Una barriera corallina nel basso Adriatico

Una colonia di coralligeni

È la prima barriera corallina nel Mediterraneo e va tutelata in una zona protetta

 

Una barriera corallina è stata scoperta al largo di Monopoli, a sud di Bari. È la prima volta che se ne scopre una nel Mediterraneo, ha riferito alla Gazzetta del Mezzogiorno il professor Giuseppe Corriero, direttore del Dipartimento di Biologia dell’Università di Bari, «modificata da madrepore, con caratteristiche molto simili alle barriere coralline di memoria equatoriale», simile a quella del Mar Rosso, in Egitto, a 200 metri di profondità.

La scoperta è avvenuta nel corso di una esplorazione coordinata tra i ricercatori di Scienze della Terra dell’Uniba, dell’Università del Salento e Università di Roma Tor Vergata, in un’area che si estende per 2,5 chilometri. La barriera corallina è stata ritrovata a una profondità che si aggira tra i 40 e i 55 metri, a circa due chilometri dalla linea di costa.

Secondo i ricercatori, è possibile che il reef si estenda dal largo di Bari «almeno fino a Otranto», ha spiegato Corriero al quotidiano pugliese, aggiungendo che «ce l’avevamo davanti agli occhi e non l’abbiamo mai vista».

Nel Salento, al largo di Santa Maria di Leuca, un reef di coralli bianchi vivi, «un paradiso per la biodiversità», fu già scoperto nel 2009 da un’équipe di ricercatori dell’Università di Bari guidata dal prof. Angelo Tursi. Il ritrovamento avvenne nel corso di una campagna di studio sulle risorse marine di uno dei più profondi – meno 700 metri – santuari sommersi del Mediterraneo.

Al contrario della barriera corallina delle Maldive o di quella australiana che sorgono a quote basse e, quindi, i processi vitali sono facilitati dalla luce, la barriera corallina scoperta nel basso Adriatico vive a circa 50 metri di profondità, in penombra. «E quindi le madrepore costruiscono queste strutture imponenti di carbonato di calcio in assenza di alghe», ha continuato il biologo. «Da noi c’è molto meno pesce e i colori dominanti sono più soffusi e dati da spugne policrome con tonalità che vanno dall’arancione, al rosso, al viola».

L’indagine iniziata tre anni fa, come afferma il collega Flavio Campanella della Gazzetta del Mezzogiorno, è stata possibile grazie all’ausilio di subacquei professionisti (per scendere oltre i 50 metri si utilizzano bombole caricate con una miscela di ossigeno, azoto ed elio – ndr) e robot filoguidati e dotati di telecamera.

La scoperta, di assoluta importanza, di sicuro farà «da ulteriore volano per lo sviluppo dell’economia turistico-naturalistica. È un settore di nicchia che in Italia muove tanti soldi», afferma Corriero. Pone, però, il problema della salvaguardia della barriera corallina, pertanto il direttore del Dipartimento di Biologia di Uniba ha già inoltrato all’Ufficio Parchi e Tutela della Biodiversità della Regione Puglia la richiesta di «istituire una zona protetta, in modo da evitare pesca, ancoraggio e attività che per una scogliera corallina sono letali».

Di concerto, la Giunta regionale pugliese ha fatto sapere che sta già pensando a un lavoro armonizzato con le Capitanerie per avviare l’iter per una nuova area marina protetta, perché «si contribuisca alla creazione di una nuova visione di tutela ambientale e di un ecosistema che è certamente non diffuso nel Mediterraneo», ha riferito in una nota l’assessore all’Ambiente Giovanni Stea. L’obiettivo, ha detto, «deve essere quello di offrire un modello di sviluppo sostenibile della zona costiera e marina».

 

 

 

 

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