giovedì, Agosto 11, 2022

“Uranio Impoverito, a che punto è la notte?”

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UNA IMPONENTE ESERCITAZIONE DELLA NATO STA PER “ABBATTERSI” SULLE COSTE DELLA SARDEGNA. L’ISOLA GIÀ VESSATA DA ANNI DI USO DI ARMI ALL’URANIO IMPOVERITO E AL TORIO PERDE BEN 17 TRA LE SUE SPIAGGE MIGLIORI CHE RISCHIANO DI ESSERE CONTAMINATE PER SEMPRE. PUBBLICHIAMO LA LETTERA, ACCORATA, DELLA SCRITTRICE E GIORNALISTA MARINA VECA, SUL “DISASTRO INNOMINATO” 

Con un’ordinanza del 5 maggio lo Stato Maggiore della Difesa ha comunicato alla Regione Sardegna che con “decorrenza immediata” ben 17 aree a mare devono essere interdette all’affluenza, con divieto assoluto per qualsiasi possibile attività.

La causa, segnala L’Unione Sarda sono imminenti esercitazioni militari “in grande scala”.

La maggior parte delle spiagge interdette, inoltre, sottolinea la testata giornalistica, sono fuori dai già noti poligoni di Quirra-San Lorenzo, Capo Frasca e Teulada.

L’esercitazione congiunta della NATO, vede uno dispiegamento di oltre 4mila uomini provenienti da sette Paesi, a bordo di oltre 65 navi, sottomarini, aerei ed elicotteri.

L’addestramento sarà concentrato tutto davanti alle spiagge più note dell’Isola, dove già fervevano i preparativi per la stagione estiva. Da Villasimius e Muravera, da Cala Pira a Capo Ferrato, da Capo San Lorenzo a Murtas.

È dei giorni scorsi la notizia che il tribunale di Cagliari, ha rinviato a giudizio i Capi di Stato Maggiore in servizio nel periodo dal 2009 al 2015 per il disastro ambientale nei tre suddetti poligoni, causato dall’uso di armamento all’Uranio Impoverito e Torio durante l’addestramento dei soldati.

A causa di questa imponente esercitazione, però, altre diciassette aree, incontaminate e che hanno fatto della Sardegna un paradiso per i turisti, rischiano di essere inquinate per sempre.

La scrittrice e giornalista Marina Veca, sul “disastro innominato” della Sardegna, ha scritto una lettera «di giustizia negata e di ricerca della verità: i crimini di guerra in tempo di pace – come la contaminazione di un territorio con uranio impoverito e l’omicidio di civili innocenti – non devono rimanere impuniti».

E noi ci pregiamo di pubblicare il manoscritto sulle pagine del nostro giornale

“Uranio Impoverito, storia di una vergogna italiana”

Di Marilina Veca

Questa è una storia che deve essere raccontata, una storia tessuta da tante persone che compongono e scompongono il loro dolore in un mosaico antico e doloroso, quotidiano e infinito; è una storia dove la terra è protagonista, una terra antica e fiera, che ora improvvisamente sembra uccidere i suoi figli.

La storia della Sardegna militarizzata e contaminata è emblematica dell’agonia della terra, una terra che raffigura un paesaggio interiore, collettivo e individuale dove si svolge – inascoltata, sottovalutata, incompresa – una grande tragedia umana.

E questa tragedia è fatta di uomini, di terra e di volti; una tragedia che si svolge in un Paese che a un tratto si mette a produrre morte, atroce e silenziosa: l’istituzione militare dal volto benefico. Quel poligono, che “offre” lavoro a tanti giovani, nasconde la sua maschera venefica e stende la sua ombra sul territorio come una sorta di fortezza inamovibile, impenetrabile nel coprire ipocrisie e menzogne, nel proteggere – costi quel che costi – la propria inviolabilità, senza curarsi di quelli che si ammalano e muoiono a pochi metri di distanza.

Il poligono produce morte: quel poligono che doveva portare ricchezza e sicurezza. In tanti sono coinvolti, in tanti tacciono: militari, veterinari, uomini d’affari, politici, strutture di sicurezza privata, industrie di armamenti legati dal grande business della produzione bellica.

Quanti misteri ruotano intorno al Poligono?

Nel Poligono di Quirra, il più grande della NATO in Europa, c’è l’uranio 238, l’assassino silenzioso artefice di questo crimine di guerra in tempo di pace: l’inquinamento bellico, che colpisce sia chi combatte sul campo di battaglia sia chi vive vicino a quelle basi dove si sperimentano le armi e si fanno esplodere ordigni che ad alte temperature sprigionano questo materiale.

La terra non uccide, ma questa terra è stata espropriata e militarizzata ed ora ospita il 60% delle aree destinate al demanio militare italiano. E questa morte crudele colpisce chi in guerra non c’è mai andato e mai ha pensato di andarci: i pastori che pascolano le loro greggi vicino al Poligono, che hanno visto prima nascere agnelli malformati e poi che si sono ammalati e sono morti, così, in pochi mesi, senza sapere perché; il personale che lavora nella base e gli agnelli con sei zampe; i bambini nati con malformazioni (a Escalaplano, 2.500 abitanti, sono una decina) e i giovani malati di leucemia.

Al Poligono vengono in tanti a sperimentare, aziende di armamenti francesi, inglesi, americane che hanno bisogno di testare le loro nuove armi, pagano, sparano e vanno via.

La base militare di Quirra apre le sue porte a tutti i giovani in età di leva. Promette pane, carne, carriera, soldi a chi si arruola. E alle madri e ai padri si illuminano gli occhi, perché lì, almeno saranno al sicuro – dicono. Perché lì non sentiranno la fame. Forse provare a cercare lavoro in città non sarebbe stato meglio? Ma quei padri e quelle madri non sanno che in quella base si sperimentano armi cosiddette non convenzionali, munizioni che impiegano uranio impoverito per aumentare la capacità di penetrazione, armi che portano contaminazione nel profondo della terra, nelle falde acquifere, per anni e anni e anni.

Contaminazione e morte

Il caso uranio impoverito è uno dei più atroci casi di omertà e di obnubilamento delle coscienze individuali. Omertà, indifferenza sociale, protezione ad oltranza dell’intangibilità delle istituzioni. Sul caso pesa l’oblio del tempo, i depistaggi, le tante inutili commissioni, le menzogne ufficiali e i numeri che non tornano, l’indifferenza di chi sa e continua a difendere l’Istituzione nella oscena retorica che avvolge “i nostri ragazzi che si sacrificano per la Patria”.

Sembra che la Sardegna non produca che morti. Ad un certo punto, il sangue della gente – ma in prevalenza dei ragazzi, impazzisce nelle vene. Il corpo non si difende più dagli agenti esterni ma pensa come nemico sé stesso, autodistruggendosi. Leucemia si chiama questa aggressione al proprio sistema vitale e non c’è niente da fare se non sperare che finisca presto.

È la tragedia quotidiana e dimenticata di una terra che muore coi suoi frutti e i suoi animali, di volti che scompaiono, così nell’oblio.

E la morte arriva silenziosa, senza un nome, senza un motivo – almeno apparentemente. Perché c’è qualcuno che sa, anzi molti, che hanno la responsabilità di quello che accade ma tacciono, omertosi e criminali, riparati dietro il loro muro di gomma. E di nomi questa morte strisciante in realtà ne ha molti: leucemia fulminante, linfoma di Hodgkin, linfoma non Hodgkin, tumori di ogni tipo.

Dentro il corpo di chi è esposto all’uranio impoverito si sviluppa un tipo letale di tumore. Leucemia fulminante, la chiamano, una vera e propria sentenza di morte. Il midollo, il sangue, i globuli si distruggono tutti. Sono come implosi quei giovani corpi, morti da dentro mentre ancora vivevano. Nessuna medicina, elisir, preghiera, invocazione.

La Sardegna è la regione più militarizzata del mondo

La Sardegna è la regione più militarizzata del mondo: 7.200 ettari di terreno, 75mila ettari di zone di restrizione dello spazio aereo e della navigazione. Qui la geografia disegna percorsi di morte in un territorio che abbraccia tutti i tipi di paesaggio, terra rocciosa, montagne granitiche, l’estensione trasparente del mare. Le basi sono basi di tutto rispetto; i militari americani viaggiano dall’altra parte del mondo per esportare la democrazia in poveri Paesi arretrati, come l’Italia. Una democrazia rivestita di morte e distruzione.

Poco tempo fa abbiamo appreso di un atto della giustizia che, senza retorica, possiamo definire storico: è stata pubblicata la sentenza definitiva della Corte d’Appello sul caso di un sottufficiale morto di cancro dopo la missione in Kosovo. È sancita “l’inequivoca certezza” del nesso di causalità tra esposizione alla sostanza tossica e la malattia; “è stato dimostrato che i vertici militari conoscevano i pericoli e non hanno fatto nulla per prevenirli”. Silenzi, omissioni e verità nascoste, una vera e propria cortina di omertà, di deresponsabilizzazione, di morte e sofferenza.

Una sentenza shock

Uno spiraglio di luce lo rivela la prima pronuncia della Corte d’appello di Roma, definitiva dal 20 maggio 2019, una sentenza shock. La decisione della prima sezione civile della corte d’appello di Roma conferma, come già accertato dal tribunale, “in termini di inequivoca certezza, il nesso di causalità tra l’esposizione alle polveri di uranio impoverito e la patologia tumorale” e la colpevolezza del ministero della Difesa. Sanziona inoltre, come già fatto dal giudice di primo grado, anche la condotta dei vertici delle Forze Armate per aver omesso di informare i soldati “circa lo specifico fattore di rischio connesso dell’esposizione all’uranio impoverito”.

L’utilizzo dei proiettili all’uranio impoverito (cosiddetti DU) “era stato confermato dal memorandum del Department of the Army – Office of Surgeon General” del 16 agosto 1993, “dalla Conferenza di Bagnoli del luglio 1995″, dalla “relazione della commissione d’inchiesta del Senato approvata in data 13 febbraio 2006″ e “dalla deposizione del dottor Armando Benedetti”, esperto qualificato in radio protezione del Cisam (il Centro interforze studi per le applicazioni militari) ascoltato proprio dalla commissione parlamentare in merito all’utilizzo del DU in Kosovo e alla riscontrata presenza della sostanza nella catena alimentare. Tutti elementi dai quali “poteva evincersi che il ministero della Difesa fosse a conoscenza dell’esistenza dell’uranio impoverito durante la missione di pace o quanto meno sul serio rischio del suo utilizzo nell’area, nonché degli effetti del DU per la salute umana”. Insomma, secondo i giudici, sussistevano “tutti i requisiti per configurare una responsabilità del ministero della Difesa… per avere colposamente omesso di adottare tutte le opportune cautele atte a tutelare i propri militari dalle conseguenze dell’utilizzo dell’uranio impoverito”.

Le contraddizioni di Sergio Mattarella

L’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, prima vice presidente del Consiglio (dal 21 ottobre 1998 al 22 dicembre 1999) e poi ministro della Difesa (dal 22 dicembre 1999 all’11 giugno 2001) nei governi D’Alema e Amato, era intervenuto più volte sulla questione delle munizioni arricchite con uranio impoverito impiegate nella guerra dell’ex Jugoslavia dopo i primi casi di leucemia che avevano iniziato ad abbattersi sui reduci delle missioni nei Balcani. Il 27 settembre 2000, Mattarella rispose in Parlamento a un’interrogazione relativa a due episodi di decessi verificatisi tra i militari italiani. “Nel primo caso il giovane, vittima della malattia, non era mai stato impiegato all’estero – spiegò l’allora ministro della Difesa – Nel secondo caso il giovane militare era stato impiegato in Bosnia, a Sarajevo precisamente, dove non vi è mai stato uso di uranio impoverito”. Circostanza poi rivelatasi non vera. Perché in Bosnia, zona di Sarajevo compresa, gli aerei americani scaricarono circa 11mila proiettili all’uranio impoverito. E lo stesso Mattarella lo ammise, tre mesi dopo, il 21 dicembre 2000.

Il 10 gennaio 2001, Mattarella disse in Senato: “Per quanto riguarda il Kosovo, come è noto da allora, la Nato, nel maggio 1999, ha fatto sapere di aver utilizzato in quella regione munizionamento all’uranio impoverito… L’ingresso delle nostre truppe in Kosovo è avvenuto successivamente alla notizia pubblica – ripeto – dell’uso di munizioni all’uranio impoverito… Di conseguenza, fin dall’ingresso dei nostri militari in Kosovo si sono potute adottare misure di protezione adeguate”.

Ora la sentenza della Corte d’Appello di Roma passata in giudicato ci dice che il vertice militare ha “colposamente omesso” di adottare misure adeguate a tutelare i soldati.

E per finire c’è il balletto dei numeri: il ministro della Salute Grillo nel governo Conte 1 dichiarò 500 morti e 8mila malati, vittime di questa guerra subdola e non dichiarata.

… neanche una parola

E sui Poligoni dove si sperimentano armi all’uranio impoverito? Nemmeno una parola per quei morti di leucemia, di linfoma, per quei bambini malformati, per i pastori uccisi in pochi mesi da patologie fulminanti, nella loro terra espropriata, ferita, militarizzata, senza neanche sapere perché.

Ci auguriamo ora che questo atroce caso di lacerazione del tessuto sociale, che questa ferita del senso stesso di appartenenza all’umanità, possa diventare – anche attraverso questo libro che narra storie che devono essere raccontate – memoria e narrazione che costruisce giustizia e finalmente verità per questa gente ignorata, uccisa, presa in giro da quelle stesse istituzioni che li definiscono “i nostri ragazzi”. Gli “autorevoli personaggi” rappresentanti delle istituzioni, esperti, ematologi, politici, militari, sono sempre gli stessi e continuano a chiudersi a riccio nella loro autodifesa, uomini e donne fermi nelle loro facce di pietra, occupati solo a nascondere la verità e a fare muro, celati come ombre oscure dietro la selva dei “non so”, “non ricordo”, “non c’è rapporto causa-effetto”, “non è il caso di parlarne”.

Care facce di pietra, noi continueremo a parlarne, a scriverne, a gridare l’orrore per tutti gli innumerevoli innocenti ai quali è stata rubata la dignità, il diritto alla conoscenza e alla vita, per tutti quei ragazzi con le mani ancora sporche di sterco di pecora che si mettevano in fila con gli occhi sgranati davanti a uomini di poco più grandi di loro, tutti biondi tutti alti, tutti con la mascella da duro e la rasatura impeccabile, ammirandoli mentre pulivano e lucidavano le armi in dotazione e fumavano sigarette senza curarsi del pericolo: loro non possono più gridare, noi grideremo per loro.

“Fiera del libro per la pace e la nonviolenza”

La presentazione di “Zločini/Crimini” – sul traffico d’organi a danno dei serbi rapiti e scomparsi in Kosovo – di Marilina Veca e di “Sono morto come un vietcong” di Giulia Spada con postfazione di Marilina Veca – sull’uranio impoverito in Sardegna – é programmata per venerdì 3 giugno 2022, alle 16.30, alla libreria Giufà, nel quartiere San Lorenzo a Roma, nell’ambito della “Fiera del libro per la pace e la nonviolenza”.

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