domenica, Febbraio 25, 2024

“Utama – Le terre dimenticate”, drammi del cambiamento climatico

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IL FILM RACCONTA GLI EFFETTI DELLA SICCITÀ E DELLA GLOBALIZZAZIONE NEGLI ALTOPIANI DELLA BOLIVIA

Cambiamento climatico, siccità e migrazioni dei popoli: tutto questo è racchiuso nel film Utama – Le terre dimenticate. Approdato nelle sale cinematografiche il 20 ottobre, è già da tempo protagonista di molti festival del settore. Tra questi si ci sono il Festival del Cinema Spagnolo e Latinoamericano, il Sundance Film Festival negli USA e l’Amsterdam Film Festival, dove in entrambi si aggiudica il Gran Premio della Giuria, e il Beijing International Film Festival, premiato come miglior film.

Questa pellicola vede come protagonista una famiglia Quechua, costretta ad affrontare il dramma della carenza d’acqua nelle terre aspre e remote della Bolivia. Racconta il costo umano del riscaldamento climatico. «I paesaggi, le riflessioni e i ritratti che mettono in risalto gli sguardi profondi dei personaggi sono i miei strumenti – dichiara il regista Alejandro Loayza-Grisiper raccontare una storia che interroga profondamente le questioni sociali, ambientali e umane in questi tempi di cambiamento».

Il regista porta quindi sul grande schermo il fascino di queste terre impervie quasi dimenticate. E lo fa attraverso una coppia anziana di allevatori di lama, Virginio e Sisa. Loro non vogliono lasciare la propria casa, nonostante la siccità e la volontà del nipote Clever, che vorrebbe si trasferissero in città.

Utama e il racconto di una migrazione forzata

La popolazione degli altopiani boliviani, infatti, è costretta a cambiare il suo stile di vita: l’acqua scarseggia, le notti si fanno più fredde e le mattine più calde. È uno dei territori più esposti e vulnerabili ai cambiamenti climatici sulla Terra. Questi causano una continua migrazione, la quale rende le campagne sempre più disabitate.

«Questa storia d’amore che volevo raccontare si è poi nutrita di questo considerevole contesto ambientale e sociale in cui ho potuto esplorare questioni del mio Paese che mi preoccupavano e le conseguenze del cambiamento climatico -confessa il regista -. Questi problemi sembrano molto lontani, ma in realtà sono incredibilmente vicini e sono qualcosa che stiamo affrontando in molte parti del mondo: la perdita di lingue e culture, la migrazione forzata delle popolazioni rurali e gli scontri intergenerazionali tra tradizione e assimilazione».

Gli effetti sottovalutati della globalizzazione

Il film “Utama” è quindi un ammonimento, una storia su uno dei luoghi più sottorappresentati della Terra, ma anche una storia universale che potrebbe essere ambientata in qualsiasi comunità.

Attraverso lo sguardo di questa umile coppia si rappresenta una saggezza che raramente viene ascoltata e una coscienza ormai perduta dalle giovani generazioni in questo mondo sempre più globalizzato.

«In Bolivia è molto difficile distinguere dove inizia una cultura e dove finisce l’altra. Questa è la bellezza del mio Paese, un amalgama di culture che interagiscono e vivono pacificamente nonostante le loro differenze – continua Alejandro Loayza-Grisi -. Ma più ti allontani dalle grandi città e vai verso la campagna, più ti rendi conto di ciò che sta accadendo in tutta l’America Latina e, persino, a livello globale. I modi di vivere e le convinzioni delle campagne si stanno erodendo a ritmi preoccupanti.

Questo è ciò che fa la globalizzazione. Dobbiamo essere molto più attenti a evitare che ciò accada, perché altrimenti perderemo molte ricchezze culturali. Se non vogliamo che queste culture siano solo reperti storici, dobbiamo abbracciarle attivamente, sostenerle e preservarle».

Alejandro Loayza-Grisi, l’evocazione di significati nascosti

Raccontare il suo Paese è ciò che ha spinto Alejandro Loayza-Grisi, proveniente dal mondo della fotografia e dallo “still life”, genere di rappresentazione fotografica di oggetti inanimati, a realizzare il suo primo lungometraggio.

«L’immagine in movimento permette di catturare emozioni e momenti in modo diverso -conferma il regista -. In particolare m’interessa giocare con immagini e silenzio, per creare incroci dove si trovano i significati più profondi: perdita, acculturazione e degrado della natura. Stilisticamente, ogni inquadratura significa qualcosa in sé e, nel contesto di un film, arricchisce la narrazione».

Una delle scene più evocative di “Utama” è sicuramente l’immagine del condor. È una visione attraverso il quale Virginio capisce che è giunto il tempo di iniziare qualcosa di nuovo per sé e Sisa.

«Il condor è un animale sacro in Bolivia -spiega Alejandro Loayza-Grisi-. È il protettore delle montagne e rappresenta la fonte della vita. È anche associato all’immortalità e al cambio di ciclo per il modo in cui muore. Poco prima di spirare, infatti, il condor ritorna al suo nido sulle montagne, quasi per celebrare l’inizio di un nuovo ciclo di vita. Inoltre il suo significato è ancora più profondo se si pensa che il condor è un animale in via d’estinzione. Questa è una metafora di ciò che sta accadendo in montagna: con il disgelo accelerato, anche il ciclo ambientale sta scomparendo».

Numero verde ONA

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