lunedì, Luglio 15, 2024

Wanderlust: sindrome o sentimento?

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VI CAPITA SPESSO DI AVER VOGLIA DI RIPARTIRE DOPO ESSERE APPENA TORNATI DA UN VIAGGIO? CERCATE COSTANTEMENTE NUOVE METE DA VISITARE, OFFERTE LAST MINUTE O NON RESISTETE TROPPO A LUNGO NELLO STESSO POSTO? FORSE, ANCHE VOI, SIETE AFFETTI DALLA “SINDROME DI WANDERLUST

C’è chi fa del viaggio un vero e proprio stile di vita, sia per motivi di lavoro sia per puro piacere. Ma poi, c’è anche chi viaggia per una necessità irrefrenabile di spostarsi continuamente, magari perché insofferente agli stessi posti per lungo tempo. Oppure perché mette al centro dei propri interessi la voglia continua di scoperta e avventura, rifiutando l’idea di una vita piatta e sempre uguale. In effetti, quante emozioni belle o elettrizzanti ci può regalare un viaggio? Tantissime! Però, gli esperti hanno evidenziato come, alcune volte, questo desiderio continuo di viaggiare possa tramutarsi in ossessione. In “Sindrome di Wanderlust”, appunto.

L’origine del termine Wanderlust

Secondo la ricerca moderna, la sindrome in oggetto prende il nome dal termine tedesco “Wanderlust”, che significa voglia di girovagare. Alcuni, però, ritengono che la denominazione più appropriata risieda nel greco “dromomania”, da dromos (corsa) e mania (ossessione): smania di correre/scappare via. Altri ancora, pensano al termine greco “poriomania”, cioè la tendenza nevrotica ossessiva a camminare senza meta e senza sosta, alcune volte traducendosi in fuga improvvisa.

Tuttavia, il pensiero più quotato collega la Wanderlust all’idea di un “sentimento”, di matrice filosofica e letteraria, nato nel periodo del romanticismo tedesco.  Al centro l’uomo che cerca sé stesso, vive ed esiste congiunto con la natura. In tempi recenti, questo “sentire” ha assunto la più ampia connotazione di desiderio di andare altrove, oltre il proprio mondo, per cercare qualcos’altro. Dunque voglia di esotismo e nuove scoperte. Oppure voglia di misurarsi con nuove sfide, stili di vita e culture sconosciute.

Tanti gli artisti del periodo romantico tedesco che hanno cercato di spiegare o rappresentare la Wanderlust. Si pensi alla meravigliosa poesia di Johann Wolfgang von Goethe “Canto Notturno del Viandante”, oppure al dipinto di Caspar David Friedrich intitolato “Il Viandante sul Mare di Nebbia”.

Come il “sentimento” diventa sindrome

Per prima cosa, ci sentiamo di rassicurare tutti i “viaggiatori seriali” sul fatto che il loro amore per il viaggio non sia necessariamente una sindrome. Tuttavia, questa “tendenza” fornisce spunti psicologici curiosi e interessanti da approfondire.

Gli esperti, infatti, hanno tentato di delineare le caratteristiche della “Sindrome di Wanderlust”, cercando di circoscriverne casistiche e sintomi. Ad esempio, il dott. Alberto Dionigi – PhD e membro del Centro di Ricerca interdipartimentale in Psicologia della Comunicazione dell’Università di Macerata – spiega quanto segue.

«Va specificato che non si tratta di un disturbo psicologico, ma di un desiderio costante che si fa necessità. Anche se in forme particolarmente accentuate, può portare l’individuo ad enormi frustrazioni e malessere personale (se impossibilitato a viaggiare). Alla base di questa sindrome ci sarebbe una forte componente biologica».

Il dottor Diogini cita, infatti, una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Evolution and Human Behaviour in cui si parla del “gene del viaggio”.

Nello specifico, essa individua nel recettore della dopamina D4 il maggior responsabile dell’amore per i viaggi. In particolare, circoscrive questo desiderio/impulso, all’azione di una specifica variante del gene, cioè il DRD4-7R. Esso produrrebbe questa sensazione di irrequietezza e desiderio di spostarsi e solo il 20% della popolazione mondiale ne sarebbe in possesso.

Il suddetto gene, poi, come succede per gli altri sottotipi di recettori, quando viene attivato, può produrre una serie di condizioni neurologiche o psichiatriche. Schizofrenia, disordine bipolare, ADHD, dipendenze, anoressia nervosa ecc. ecc. Tuttavia, la scienza non ritiene che gli effetti della “Sindrome di Wanderlust” siano poi così gravi.

Generalmente, infatti, i recettori dopaminergici, pur influendo su vari processi neurologici, non causano per forza una patologia. Ad esempio, le azioni più frequenti si manifestano sui processi cognitivi, memoria, motivazione, piacere. Per cui si tradurrebbero semplicemente nell’assecondare gli stimoli verso il nuovo, le avventure e quel senso di “nomadismo” proprio dei nostri antenati. Ciò nonostante, nel momento in cui “il gene del viaggio” dovesse esercitare un’influenza amplificata sul singolo individuo, potrebbe provocare disturbi personali o relazionali veri e propri. Una sorta di dipendenza difficile da sedare se non viaggiando di continuo.

Wanderlust
La locandina del film “Wanderlust”, con Jennifer Aniston e Paul Rudd

Sintomi e cura

Come anticipato in precedenza e come osserva il dott. Dionigi «Uno dei primi indizi è che gli individui wanderluster non riescono a stare fermi in un solo luogo per lunghi periodi. Non amano la vita routinaria e vogliono sempre essere in movimento. Inoltre, al ritorno da un viaggio – come si diceva prima – sentono già il bisogno irrefrenabile di ripartire».

L’esperto, poi, individua dieci segni distintivi, per capire e, possibilmente, diagnosticare un soggetto affetto dalla malattia del viaggio:

  • Ricercare spasmodicamente e costantemente offerte di voli e viaggi per partire il prima possibile
  • Sognare di ripartire appena tornati da un viaggio
  • Accumulare esperienze di vita e ricordi, piuttosto che oggetti
  • Provare continua insoddisfazione o noia per una vita stanziale in una sola città e desiderio di visitarne tante altre e a stretto giro
  • Sognare ad occhi aperti di viaggiare e spostarsi con qualunque mezzo di trasporto, transitando in stazioni, porti e aeroporti di tutto il mondo
  • Sentirsi più a proprio agio in un paese sconosciuto
  • Restare rapiti dai tabelloni pubblicitari di viaggi o da quelli delle partenze e arrivi di stazioni e aeroporti. Magari progettando una mini fuga, prendendo il primo treno che passa
  • Parlare più di una lingua e non avere alcun problema né inibizione all’idea di comunicare, anche quando la lingua non la si conosce. Tutto, per il gusto di novità
  • Possedere oggetti, indumenti, souvenires rari o particolari, collezionati in varie parti del mondo, ai quali dare, forse, più valore che a un gioiello o un bene particolarmente prezioso o importante
  • Iniziare un racconto con la frase….”quando ero in…”

Tuttavia, al netto dei sintomi e delle possibili “ossessioni” che il gene del viaggio potrebbe scatenare, la scienza ritiene che la “Sindrome di Wanderlust” sia assolutamente innocua, a dispetto del nome.

Dunque, l’unica cura prevista per il viaggiatore irriducibile e dipendente dall’avventura, dalla scoperta e dal nuovo, è solo il viaggio stesso. E credo che questa sia la terapia più bella mai prescritta, applicabile a tutti e indipendentemente.

Numero verde ONA

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