresenta un elemento centrale per accelerare la protezione degli oceani, ma richiede cooperazione internazionale, decisioni operative e strumenti efficaci di attuazione.
Qual è il ruolo della COP17 nella protezione degli oceani entro il 2030?
La COP17 della Convenzione sulla diversità biologica, inaugurata il 19 ottobre 2026 in Armenia, rappresenta un momento importante per valutare i progressi verso gli obiettivi del Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal.
L’accordo adottato nel 2022 ha fissato una serie di traguardi da raggiungere entro il 2030, tra cui la conservazione di almeno il 30% delle aree terrestri e marine.
La conferenza offre ai governi l’occasione per discutere l’attuazione degli impegni, il monitoraggio dei risultati e le risorse necessarie per trasformare gli obiettivi in interventi concreti.
Greenpeace ha scelto proprio l’apertura della COP17 per richiamare l’attenzione sulla lentezza della protezione marina e sulla necessità di accelerare la creazione di riserve in alto mare.
Lukas Meus, responsabile della campagna per gli oceani di Greenpeace International, ha sottolineato che i governi stanno procedendo troppo lentamente e devono recuperare il tempo perso attraverso una rete di riserve marine connesse.
Secondo l’organizzazione, la protezione completa delle aree ecologicamente più importanti è indispensabile per permettere alle specie migratorie di alimentarsi, riprodursi e spostarsi riducendo l’esposizione alle attività umane più pericolose.
La COP17 non può però essere valutata soltanto attraverso le dichiarazioni politiche. Il risultato dipenderà dalla capacità degli Stati di adottare misure verificabili, finanziare la gestione delle aree protette e rafforzare i sistemi di controllo.
Quali benefici possono offrire le aree marine protette alla biodiversità?
Le aree marine protette possono contribuire al recupero degli ecosistemi quando riducono efficacemente le pressioni che hanno provocato il declino delle popolazioni e degli habitat.
In determinate condizioni, le riserve nelle quali la pesca è vietata o fortemente limitata possono favorire l’aumento dell’abbondanza e della biomassa di alcune specie, soprattutto quando sono sufficientemente estese e gestite nel lungo periodo.
La protezione degli individui adulti può inoltre contribuire alla produzione di uova e larve, che in alcuni casi vengono trasportate dalle correnti verso aree esterne alle riserve.
Questo processo può sostenere la connettività tra popolazioni marine, anche se l’intensità dei benefici dipende dalle caratteristiche delle specie e dalle condizioni ambientali.
Le aree protette possono inoltre preservare habitat vulnerabili, come le barriere coralline, le praterie di fanerogame marine e alcune comunità dei fondali profondi.
La conservazione di questi ambienti contribuisce al mantenimento delle reti alimentari e delle funzioni ecologiche, offrendo in alcuni casi benefici anche alle attività economiche che dipendono da ecosistemi marini in buono stato.
Non tutte le aree protette producono però gli stessi risultati. Le dimensioni, l’età della riserva, il livello di protezione e l’efficacia dei controlli influenzano in modo significativo gli esiti.
La qualità della gestione rimane quindi fondamentale quanto l’estensione geografica.
Perché la protezione degli oceani è importante anche per il clima?
Gli oceani svolgono un ruolo essenziale nella regolazione del clima terrestre, assorbendo una parte importante del calore in eccesso accumulato nel sistema climatico e una quota delle emissioni antropogeniche di anidride carbonica.
Questa funzione ha però conseguenze sugli ecosistemi marini. L’aumento delle temperature oceaniche favorisce le ondate di calore marine, mentre l’assorbimento di CO₂ contribuisce all’acidificazione delle acque.
Le alterazioni delle condizioni fisiche e chimiche possono influenzare la distribuzione delle specie, la produttività biologica e la sopravvivenza degli organismi più sensibili.
Le aree marine protette non possono arrestare da sole il riscaldamento globale o l’acidificazione, perché questi processi dipendono dalle concentrazioni atmosferiche di gas serra.
Possono tuttavia ridurre alcune pressioni locali, contribuendo a mantenere ecosistemi più integri e, in determinate condizioni, più capaci di affrontare gli stress ambientali.
La protezione delle praterie marine e di altri habitat costieri può inoltre contribuire alla conservazione del carbonio immagazzinato nei sedimenti, evitando che il degrado ne comprometta le funzioni ecologiche.
La conservazione degli oceani e la riduzione delle emissioni devono quindi procedere insieme, perché nessuna delle due strategie può sostituire completamente l’altra.
Che cosa significa l’obiettivo 30×30 per il Mediterraneo e l’Italia?
Il Mediterraneo è un mare semichiuso caratterizzato da un’elevata biodiversità e da una forte concentrazione di attività umane lungo le coste e nelle acque.
Pesca, traffico marittimo, turismo, urbanizzazione costiera e inquinamento esercitano pressioni su habitat che ospitano numerose specie, comprese popolazioni di cetacei, tartarughe marine e organismi bentonici di grande valore ecologico.
Tra gli ambienti più importanti figurano le praterie di Posidonia oceanica, che contribuiscono alla stabilità dei fondali, alla produzione di ossigeno e alla conservazione della biodiversità.
L’Italia dispone di un sistema di aree marine protette e di altri strumenti di tutela, ma il raggiungimento dell’obiettivo 30×30 richiede di considerare non soltanto l’estensione delle superfici designate, ma anche il livello di protezione effettivamente garantito.
La gestione della pesca, il controllo delle attività illegali, la riduzione dell’inquinamento e la tutela degli habitat rappresentano componenti fondamentali della conservazione marina.
Nel Mediterraneo assume particolare importanza anche la cooperazione tra Paesi, perché molte specie attraversano confini nazionali e utilizzano habitat distribuiti in diverse aree del bacino.
Una rete ecologicamente connessa può contribuire a proteggere le rotte migratorie e le zone di alimentazione, ma deve essere accompagnata da misure che affrontino le pressioni presenti anche al di fuori delle riserve.
Il dibattito internazionale sulla protezione degli oceani riguarda quindi direttamente il Mediterraneo e le scelte di gestione delle risorse marine italiane.
Che cosa deve cambiare per raggiungere il 30% di oceani protetti entro il 2030?
La stima dei 265 anni diffusa da Greenpeace rappresenta un avvertimento sulla distanza tra gli impegni internazionali e il ritmo delle misure di conservazione.
Per raggiungere l’obiettivo del 30% entro il 2030 sarà necessario aumentare rapidamente la superficie marina sottoposta a protezione efficace, individuando aree ecologicamente importanti e garantendo strumenti adeguati di gestione.
La creazione di riserve in alto mare rappresenta una delle principali sfide, perché richiede cooperazione tra Stati e l’applicazione degli accordi internazionali dedicati alla biodiversità marina.
Al tempo stesso, le aree protette già esistenti devono essere valutate in base alla loro capacità di ridurre concretamente le pressioni sugli ecosistemi.
La protezione degli oceani non può limitarsi alla definizione di nuovi confini sulle mappe. Richiede controlli, monitoraggi scientifici, finanziamenti e misure capaci di tutelare habitat e specie lungo l’intero ciclo vitale.
Il rapporto Greenpeace richiama inoltre l’importanza della connettività ecologica, soprattutto per gli animali migratori che attraversano vaste regioni oceaniche e incontrano pressioni differenti durante i loro spostamenti.
A quattro anni dalla scadenza del 2030, la comunità internazionale dispone ancora della possibilità di accelerare la conservazione marina, ma il raggiungimento del traguardo richiede decisioni molto più rapide rispetto al passato.
Il dato del 3,5% di oceani completamente o altamente protetti mostra quanto lavoro resti da compiere. La sfida non consiste soltanto nel raggiungere una percentuale, ma nel garantire che le aree tutelate contribuiscano realmente alla sopravvivenza delle specie, al recupero degli habitat e alla conservazione degli equilibri ecologici del pianeta.




