lunedì, Dicembre 5, 2022

Tutto ciò che sono: il nuovo libro di Ilaria Di Roberto

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L’autrice racconta il suo passato di violenza e soprusi

Dopo un passato di violenza che l’ha vista vittima di bullismo tra i banchi di scuola, violenza fisica, revenge porn e cyberbullismo a opera di una setta online, Ilaria Di Roberto ha deciso di mettere per iscritto tutto il suo dolore e la sua rabbia nel suo nuovo libro, “Tutto ciò che sono”. «Ho cercato di ridonare un’identità, una dignità al mio dolore e di metterlo al servizio di tante altre donne vittime di violenza», spiega Ilaria.

La sua opera non solo è rivolta alle vittime ma anche a chi perpetra violenza. Attraverso uno stile empatico, infatti, la scrittrice invita le donne non a difendersi ma a creare una propria consapevolezza e autocoscienza, una coesione tra loro, non più soltanto competizione. Inoltre, grazie alla stessa modalità comunicativa, anche il carnefice riesce a riconoscersi nella figura del mostro e a prenderne atto. «È un vero e proprio schiaffo morale, anche se è una contraddizione usare questa frase per un libro che contrasta la violenza – confessa Di Roberto -, però ogni tanto ci vuole».

Eppure, nonostante sia un libro che racconta un drammatico passato di violenza, molte sono le pagine ricche di ironia. Qui traspare il lato solare della scrittrice e il suo bisogno di gridare “io ci sono, io ci sono in quanto donna”.

Ilaria Di Roberto e il suo messaggio per le donne

La scrittrice e attivista femminile esordisce nel 2016 con la sua prima raccolta di poesie autobiografiche, intitolata “Anima”. Già in questi primi scritti emergono le tematiche sociali più care all’autrice. Adesso con “Tutto ciò che sono”, pubblicato da Europa Edizioni, si sancisce il passaggio dall’Ilaria bambina, più ingenua, a un’Ilaria più consapevole. Attraverso monologhi, pensieri e racconti autobiografici analizza più profondamente il tema della violenza psicologica e fisica.

«Ho chiamato il libro “Tutto ciò che sono” perché racconta Ilaria a 360° – spiega l’autrice-. Lo fa senza giustificarsi, senza chiedere scusa, senza offrire delucidazioni in cambio di comprensione. Io non mi giustifico. Io urlo la mia collera e faccio in modo che la mia scrittura, oltre a essere una terapia per me, sia una terapia d’urto per gli altri».

Il messaggio che emerge dalle sue pagine infatti è chiaro: dare alle donne lo stimolo di rinascere, ricominciare da zero, anche grazie all’arte. Proprio l’arte e scrivere sono stati per Ilaria Di Roberto il modo per avere la propria rivalsa personale, sfogarsi ma anche trovare un modo per narrare la propria storia senza continuare a soffrire. «Se mi avessi conosciuta un anno fa non ce l’avrei fatta a raccontarla con tanta leggerezza – confessa Ilaria -. Adesso, invece, la guardo dall’esterno e mi rendo conto di quanto il dolore possa avere un valore funzionale».

La lotta di Ilaria Di Roberto contro la società patriarcale

Tutto ciò che sono” non è solo un viaggio introspettivo in cui Ilaria Di Roberto ci conduce e in cui descrive i mostri che affollano la sua mente e il suo passato, ma è anche un modo per puntare il dito contro la struttura sociale patriarcale, che vede ogni giorno le donne come vittime.

«Spesso, quando una donna denuncia una violenza, ci si aspetta da lei sottomissione, passività. Dobbiamo relegarla, confinarla nel suo dolore – afferma la scrittrice -. Io ho contrapposto la passività alla reattività. Ho cercato, attraverso il mio libro, di concretizzare questo mio intento. Parlo delle donne in quanto donne, non in quanto vittime».

Ilaria Di Roberto suggerisce che, per giungere a un cambiamento sociale, bisognerebbe insegnare la parità di genere dalle scuole. Per esempio si potrebbero organizzare corsi a frequenza obbligatoria non solo per i ragazzi ma anche per i loro genitori. Proprio dai genitori, infatti, un bambino apprende determinati stereotipi. Questi possono sembrare inizialmente banali ma, in realtà, condizionano quella che è la formazione del ragazzo. Qui trae le sue radici il “victim blaming”, la dinamica sociale di sottostimare il carnefice a danno della vittima.

Inoltre occorre cominciare a pensare al fenomeno della violenza non solo in termini di prevenzione da parte dalle donne, ma anche come meccanismo punitivo del colpevole. «È questo che fa la società, indirizza le donne sulla strada giusta senza pensare ai carnefici-sostiene Ilaria Di Roberto -. Abbiamo le associazioni che contrastano la violenza dove si è vittimizzati, abbiamo le case famiglia dove si confinano le vittime. Ma quando faremo delle case per maschi maltrattanti? Quand’è che isoleremo loro? Quando sposteremo il focus dalla vittima al carnefice?».

In “Tutto ciò che sono” non solo rabbia ma anche speranza

Eppure, nonostante l’autrice gridi la sua collera nei confronti del genere maschile, c’è anche un lato romantico che ogni tanto emerge nel libro, in particolare in “Scrivimi una canzone”.

In questo scritto Ilaria Di Roberto si rivolge a un potenziale futuro innamorato: “scrivimi una canzone, fammi ricordare la bellezza di un abbraccio che mi insegnerà ad amare nuovamente”.

«C’è rabbia ma c’è anche la fiducia che gli uomini diventino alleati nella nostra lotta – confessa la scrittrice-. Ma è un percorso di consapevolezza molto lungo per noi donne, figurati per gli uomini».

Ilaria Di Roberto: il cyberbullismo non va sottovalutato

Infine un capitolo, intitolato “Cyberbullismo non è una cazzata”, è dedicato al delicato tema del bullismo online. Anche questo tipo di violenza subisce gli effetti di quella che la regista Margaret Lazarus ha definito la “cultura dello stupro”, in cui si tendono a banalizzare delle condotte potenzialmente violente.

Ilaria Di Roberta parla di come, nonostante sia spesso sottovalutato, in Italia un adolescente su tre ne è vittima. Spesso implica messaggi violenti e volgari, rivolti anche nei confronti di minorenni, furto d’identità, diffusione di materiale pornografico e pedopornografico. A causa di questo fenomeno il 59% di chi ne è vittima pensa al suicidio e il 52% pratica autolesionismo. Inoltre il cyberbullismo è anche tra le maggiori cause di depressione e attacchi di panico.

In una società dove il confine tra virtuale e reale è sempre più flebile, questo tipo di violenza influenza inevitabilmente il vivere quotidiano. Se l’anonimato che offre il web è un vantaggio per il carnefice, la vittima è costretta a rendersi “anonima” agli occhi della realtà, a rinchiudersi tra le mura domestiche e a estraniarsi il più possibile.

È ciò che ha provato Ilaria Di Roberto che, a causa di questo fenomeno, ha tentato due volte il suicidio: “il cyberbullismo ha distrutto due anni della mia vita, due anni in cui avrei potuto ridere, scherzare, gioire, danzare, vivere e non ho potuto, sempre a causa di questa cazzata, e nonostante continuate a definirla tale, spero che non abbiate mai modo di sperimentarla sulla vostra pelle o su quella dei vostri familiari. Spesso anche una cazzata può uccidere”.

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