Il distanziamento in “natura” delle api affette dal Virus IAPV

api e IAPV foto gianni avvantaggiato


Il distanziamento delle api per contrastare il Virus IAPV (Israeli acute paralysis virus) non differisce molto dalle misure adottate dagli esseri umani al tempo del Coronavirus.  Anche esse sono infatti obbligate a mantenere le distanze per via di una sorta di “imposizione” gerarchica

Virus IAPV: il distanziamento delle api

Virus IAPV: il distanziamento delle api
Le api da miele affette dal virus IAPV ricorrono al distanziamento

Ricorrono a questo espediente le api da miele (Apis mellifera) affette dal virus IAPV (Israeli Acute Paralysis Virus). Tale virus è stato caratterizzato come un dicistrovirus che colpisce le api e collegato al cosiddetto CCD, “colony collapse disorder”.

Se contagiati, gli insetti vengono emarginati, o meglio “distanziati” dalle altre api che ignorano persino la loro richiesta di cibo. Espulse dal loro alveare, le api si infiltrano “abusivamente” in altri alveari, ma devono superare qualche prova.

Un esempio di corruzione animale 

Qui verrebbero riconosciute per via di una miscela di sostanze chiamate idrocarburi cuticolari, che ne caratterizzano l’appartenenza a una specifica colonia. Tuttavia il virus IAPV influenza la produzione di alcuni di questi idrocarburi, rendendo difficile l’identità chimica delle api infette.
Ragion per cui, secondo gli studiosi, il 30% delle api malate riesce a bypassare i controlli all’ingresso, veicolando e diffondendo il virus in un’altra colonia.

CCD: una minaccia da non sottovalutare

La scoperta è arrivata a seguito di uno studio del 2004, allorché iniziarono a morire drasticamente e incomprensibilmente le api. Il CCD (Colony Collapse Disorder – Sindrome dello spopolamento degli alveari) rappresenta una grave minaccia per l’apicoltura e l’agricoltura nel suo insieme, a causa della conseguente incapacità di fornire la quantità necessaria di api per l’impollinazione di colture critiche.

L’importanza delle api per l’economia globale supera infatti di gran lunga il loro contributo in termini di produzione di miele, poiché gli alveari favoriscono la biodiversità e vengono utilizzate per l’impollinazione di molte importanti colture da frutto.

L’allarme di FAO


Secondo le stime dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), delle cento specie di colture che forniscono il 90 % di prodotti alimentari in tutto il mondo, settantuno sono impollinate dalle api.
A fronte dunque dell’importante valore ecologico ed economico delle api, si è reso urgente l’intervento dei migliori scienziati mondiali.

Gli studiosi uniti nella ricerca


Come prima cosa, si notò che gli insetti ammalati, venivano colti da forti brividi e successivamente da paralisi.  Le prime fasi del declino della colonia di api da miele spesso non venivano riconosciute, poiché le colonie sane avevano popolazioni in eccesso, (fungono da tamponi contro improvvise perdite della forza lavoro).

Poiché i sottili cambiamenti nella popolazione di una colonia erano difficili da rilevare, l’intervento dell’apicoltore arrivava quando ormai la colonia era già debole o morta.

Comprendere i percorsi che collegavano la fisiopatologia ai sintomi fu dunque un passo importante nella comprensione dei meccanismi della malattia.  Diversi studiosi, interessati allo strano fenomeno, misero a confronto le patologie associate alle api da miele affette dalla sindrome IAPV, responsabile del Colony Collapse Disorder (CCD), con le api raccolte da colonie apparentemente sane.

Venne dunque discussa l’associazione di CCD con IAPV, nonché il potenziale di controllo del CCD. Infine furono identificate una serie di caratteristiche fisiche patologiche, che si erano verificate a velocità diverse nelle colonie affette da CDD.

Per escludere che le patologie riscontrate (associate al CCD) non fossero legate all’invecchiamento fisiologico delle api adulte (si presume che le colonie CCD siano composte principalmente da giovani api), i ricercatori documentarono i cambiamenti nelle api di età diverse prelevate da colonie sane.

Agli insetti vennero estratti, tramite autopsia, i tessuti interni, in modo da riscontrare le patologie anomale, (dopo essere state conservate in etanolo al 70% e congelate).
Innanzitutto si notò che le giovani api avevano avuto un’incidenza molto maggiore di noduli bianchi rispetto alle coorti più anziane, cosa che indicava una risposta immunitaria attiva.
Confrontando i due insiemi di caratteristiche, fu possibile pertanto determinare un sottoinsieme di patologie riconducili al CCD, utili come biomarcatore per la salute delle colonie.

I risultati delle indagini

Secondo gli studiosi, l’infezione era un fattore determinante nello sviluppo del CCD. Di per sé, tuttavia, ciò non indicava che IAPV fosse l’unica causa di CCD. In entrambi i casi, la resistenza IAPV poteva impedire lo sviluppo di CCD.
La comparsa di CCD inoltre poteva indicare una storia passata di infezione da IAPV piuttosto che una concomitante.

Per tali motivi, i ricercatori ipotizzarono che le api resistenti IAPV o la progenie di tali api (se una regina o un drone è stata colpita e sopravvissuta), avessero ereditato le sequenze IAPV e fossero preparate per lo sviluppo del CCD da un altro agente, come l’acaro varroa, altro parassiti o fattori ambientali.

In effetti trovarono IAPV in varroa e segmenti virali nel genoma varroa (E. Maori, S. Lavi, E. Tanne e I. Sela, non pubblicati).

Una risposta dal silenziamento dell’RNA


Gli studiosi notarono che alimentando le api con dsRNA di IAPV, l’infezione da IAPV veniva messa a tacere e la mortalità delle api prevenuta (Mathieu & Bender, 2004; Matzke et al., 2004 ; Brodersen & Voinnet, 2006; Zaratiegui et al., 2007).

Il trattamento con dsRNA può essere sviluppato per essere efficace sul campo, proteggendo l’orticaria da IAPV e possibilmente da CCD. In effetti, in un successivo esperimento sul campo (James Ellis, Wayne Hunter, Nitzan Paldi, Dennis Van Engelsdorp, Eyal Maori e Ilan Sela, risultati inediti), l’applicazione di alveari dsRNA specifici per IAPV dal collasso, i risultati confermarono le ipotesi dei ricercatori.
Inoltre, gli alveari trattati con dsRNA, misurati in base al conteggio delle nidiate e alla produzione di miele, erano più forti e vi erano più foraggiatori.

Conclusioni 

Per il virus IAPV, il distanziamento delle api sembrerebbe essere una prima importante misura di autotutela.
In attesa di una cura, sarebbe il caso che seguissimo il loro esempio ancora per un po’!

Fonte: Focus

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