Verso un’anti MANHATTAN

La città del terzo millennio e l’architettura diffusa nel paesaggio

 

 

Manhattan, New York, lo skyline, o profilo del panrama urbano

 Manhattan è stata la Stele di Rosetta del XX secolo. Una città composta di ampie porzioni della superficie occupata da mutazioni architettoniche, frammenti utopici ed edifici irrazionali.

Ogni isolato, dei 2028 isolati di cui è costituita la griglia, è coperto da molteplici stati di architettura che, tra il 1890 e il 1940, durante la cultura dell’età della macchina, è stata il laboratorio: un’isola mitica su cui è stata sperimentata l’invenzione e il collaudo di uno stile di vita metropolitano e dell’architettura da esso prodotta.

Un esperimento collettivo in cui l’intera città è diventata fabbrica di esperienze artificiali, dove il reale e il naturale hanno cessato di vivere ed esistere, creando una teoria, il Manhattanismo, ossia un mondo interamente fabbricato dall’uomo e dalla sua fantasia.

Ma, col tempo, Manhattan ha generato un’architettura sfrontata, che è stata amata e lo è ancora, in misura assoluta, senza percepire gli eccessi attraverso cui si è sviluppata.

Il Manhattanismo è un’ideologia urbanistica che si è alimentata degli splendori e delle miserie della condizione metropolitana, l’IPER-DENSITÀ, su cui si è fondata molta cultura moderna del costruire. In cui lo sfruttamento del suolo e la congestione, sono stati i due elementi centrali, rivendicando un ruolo centrale fra le teorie urbanistiche contemporanee.

La cultura della congestione, di cui la città contemporanea è costituita, è identificata in elementi ben precisi della progettazione urbanistica come gli isolati urbani: elementi urbanistici la cui vicinanza e il cui accostamento ne rafforzano i significati individuali, affermando di estraniare, per quanto umanamente possibile, il territorio dell’isolato dalla sfera del mondo naturale.

Gli isolati hanno definito la città in una matrice che cattura tutto il territorio. In conseguenza a tale scelta la griglia di strade che ne deriva sostiene solo l’acquisto, la vendita, la speculazione edilizia totale.

Che si attua attraverso l’apoteosi della griglia urbana, con la sua semplice capacità d’attrazione sulle menti semplici. Scatenando esponenziali interessi commerciali in cui: la terra dell’isolato è vuota; la popolazione che prevede di insediare è ipotetica, le attività che concepisce di inserire, inesistenti, in uno, la cultura della congestione urbana, supportata da una infinita quantità di tecnologia spinta e specialistica che tentano, ancora oggi, di creare un buon luogo artificiale per la vita dell’uomo.

Ad accelerare mentalmente l’euforia della cultura della congestione contribuisce l’ingegneria edile e stradale, imponendo strade rettilinee e ortogonali tra loro, creando la griglia delle strade su cui si affacciano le abitazioni degli uomini; case con facciate liscie e ad angoli retti, ossia le più economiche da costruire e le più facili e redditizie da vendere alle menti semplici dell’umanità diffusa.

Il risultato del Manhattanismo è sotto gli occhi di tutti: alta densità edilizia e abitativa, pochi spazi lasciati liberi e, quelli rimasti, di dimensioni ridotte per la natura. Ridotta circolazione dell’aria tra gli edifici a torre – unica tipologia costruttiva possibile -. Alti costi di gestione delle tecnologie per la gestione della mobilità verticale e del clima interno standard, 20° per tutte le stagioni. Alta quantità di consumo di energia termica, idraulica ed elettrica.

Il tutto causando una vivibilità urbana particolarmente infelice, in quanto a salute e benessere.

Infine, ma non ultima, l’idea di inserirvi una popolazione più numerosa di quella che si accalca nelle città più sovrappopolate del mondo, ne aumenta la follia costruttiva attraverso la griglia, lo schema delle strade e degli isolati senza limite all’edificabilità su di essi, con l’unica e autentica ambizione, l’annullamento della natura.

La natura, nel Manhattanismo, non esiste, o se esiste è anch’essa artifciosa, scenografica, gestibile e governabile con consumi energetici folli.

Un esempio di foresta urbana

Noi, oggi, conoscendolo, dobbiamo superare il Manhattanismo e l’ego urbanistico e architettonico che molte città italiane hanno assunto come modello di sviluppo.

Dobbiamo indicare una nuova via più ampia, che superi l’idea dell’isolato urbano, della griglia e della densità edilizia e abitativa, orientando lo sguardo per abitare in modo contemporaneo, fuori dalle città, fuori dalla griglia urbana, fuori dalle speculazioni edilizie.

Supportati dalle reti immateriali di comunicazioni web, che ben si coniugano con la vita contemporanea.

Dando la possibilità di essere liberi e connessi, azzerando la congestione urbana, dimezzando gli spostamenti fisici con auto e mezzi a combustione, riducendo al minimo il consumo energetico di ogni singolo alloggio.

In modo che la città del presente e del futuro possa essere diffusa nel territorio ampio ed esteso, tra parchi urbani veri, territori agricoli produttivi, colline, boschi, laghi, montagne, fiumi, pianure, coste.

In modo che ogni insediamento umano recuperi l’autonomia e l’indipendenza, diminuendo drasticamente i consumi energetici delle città densamente costruite, costruendo un nuovo mondo, un mosaico diffuso, costruito da architettura puntiforme, nel paesaggio variegato ed immenso della Terra.

Bibliografia Essenziale:

Rem Koolhaas, Delirious New York, Electa, Milano, 2001.

Leave a Comment

Your email address will not be published.