sabato, Settembre 18, 2021

Un bosco in tempesta: quando il teatro si tinge di verde

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L’arte teatrale riparte dalla natura. I boschi diventano teatri, dove attori e pubblico si “immergono per ripristinare l’ordine primevo”

Un bosco in… “Tempesta”. Il 2020 è stato l’annus horribilis del mondo dello spettacolo e nel 2021 le cose non sono cambiate di molto.

Questo quadro desolante non ha del tutto abbattuto il morale degli operatori del settore, i quali hanno cercato di recuperare un dialogo con i luoghi naturali.

Non solo hanno raggiunto l’obiettivo, sono altresì riusciti a proporsi come veicolo di un nuovo sentire ecologico.

Così, dagli spettacoli “a pedali”, alimentati dalle dinamo delle bike, fino alle performance su palcoscenici immersi nel verde, è nato un fantastico connubio fra teatro e ambiente.

Molti spettacoli si sono tenuti in terrazze, giardini privati, parchi, in riva al mare in tempesta o nei boschi.

Interessante dunque fare una breve carrellata di due fra gli eventi “green” più significativi.

La Tempesta di Shakespeare in un bosco

Alle Neviere del Monte Faito, la straordinaria montagna incastonata tra i golfi di Napoli e Salerno, si è potuto assistere alla rappresentazione teatrale della “Tempesta” di Shakespeare

Forse non tutti sanno che il noto drammaturgo aveva una forte coscienza ecologista e una concezione della natura che ci riporta alle civiltà pre-abramitiche.

A differenza della cultura cristiana, in cui Dio/Natura sono buoni o cattivi, Shakespeare suggerisce difatti che la natura non premia e non punisce nessuno, semplicemente cancella ogni nota stonata, ogni tratto fuori luogo. 

Partendo da questa interpretazione, il caos della tempesta, che è disgregazione, dissoluzione, diventa l’archetipo stesso della morte e della rinascita.

Dall’aggregazione degli elementi si ha infatti la vita, dalla dissoluzione la morte.

Ripristinare l’ordine “primevo” relativo al rapporto uomo/natura è pertanto un elemento importantissimo per la nostra evoluzione.

A teatro in un bosco in… “tempesta”

L’esperienza del teatro immersivo diretta dal regista Rosario Sparno, si è svolta per tutto il mese di luglio, anticipata da una breve passeggiata nel bosco.

Ad accompagnare i visitatori, sono state le guide specializzate del CAI (Club Alpino Italiano).

Gli esperti hanno spiegato con dovizia di particolari le caratteristiche della flora tipica del paesaggio, per coglierne gli aspetti di valenza scientifica e soprattutto apprezzarne le suggestioni sensoriali.

Teatro immersivo: la natura racconta la propria storia per immagini nel bosco

Utile a questo punto spendere due parole sulla definizione di “teatro immersivo”.

In termini di interazione con il pubblico, qual è la differenza narrativa fra il linguaggio teatrale tradizionale e quello del teatro immersivo?

Sostanzialmente, il secondo scaturisce dalle forme, dai profumi, del respiro e della lentezza, che in fondo sono il linguaggio dell’anima e della natura.

Ed in effetti, è stata messa in scena: una “tempesta” di parole, ma anche di immagini e suoni.

Questa cornice fatata ha proiettato idealmente gli spettatori sull’isola incantata di Prospero, un’isola in cui è rappresentata la storia del mondo.

Le parole hanno travolto in maniera interattiva i protagonisti, gli attori e con loro gli spettatori, creando suggestioni fortissime.

“L’approccio iniziale all’opera, e il conseguente lavoro di adattamento” – riferisce il regista Rosario Sparno –, “si è articolato intorno ad una semiologia nuova e comprensibile anche ai più piccoli”.

Ciò ha portato all’ideazione di un luogo scenico che si allontanasse dallo spazio teatrale classico per porre lo spettatore al centro di un’istallazione di cui sentirsi protagonista”.

Jonathan Safran Foer: “la sostenibilità non fa show”. Ricreiamo un bosco in tempesta

Oggi il termine “sostenibilità” è abbastanza abusato e dà l’idea del radical chic, ma questa provocazione è diventata una sfida per gli ideatori dello spettacolo.

E difatti, anche gli elementi di scena sono stati realizzati con materiali di recupero, a impatto zero ed ecocompatibili.

Non si è fatto uso di corrente elettrica e di allestimenti come palco e sedie, perché gli attori e gli spettatori si aggiravano direttamente tra i boschi.

Ciò ha permesso di affrontare la sostenibilità di petto, immergendo attori e pubblico nella pratica ecologica, ma senza calarla in un contesto dichiaratamente didattico.

Un connubio perfetto, fra il contesto ospitante e la performance ospitata.

Ad arricchire ed esaltare la suggestiva scenografia, le installazioni in fil di ferro e lamiera, create da Antonella Romano e le soluzioni sceno-tecniche a impatto zero sull’ambiente.

Le musiche eseguite dal vivo da Massimo Cordovani hanno fatto il resto.

I patriarchi del verde

Altra interessante iniziativa “green” si sta svolgendo attualmente a Venezia a partire dal 1° settembre. 

In occasione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, quest’anno anche i grandi patriarchi arborei si propongono come palcoscenico ideale per i grandi registi.

Tonino Guerra, socio onorario della famosa “Associazione Patriarchi della natura” ha tratto ispirazione dai grandi alberi per realizzare i film.

Secondo Guerra, le piante possono avvicinare e sensibilizzare il grande pubblico alle tematiche ambientali, oggi così attuali, visti i cambiamenti climatici in corso.

Le piante sono difatti i testimoni silenziosi dei cambiamenti sociali e ambientali che hanno segnato i territori su cui crescono.

Il valore delle piante 

Sebbene esse siano ovviamente vive, sono radicate alla terra e raramente si muovono su una scala temporale riconoscibile; sembrano più aspetti passivi dell’ambiente che agenti al suo interno. 

La cultura occidentale, in particolare, relega spesso le piante in uno spazio liminale (fenomeno al livello della soglia della coscienza e della percezione) tra oggetto e organismo.

In realtà, secondo alcuni studiosi gli alberi sono molto percettivi.

Percepiscono piante e animali vicini e alterano il loro comportamento di conseguenza: le mandibole digrignanti di un insetto potrebbero indurre la produzione di difese chimiche, per esempio.
Alcuni studi hanno persino suggerito che le radici delle piante crescono verso il suono dell’acqua che scorre.

Oppure che alcune piante da fiore addolciscono il loro nettare quando rilevano il battito delle ali di un’ape. 

Secondo altri scienziati, percepiscono anche l’uomo, i suoi ormoni, i suoi passi in un bosco.

In un libro del 1973 intitolato “The Secret Life of Plants”, i giornalisti Peter Tompkins e Christopher Bird affermano che le piante hanno persino un’anima.

Avrebbero emozioni e preferenze musicali, sentono dolore, assorbono psichicamente i pensieri di altre creature, possono seguire il movimento dei pianeti e prevedere i terremoti. 

Conclusioni: un bosco in tempesta

Oggi, “l’auspicio è che la sensibilità di registi e attori trovi ispirazione dai grandi alberi centenari e millenari, quali chiave di lettura del paesaggio italiano e della sua evoluzione”- si legge sul sito dell’Associazione Patriarchi della natura.

E ancora “ i nostri giganti della natura sono le piante del futuro capaci di resistere alle ingiurie del tempo, ma sono anche la nostra memoria e hanno storie fantastiche da raccontare, sta a noi saperle ascoltare” – si legge sul sito dell’Associazione Patriarchi della Natura.

Raccontano un mondo di infiniti percorsi biologici: ci sono alberi interdipendenti come lo yin e lo yang e alberi veterani che inviano messaggi di saggezza alla prossima generazione di piantine. 

Magari, un giorno anche l’uomo potrà percepire questi messaggi e chissà se il futuro del teatro non possa sancire definitivamente questo patto uomo/natura.

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